SOMMARIO:

 

 

1) CLARA JOURDAN ” Bambini in orfanotrofio: forse è detto in buona fede ma è proprio sbagliato”

 

2) ALBERTO LEISS ” In una parola / Maschi (pericolosi)”

 

3) NICLA VASSALLO “Del femminile come oggetto”

 

4) MARINA FORTI “I nostri abiti”

 

5) Recensione ANNA SEGHERS “La settima croce”

 

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1) CLARA JOURDAN “Bambini in orfanotrofio: forse è detto in buona fede ma è proprio sbagliato

 

In questi giorni di discussione sul disegno di legge che istituisce l’unione civile tra persone dello

stesso sesso, mi è capitato di ascoltare per radio l’intervista a una simpatica bambina, figlia, con tre

fratelli, di una «famiglia lesbica», che dopo allegre battute a un certo punto ha detto: «C’è bisogno

della legge perché se la mamma S. muore, ci mandano all’orfanotrofio e noi non vogliamo andare

all’orfanotrofio». Non è la prima volta che sento questo argomento a sostegno della legge, ma è la

prima volta da una bambina e direttamente interessata. Mi auguro che chi le ha detto questa cosa

sbagliata l’abbia fatto con ignoranza e non con sadismo, perché la legge sull’adozione attualmente

in vigore (l. 184/1983, Diritto del minore a una famiglia) prevede espressamente (art. 44 c.1 a) che

quando il minore sia orfano di padre e di madre possa essere adottato da persone unite al minore da

preesistente rapporto stabile e duraturo, e in questi casi l’adozione è consentita anche a chi non è

coniugato. Tant’è vero che non è questo il punto della legge sull’adozione che il ddl sulle unioni

civili vuole modificare, ma il successivo (art. 44 c.1 b), per estendere alla “parte dell’unione civile”

la possibilità che ha il coniuge di adottare i figli dell’altro coniuge. Quindi il pericolo

dell’orfanotrofio non sussiste e la crudeltà di far soffrire creature piccole non può essere giustificata

dallo scopo di spingere emotivamente verso l’approvazione di una legge necessaria. Detto questo –

che vale in generale – io mi domando se non sarebbe un buon argomento a favore di questa nuova

norma ricordare che secondo l’ordinamento vigente, come abbiamo visto, in caso di morte della

madre “ufficiale” l’altra può adottare le creature. Ricordarlo per andare più avanti, per dire: perché

aspettare la morte? Non sarebbe meglio permettere l’adozione quando sono ancora vive entrambe le

mamme?

E dato che i bambini li fanno le donne, mi domando se non si potrebbe andare ancora più avanti

rispetto a questo ddl che non fa la differenza. Non so come precisamente, ma ci sono autorevoli

giuriste (SIlvia Niccolai) che sostengono che anche in Italia si possono trovare per le coppie di

donne ipotesi interpretative che permettano di riconoscere-adottare la creatura della compagna,

come avviene già in altri paesi, senza bisogno di modifiche legislative in tema di unioni

omosessuali.

(www.libreriadelledonne.it, 29 gennaio 2016)

 

2) ALBERTO LEISS “In una parola / Maschi (pericolosi) ”

 

Rifugiati sudanesi partecipano a un corso sulla parità di genere in Norvegia

Qualunque cosa sia effettivamente successa a Colonia alla fine dell’anno – un po’ di notizie e

considerazioni attendibili le ho trovate nel servizio di Der Spiegel tradotto e pubblicato in Italia

dall’Internazionale – mi pare che se ne possano trarre, dal punto di vista di noi uomini, almeno due

considerazioni.

Una riguarda il problema del tipo di relazioni da costruire con i maschi stranieri che cercano asilo

e/o lavoro qui in Italia e in Europa. Non mi piacciono i luoghi comuni contro il “politicamente

corretto” ( nel paese dei Grillo e dei Salvini preferisco catalanescamente un linguaggio politico

corretto a uno scorretto) ma è vero che la sacrosanta esigenza di non subire o avvallare le

strumentalizzazioni xenofobe non deve più far velo sul fatto che differenze sul piano della cultura e

dei comportamenti, specialmente nei rapporti tra uomini e donne esistono, e non vanno rimosse.

Il Corriere della sera ha pubblicato uno dietro l’altro due articoli significativi. Nel primo si

registrava il dato che tra i richiedenti asilo in Italia ben nove su dieci sono maschi. Sarebbe il

primato di una tendenza generale. L’Europa del futuro quindi – si osserva – “rischia di essere troppo

maschile e di soffrire così, inevitabilmente, un brusco aumento del tasso di criminalità”. Poco dopo

l’avverbio inevitabilmente torna nelle parole di un professore che ha analizzato la situazione in Cina

e in India, dove le politiche del figlio maschio unico e l’aumento della popolazione maschile viene

associata all’aumento dei reati e specialmente delle violenze contro le donne.

Qui – noto di sfuggita – l’Islam non c’entra o c’entra pochissimo. E abbiamo anche letto che la Cina

sta mettendo in soffitta quelle politiche demografiche, mentre si organizzano corsi destinati ai

maschi per educarli a essere buoni padri e a non picchiare le mogli.

Di “Lezioni di parità per rifugiati” parla il secondo articolo del Corriere, a proposito di corsi che si

tengono in Norvegia per spiegare a chi proviene da paesi e culture diverse come comportarsi con le

donne europee. E qui rispunta l’esecrato “politicamente corretto”: infatti negli opuscoli e nei filmati

del corso i comportamenti aggressivi maschili sono impersonati da un personaggio bianco e

norvegese.

Ecco la seconda considerazione: dopo aver fatto tutti i necessari distinguo sui costumi e le culture

diverse, resta che gran parte del problema ha a che fare con una radice del maschile dalla quale noi

occidentali evoluti non siamo immuni, e non possiamo prescinderne. Anzi credo che sia un esercizio

necessario partire da lì anche per aprire uno scambio, e semmai un conflitto, con altri uomini i cui

comportamenti non accettiamo e che vogliamo mettere in discussione. Per prevenirli, e se del caso

reprimerli.

A questi pensieri mi hanno condotto anche due esperienze leggermente stranianti. Ho visto giorni fa

il video di Repubblica on line in cui l’ex direttore Ezio Mauro apriva la riunione di redazione con

un accorato discorso sul conflitto di culture che avviene “sul corpo delle donne”. Nella grande

stanza con tutto lo staff dei vicedirettori, capiredattori e capiservizio di corpo femminile mi è

sembrato che ce ne fosse soltanto uno. Ho poi letto sul Sole 24 ore l’editoriale di Luca Ricolfi nel

quale le donne sono definite una “minoranza speciale”, “come gli immigrati, gli omosessuali , gli

islamici, i diversi in genere”. Eppure si cita in lungo e in largo la femminista francese Elisabeth

Badinter.

Insomma, anche la nostra “minoranza speciale” occidentale maschile ha ancora qualche motivo per

riflettere su se stessa?

(Pubblicato sul manifesto il 19 gennaio 2016)

 

3) NICLA VASSALLO “Del femminile come oggetto ”

 

Presso i Musei Vaticani, al cospetto della Scuola di Atene di Raffaello, la presenza di maschi/uomini

risulta netta, netta se non fosse per un “ambiguo” individuo, a fianco di Parmenide: forse si tratta di

Ipazia – non tutti concordano. Ipazia, certo, non era una donna oggetto, e così l’hanno brutalmente

uccisa. Anche Diotima, prima di Ipazia, non raffigura, unica donna nel Simposio di Platone,

nient’affatto una donna oggetto. Tuttavia, di tali donne la storia della filosofia ne ricorda ben poche:

le donne sono state martoriate dai filosofi, con qualche eccezione a parte – Cartesio e John Stuart

Mill, ad esempio.

Prendiamo Aristotele: le donne rimangono maschi menomati o mutilati; il loro essere femmine si

deve alla mancanza di potenza; la loro femminilità coincide con la passività, e da passive vanno

trattate, al pari di oggetti. E via di seguito con le generalizzazioni: rispetto agli uomini, le donne si

attesterebbero impulsive, doppie, gelose, petulanti, spudorate. Avremmo potuto confidare in

Tommaso, il santo, che invece in proposito si fa anche lui portatore dei pregiudizi aristotelici.

Pregiudizi che si replicano, con variazioni sul tema, nei cosiddetti “grandi” filosofi: stando a Kant,

le donne non risultano in grado di azioni genuinamente etiche per carenza di senso del dovere (del

resto, che etica può possedere un oggetto?); per Hegel, esse debbono venir rinchiuse in casa, in

quanto prive di ragionamento universale, che si esige invece in ambito politico e pubblico (del

resto, di quale ragionamento universale dispone un oggetto?); secondo Schopenhauer le donne

permangono “per natura” inferiori rispetto ai maschi, in quanto, decretate perennemente infantili,

manipolatrici e bugiarde, esse mancano di intelligenza e senso di giustizia (donne, pur sempre,

oggetti); a parere di Nietzsche le donne sono un gingillo, utile solo a procreare e a rappresentare un

mero passatempo per gli uomini (sono strumenti, proprio come alcuni oggetti).

Le donne simboleggiano dunque irrazionalità, o, se va bene, una razionalità che dipende dagli

uomini. Non ritengo infatti causale che tra le filosofe si esaltino (con o senza ragione?) donne legate

a filosofi di sesso maschile: basti menzionare Eloisa (con Abelardo), Simone de Beauvoir (con

Jean-Paul Sarte), Hannah Arendt (con Martin Heidegger).

Alle emozioni, invece, specie se emozioni legate alla follia, le donne, poetesse, non filosofe,

vengono destinate. Saffo (solo per menzionare qualche esempio) canta amori sublimi, per poi

gettarsi da una rupe. La timida e sensibilissima Antonia Pozzi, divisa tra amori, sceglie la morte con

barbiturici, a ventisei anni; scrive di eros e thanatos, con selvagge siepi/di amori: morire è questo/

ricoprirsi di rovi/ nati in noi. Sylvia Plath si uccide a trent’anni, con la testa nel forno (la testa della

poetessa e il forno della moglie-madre) dopo aver cantato la morte:

Morire è un’arte, come qualsiasi altra cosa.

Io lo faccio in un modo eccezionale

io lo faccio che sembra un inferno

io lo faccio che sembra reale.

Ammetterete che ho vocazione.

Anne Sexton “sopravvive” più a lungo, ma a quarantacinque anni in un garage si intossica col

monossido di carbonio. E, infine, non posso che menzionare lei, Virginia Woolf, non poetessa, bensì

scrittrice poetica e folgorante, che opta a cinquantanove anni per una morte “tecnicamente”

difficile: con le tasche ricolme di sassi, si lascia annegare nel fiume Ouse. Lei che aveva scritto Al

Faro, e di acqua s’intendeva.

Se le filosofe prima menzionate si accoppiano e associano a uomini, con le poetesse il tutto non è

immediato. Di Saffo si narra che amasse le donne. Sylvia Plath cosa c’entrava davvero con Ted

Hughes? E chi si ricorda di Alfred Muller Sexton? Mentre di Virginia Woolf diremmo che nutrisse

una reale passione per il marito Leonard, o per Vita Sackville-West?Le donne che rifiutano categoricamente di essere considerate donne oggetto non hanno forse alcuna scelta se non il suicidio?

E, invece, gli omicidi? Si uccide, come distruggono gli oggetti. Prendiamo Dante che nel Canto V

del Purgatorio, con Pia De’ Tolomei, ci porta nel girone di coloro che, a causa di una morte

violenta, trovano il pentimento, una sorta di riabilitazione, in fin di vita. Che tipo di pentimento? Di

Pia De’ Tolomei, uccisa dal marito, entro un contesto familiare, ci viene comunicata la dolcezza,

insieme alla volontà di venir ricordata per una qualche sua fede. Benché in relazione al mondo

terreno la sua indifferenza e il suo autocontrollo rimangano sospetti, perlomeno agli occhi odierni, il

suo “ricorditi di me” ci addolora: Pia suscita in noi un desiderio, una necessità di protezione. Pia

De’ Tolomei invoca aiuto, così come si dovrebbe fare. Anche se non fosse mai esistita e la sua fama

si dovesse solo a Dante, la Pia rimane l’emblema di un entusiasmo divorato dalla violenza. Quante

e quali Pie incontriamo quotidianamente senza saper nulla di loro, e senza che nulla ci raccontino?

Le sconcertanti violenze degli uomini sulle donne, nel mondo, specie all’interno delle mura

domestiche, si traducono raramente in denunce. Quali le loro cause e i loro significati? Se non sei

una persona, bensì un oggetto di mio possesso, mi è lecito far di te quanto mi pare. E le donne sono

persone?

A rispondere negativamente è una «femminista immutata», Catharine MacKinnon, che si domanda

proprio se le donne siano oggetti o esseri umani, per concludere seccamente che non sono esseri

umani.

Perché? Semplice la ragione. Se le donne fossero esseri umani, non sarebbero spedite in container

dalla Tailandia ai bordelli di New York, o rapite in sperduti villaggi nigeriani e gettate poi sulle

strade italiane; non sarebbero sessualmente schiavizzate; non lavorerebbero tutta la vita senza

salario o con salari indecenti, costrette a svolgere mansioni pesanti, pericolose o avvilenti per troppe

ore al giorno; non verrebbero infibulate, percosse, stuprate; non si pretenderebbe che sposino il

proprio stupratore, né sarebbero accusate di rapporti sessuali fuori del matrimonio quando

denunciano l’uomo in questione; non sarebbero indotte a suicidarsi per riparare l’onore della

propria famiglia; non dovrebbero nascondersi dietro burka o simili indumenti; non sarebbero

costrette nelle loro case come in prigioni; non subirebbero molestie sessuali e mutilazioni genitali

(nella sola Africa vi sono tuttora tre milioni di bambine ancora a rischio di subirle, nonostante

l’ONU abbia recentemente e finalmente bandito dette mutilazioni); non verrebbero messe a tacere,

torturate, lapidate, decapitate, o uccise appena nate (l’infanticidio delle figlie femmine è ancora

praticato). La lezione che occorre ricavare da questo elenco non è onorevole: le donne rimangono

sotto più punti di vista oggetti, mentre gli obiettivi femministi e delle filosofie femministe non sono

stati conseguiti. «Una stanza tutta per sé» e «cinquecento sterline annue» rimangono chimere.

MacKinnon si riferisce a cosa accade nel mondo in generale. Dando un’occhiata a cosa accade solo

nel mondo cosiddetto occidentale, le immagini di donne da cui si viene bombardati/e sul piano

mediatico si condensano troppo spesso in donne “leggere”, la cui reale consistenza è il corpo, non

una mente ragionante; sono immagini normative che esplicitano chiaramente “questo è come la

donna deve essere”; sono immagini che certo possono mutare e, difatti mutano, ma che rimangono

sempre centrate sul corpo. Sull’oggetto.

Difficile fuggire dalla trappola. Non tutte le donne sono intelligenti, d’accordo. Ma molte tendono

effettivamente a esaltare un’apparenza fisica “femminile”. E se ci pone come “cattiva ragazza”,

ovvero si trasgredisce la norma maschile eterosessuale, nel non corrispondere (almeno in qualche

senso) al concetto di donna vigente, si corre il rischio dell’esclusione, e l’esclusione non è facile da

sostenere.

Il concetto di donna vigente nella nostra civiltà, specie in Italia, da una parte regala in effetti mere

illusioni di stabilità e d’identità, e dall’altra è rigidamente monolitico: deve così essere in una

società androcentrica, razzista, eterosessista, votata alla “normalità”. Come è sostenuto, giustamente

a mio avviso, il rimedio alla donna oggetto non può che consistere nel delegittimare «a priori

l’esplorazione della continuità esperienziale e della base strutturale comune tra le donne» (cfr.Bordo 1990, p. 142). Del resto, molte donne, ma non tutte, cedono a venir meticolosamente

assoggettate sotto diversi profili: economico, legale, politico, professionale, psichico, religioso,

sessuale, sociale, e via dicendo. In modo diretto o indiretto, in misura maggiore o minore, ogni

donna eterosessuale subisce commerci, devianze, etiche, leggi, identità, molestie, pratiche,

politiche, violenze sessuali, oltre a doveri erotici, procreativi e riproduttivi, all’insegna di schemi

rappresentazionali dettati da interessi sessuali. Ancora oggi. Che cosa specificare di più sulle donne

oggetto?

Una certa normatività rimane deleteria e si converte comodamente in forme di vero e proprio

autoritarismo sulla sessualità, in cui a rannuvolarsi rimane la sessualità delle donne. Diviene allora

quasi scontato affermare con Monique Witting che, per esempio, le lesbiche non sono donne, perché

il concetto di donna giunge a una piena elaborazione e assume un valore determinato solo

nell’ambito di un atteggiamento normativo che obbliga la sessualità entro i rigidi schemi di

un’eterosessualità in cui le donne vengono categorizzate, all’unico scopo di essere vessate (cfr.

Wittig 1992). Si può anche concedere che si vessino gli oggetti, non le persone o gli esseri umani.

Ben si sa che, nel caso in cui non ci si comporti da donne oggetto o ci si consideri con

consapevolezza donne non eterosessuali, sbalordisca sentirsi dire “tu non sei una donna”. Inquieta

perché “tu non sei una donna” equivale spesso a “tu non sei una vera donna”, ove il termine “vero”

maschera approvazione e disapprovazione. Proprio come quando affermiamo “la verdura di oggi

non è vera verdura” intendiamo dire che tale verdura non è buona, quando diciamo “Valeria non è

una vera donna” intendiamo dire che Valeria non è una donna “buona”: biasimiamo certi suoi

atteggiamenti, comportamenti, ruoli che non rientrano nel concetto di donna “valido” e in uso in

una certa cultura, a un determinato tempo (cfr., per esempio, Austin 1962, per considerazioni simili

sul termine “real”). “Tu non sei una vera donna” comporta essere disapprovate, e lo si è perché non

si corrisponde al concetto di donna vigente, di cui fanno parte parecchi pregiudizi (e allora che

concetto è?) sulle differenze tra donna e uomo, a partire dalle differenze sessuali. È possibile che tu

non sia una vera donna solo a causa dei tuoi desideri sessuali, che non corrispondono a quelli che la

donna dovrebbe normativamente nutrire. Dunque, tu non sei una vera donna poiché rifiuti di

oggettificarti.

È allora errato decretare, se non si esigono donne oggetto, che la differenza sessuale sia una

componente essenziale del desiderio sessuale, è cioè errato consentire il desiderio sessuale solo tra

donna e uomo, o tra femmina e maschio – tra la donna e l’uomo, tra il maschio e la femmina.

Eppure è forse proprio il fine di circoscrivere il desiderio sessuale al rapporto eterosessuale che

rende la differenza sessuale necessaria al desiderio sessuale, a partire dal presupposto che il

rapporto sessuale deve essere finalizzato alla riproduzione, piuttosto che all’amore e alle varie

rappresentazioni vissute che dell’amore si possono offrire (cfr. Vassallo 2015).

Il punto è che il maschio e la femmina, l’uomo e la donna hanno poca ragione d’essere, se con

l’articolo determinativo intendiamo richiamarci a entità universali, al fine di catturare essenze

maschili e femminili, che proseguono a incidere sulle donne rendendole oggetti. Tali entità/essenze

possono trasformarsi in fonti di veri e propri azzardi, nell’azzerare la comprensibilità tra le tante

differenze che corrono tra femmine e tra donne, così come le tante differenze che corrono tra

maschi e tra uomini. La logore banalità dovrebbe venir sempre denunciata dalla buona filosofia, a

partire dalle differenze tra femmine e maschi, tra donne e uomini, che la società rischia vieppiù di

enfatizzare indebitamente, allo scopo di condizionare comportamenti e competenze declinate al

“maschile” e al “femminile”, con donne oggetto in primo piano (cfr. Amoretti e Vassallo).

In fondo la donna rimane pura apparenza, una finzione al servizio dell’androcentrismo, del

razzismo, dell’eterosessismo, della “normalità”, uno strumento normativo utile per imporre agli

esseri umani di comportarsi in determinati modi, per avallare determinate pratiche e delegittimarne

altre. L’idea che tutte le donne presentino similarità essenziali serve, per esempio, a legittimare il

fatto che alle donne e agli uomini vengano assegnati ruoli culturali, professionali, sessuali e sociali

distinti, che le donne debbano attenersi a canoni di genere cognitivamente diversi rispetto a quelli degli uomini, che i tratti fisici e psicologici delle donne debbano essere femminei, mentre quelli

degli uomini mascolini. L’essenzialismo ha senz’altro legittimato un certo convenzionalismo

femminile, costringendo le donne al perbenismo, vietando loro la realizzazione completa delle loro

potenzialità. Del resto, le donne rimangono oggetti. Ma esso ha soprattutto ratificato il dualismo

uomo/donna, da cui sono aristotelicamente zampillati altri pericolosi dualismi:

mascolino/femmineo, razionale/irrazionale, attivo/passivo, culturale/naturale, oggettivo/soggettivo,

e così via.

“Scenari” 25/01/2016

 

4) MARINA FORTI “I nostri abiti”

 

Gli abiti che indossate probabilmente sono stati cuciti in un posto molto simile a

Katunayake, alle porte di Colombo, nello Sri Lanka. È un villaggio di modeste case a un piano, galline che chiocciano nei cortili tra banani e alberi di mango, quasi nascosto dal verde intenso della vegetazione. Però siamo in una periferia urbana, a due passi dall’aeroporto internazionale della capitale srilanchese.

Soprattutto, siamo accanto a una “zona speciale per l’esportazione”, agglomerato di un’ottantina di

stabilimenti in cui lavorano quasi 40mila persone: qualche azienda di componenti elettroniche,

manifatture varie, ma per lo più fabbriche di abbigliamento che lavorano per committenti stranieri.

Sfornano abiti che saranno venduti in tutta Europa e negli Stati Uniti, spesso con marche molto

note.

Gocce di sudore

Il villaggio dall’aspetto rurale dunque è un sobborgo operaio a ridosso delle fabbriche. Qui

alloggiano i lavoratori della zona speciale, mi spiega Chamila Tushari mentre scendiamo

dall’autobus, sulla trafficatissima strada nazionale, e ci addentriamo tra i viottoli. “Zona speciale”

significa che le aziende godono di esenzioni fiscali e altri benefici, concessi dal governo per

favorire gli investimenti; quella di Katunayake, fondata nel 1978, è tra le prime del paese.

Richiama manodopera dalle campagne più lontane: “Sono per lo più donne, spesso molto giovani;

arrivano da località distanti anche più di un centinaio di chilometri”. Chamila Tushari lavora in

questo sobborgo da una ventina d’anni. Coordina il collettivo Dabindu, che significa “goccia di

sudore”, organizzazione un po’ sindacale, un po’ sociale. Mi indica case adibite a pensionato: “Le

operaie lavorano tra le 12 e le 14 ore al giorno, poi spendono buona parte del salario per pagarsi una

stanza e il cibo”.

Le note marche occidentali hanno smesso da tempo di avere fabbriche proprie

Le lavoratrici di Katunayake però alimentano una delle principali industrie dello Sri Lanka. Tessili e

abbigliamento sono la prima voce dell’export del paese, hanno generato oltre 4,7 miliardi di dollari

di reddito nel 2014. Sono anche la seconda fonte di valuta straniera (la prima sono le rimesse degli

emigranti). Secondo l’ente nazionale per gli investimenti, le prime tre aziende del paese esportano

da sole merci per più di tre miliardi di dollari all’anno, quasi tutto negli Stati Uniti e in Europa, e

sono tra i 50 maggiori fornitori di abbigliamento sul mercato mondiale.

La parola “fornitori” è appropriata. L’industria dell’abbigliamento è un sistema globale in cui, da un

lato, ci sono imprese di paesi industrializzati che vendono abiti e abbigliamento sportivo, di solito

con marchi noti; dall’altro, ci sono i produttori di quegli abiti.

Le note marche occidentali in effetti non producono più nulla. Hanno smesso da tempo di avere

fabbriche proprie; si limitano a commissionare i loro modelli a fabbricanti sparsi in paesi a basso

reddito e basso costo del lavoro, per lo più in Asia (una decina di paesi dell’Asia meridionale e del

sudest oggi sforna il 60 per cento dell’abbigliamento mondiale, secondo dati dell’Organizzazione

mondiale del commercio). Questo significa che l’impresa europea o statunitense non ha alcuna

responsabilità verso gli operai che cuciono i suoi vestiti: non sono suoi dipendenti.

Connessioni opache

Tra le belle vetrine in Europa e le fabbriche asiatiche dunque c’è una rete complicata. L’impresa

occidentale fa la sua ordinazione a un certo numero di imprenditori con cui ha un rapporto diretto;

questi producono in proprio, in grandi stabilimenti con migliaia di operai, oppure subappaltano apiccole fabbriche. Un singolo marchio occidentale dunque può avere centinaia di fornitori. In

mezzo ci sono intermediari, la catena si allunga, le connessioni sono opache.

Quando il 24 aprile del 2013 in Bangladesh è crollato il Rana Plaza (guarda il reportage Il vero

prezzo della moda), uccidendo più di 1.100 persone (oltre a 300 ancora disperse, e più di 2.400

ferite), in quell’edificio lavoravano cinque imprese su commissione di alcune grandi marche

occidentali (tra cui l’italiana Benetton): ma non è stato semplice individuare i nomi dei committenti,

e in ogni caso questi non avevano nessuna responsabilità diretta.

Certo è che tra i “fornitori” c’è una concorrenza spietata: si aggiudica le ordinazioni chi offre il

prezzo più basso. Facile indovinare che per tagliare i costi le imprese aumentano i ritmi di lavoro,

comprimono i salari, tagliano sulla sicurezza. La corsa al ribasso ricade sui lavoratori.

Le operaie di Katunayake stanno all’estremo di questo sistema globale.

“Arrivano dalle campagne pensando di lavorare alcuni anni e mandare soldi alla famiglia, ma

scoprono presto che qui la vita è molto dura”, dice Chamila Tushari. Lungo la strada noto

manifestini affissi ai pali della luce: le aziende reclutano, con foto di donne dai sorrisi felici e una

cifra stampata in grande, “puoi guadagnare fino a 24mila rupie mensili”, circa 150 euro.

Operaie di una fabbrica di abbigliamento a Katunayake, Sri Lanka, il 21 ottobre 2015. (Buddhika

Weerasinghe, Bloomberg/Getty Images)

“Ma non è vero. I lavoratori della zona speciale prendono al massimo tra le 17 e le 20mila rupie”. È

sempre più delle diecimila rupie del salario minimo di legge, “ma per arrivarci devono fare almeno

quattro ore di straordinario al giorno e guadagnarsi i bonus”. Un euro sono 156 rupie: dunque i

salari vanno da circa 65 a 130 euro mensili, dipende tutto da voci come il “bonus di presenza” e i

premi di produzione (più pezzi prodotti, più salario: è il vecchio cottimo). “Se fai due giorni di

malattia perdi il bonus presenza. Il numero quotidiano di pezzi aumenta di continuo, se non ce la fai

salta il premio di produzione. Per portare a casa 20mila rupie ti devi sfiancare”.

Anche nel migliore dei casi però “resta una paga da povertà”, osserva Tushari. Cita i dati dell’ente

nazionale di statistica: considerato il “paniere” di prodotti essenziali, una famiglia di quattro

persone ha bisogno almeno di 51mila rupie mensili. Gli operai dello Sri Lanka lavorano per salari

ben al di sotto di questa cifra. Negli Stati Uniti li chiamerebbero working poor.

Il 60 per cento dei lavoratori nelle zone speciali per l’export soffre di anemia

Siamo arrivate al piccolo bungalow dove ha sede il collettivo Dabindu, due stanze e un cortile dove

il sabato si tengono corsi sui diritti dei lavoratori, addestramento professionale, a volte gite. Il

collettivo è nato trent’anni fa, fondato da un’attivista per i diritti sociali e un sindacalista. Hanno

cercato sede qui, nel sobborgo operaio, perché era l’unico modo per entrare in contatto con i

lavoratori: “Nella zona speciale è vietato l’ingresso agli estranei. La legge ha riconosciuto anche qui

il diritto ad associarsi, ma nei fatti il sindacato è bandito e anche il nostro lavoro è molto malvisto”.

Vite precarie

Le aziende affermano di avere un deficit di manodopera, ma non per questo migliorano i salari.

“Piuttosto, ormai assumono anche adolescenti, ragazze di 15 o 16 anni”, spiega Arul Joseph,

dirigente della National free trade union, confederazione di sindacati indipendenti, che ci ha

raggiunto nel bungalow di Katinayaka. Oppure reclutano attraverso le agenzie di lavoro a contratto,

continua: “Li chiamiamo ‘lavoratori manpower’, fanno lo stesso lavoro dei dipendenti diretti ma

sono più precari, e sono pagati meno perché l’agenzia trattiene una percentuale del salario”.

Di recente le aziende hanno reclutato anche tamil chiamati dal nord del paese, aggiunge il

sindacalista. È la minoranza etnicolinguistica dello Sri Lanka, travolta da una guerra interna durata

25 anni e finita sei anni fa in modo sanguinoso, con i ribelli armati sterminati dall’esercito e gran

parte dei civili costretti a sfollare. Le ferite sono ancora aperte, la normalizzazione è lenta; solo ora i

profughi interni si avvicinano a cercare lavoro. “Sono i meno sindacalizzati, i più vulnerabili”,

osserva la coordinatrice del collettivo operaio.Chamila Tushari cita un’indagine condotta nel 2009 dal ministero del lavoro dello Sri Lanka, da cui

risulta che il 60 per cento dei lavoratori nelle zone speciali per l’export soffre di anemia: non

possono permettersi il cibo sufficiente. Parla di malnutrizione, disturbi riproduttivi, malattie da

stress. Vite precarie: “Arrivano in fabbrica ragazze sempre più giovani. Magari si legano a un uomo,

a volte restano incinte, e allora scoprono che lui aveva già una famiglia o comunque scompare:

abbiamo visto aumentare le giovani madri single, alcune appena quindicenni”.

Portano il bambino ai nonni, subiscono tutta la riprovazione sociale. Se si sposano, finiscono

comunque per lasciare i figli ai parenti, al paese: come tenerli, con 14 ore al giorno in fabbrica?

Così dice Mathika, una delle operaie che a volte si fermano nel piccolo bungalow di Dabindu, dopo

il lavoro. Lei lavora a Katunayake dal 2003; abbandonata dal marito è tornata al paese con un figlio,

ma poi lo ha lasciato ai nonni per tornare in fabbrica. Almeno è indipendente, dice: “Che altro potrei

fare?”.

Ovunque i carichi di lavoro aumentano, i salari reali calano, gli straordinari sono la regola

Il collettivo Dabindu ha pubblicato opuscoli su salute riproduttiva, contraccezione, educazione

alimentare, diritti delle donne. Pubblica anche un bollettino – i primissimi numeri erano ciclostilati.

All’inizio, dice Tushari, tra i dormitori era difficile perfino distribuire volantini, tanta era la

diffidenza; ora sempre più lavoratrici si fanno avanti, nonostante le intimidazioni.

“In Sri Lanka abbiamo una legislazione progressista sul lavoro, ma non è applicata”, dice Arul

Joseph. Cita un’assemblea sindacale con centinaia di operai, fuori orario: l’azienda ha filmato, ha

identificato i partecipanti e li ha chiamati uno per uno, con un messaggio semplice: se ti iscrivi al

sindacato sei fuori.

È recente anche il caso di Smart Shirts Lanka, una delle aziende più importanti a Katunayake (è di

Hong Kong, ha altre filiali in Cambogia e Vietnam); qui ha 3.600 dipendenti e produce per la marca

Next. “Quando l’azienda ha saputo che quasi trecento operai avevano deciso di iscriversi alla

Commercial and industrial workers union, ha licenziato i più attivi e ha mandato i suoi thug,

picchiatori, a minacciare gli altri. Molti hanno restituito la tessera del sindacato, e hanno firmato

una dichiarazione che non si sarebbero iscritti”. Sono pratiche illegali, osserva Joseph, “ma come

dimostrarle? I lavoratori terrorizzati non testimonieranno, e l’azienda resta impunita”. Ma ormai,

aggiunge sarcastico, “tutto lo Sri Lanka è una export processing zone”.

I racconti dei sindacalisti dello Sri Lanka non sono molto diversi da quanto descrivono attivisti e

rappresentanti sindacali in India, in Cambogia, in Indonesia e in Bangladesh, riuniti il mese scorso a

Colombo. L’occasione era una sessione del Tribunale permanente dei popoli, l’istituzione fondata

da Lelio Basso, organizzata insieme alla Asia floor wage alliance, una rete di sindacati e

organizzazioni non governative di tutta l’Asia. Era la conclusione di una serie di “tribunali” nei

paesi citati (escluso il Bangladesh), un lavoro di indagine durato quattro anni a cui hanno

partecipato sindacati, lavoratori (quasi sempre lavoratrici), autorità pubbliche, in qualche caso

rappresentanti delle aziende, insieme a esperti e giuristi e qualche giornalista (chi scrive era nella

giuria di quella sessione del Tribunale dei popoli).

Consumarsi in fabbrica

“Dalle testimonianze che abbiamo raccolto risulta che ovunque i carichi di lavoro aumentano, i

salari reali calano, gli straordinari sono la regola e le norme su paghe e orari non sono sempre

rispettate”, riassume Annanya Bhattacharjee, coordinatrice della Asia floor wage alliance e

presidente del sindacato indiano Garment and allied workers union. La pratica di arruolare

lavoratori interinali, come a Katunayake, è sempre più diffusa: con il risultato di limitare garanzie e

diritti.

Sono comuni anche le storie di intimidazione verso chi si avvicina ai sindacati: in particolare (ma

non solo) nelle “zone speciali”, che si moltiplicano in tutta l’Asia. Spesso le proteste sono state

represse con la forza, dal Bangladesh alla Cambogia.Dopo il crollo del Rana Plaza le dichiarazioni di solidarietà si sprecano ma non è cambiato molto

In tutti questi paesi i lavoratori dell’abbigliamento sono in gran parte donne: di solito provenienti da

zone rurali o comunque dagli strati più vulnerabili della società. Tutte hanno riferito di orari di

lavoro massacranti, maltrattamenti e insulti, o di straordinari non contati nella busta paga. Molestie

sessuali, miserie quotidiane – perfino le pause per la toilette negate, anche nei giorni mestruali:

impressionante sentire giovani operaie che sfidano pregiudizi e intimidazioni per testimoniare cosa

significa consumarsi in fabbrica.

Un operaio in una fabbrica di abbigliamento a Katunayake, Sri Lanka, il 21 ottobre 2015.

(Buddhika Weerasinghe, Bloomberg/Getty Images)

Se c’è un caso che ha scosso il mondo è quello del Rana Plaza in Bangladesh: un esempio brutale

delle condizioni di lavoro in questa industria. “Da allora le dichiarazioni di solidarietà si sprecano,

ma per le lavoratrici non è cambiato molto”, osserva Rokeya Kabir, attivista di un’associazione per

il sostegno legale alle lavoratrici, la Bangladesh nari progati sangha. “Il governo ha istituito un

‘fondo di soccorso e welfare’ per le vittime e le loro famiglie, che ha raccolto 16 milioni di dollari.

Quasi due anni dopo però ne ha distribuito appena il 15 per cento, molti non hanno ancora visto un

centesimo. Nelle fabbriche il lavoro è ripreso come prima”.

Dopo la tragedia il salario minimo dei lavoratori dell’abbigliamento è stato aumentato, ora

raggiunge l’equivalente di 68 dollari: “Le imprese però hanno aumentato i ritmi, se prima davano

target di 36 pezzi cuciti in un’ora, ora arrivano fino a 120”.

Il diritto al salario vitale è un diritto umano

Dunque neppure una tragedia come quella del Rana Plaza ha indotto a migliorare il lavoro

nell’industria dell’abbigliamento? “Sì, ci sono state ispezioni sulla sicurezza dei luoghi di lavoro,

ma si moltiplicano le piccole aziende, in subappalto, che non rispettano le misure di sicurezza e

sfuggono ai controlli”, spiega ancora Rokeya Kabir. Il governo di Dhaka ha firmato un “programma

di sostenibilità” con l’Unione europea e l’Organizzazione mondiale del lavoro, per migliorare la

sicurezza.

Hanno aderito numerose imprese europee e statunitensi che tengono alla propria immagine. Del

resto, da ormai vent’anni si parla di “codici di condotta” e “responsabilità sociale d’impresa”: tutti

impegni volontari – e secondo gli attivisti della rete Asia floor wage, hanno dimostrato il loro

fallimento. “I marchi internazionali sono parte di questo sistema di produzione decentrato, e sono

collettivamente responsabili delle condizioni di lavoro lungo tutta la catena”, dice Annanya

Bhattacharjee, “ma non c’è un meccanismo internazionale a cui debbano rispondere”.

“È chiaro che i lavoratori non riescono a vivere con i loro salari, ma non hanno alternative”, dice

Ashim Roy, dirigente del sindacato indiano New trade union initiative e uno dei promotori della

Asia floor wage campaign. Anche dove i salari minimi di legge sono rispettati, restano sotto la

soglia di povertà: come nello Sri Lanka.

Per questo la rete Afwa preferisce parlare di living wage, un salario che permetta di vivere. Propone

un calcolo preciso: la somma necessaria a garantire tremila calorie al giorno per persona, per una

famiglia di due adulti e due bambini, oltre a un alloggio, la scuola e l’accesso a servizi sanitari. “In

ogni paese, aziende e governi sostengono che se si aumentano troppo i salari il paese perde

competitività, rischia gli investimenti stranieri”, continua Roy, perché le aziende andranno a cercare

aziende con il costo del lavoro più basso.

Così i sindacati puntano a una campagna sovranazionale. Dicono che è urgente riconoscere un

“salario vitale” come diritto umano fondamentale, come il diritto al cibo, alla salute, a un alloggio.

Sostenuta da ong europee e americane, come la Clean cloth campaign, l’idea ha cominciato a

trovare ascolto presso l’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil): la rete di sindacati asiatici

spera che l’Oil la includa tra i suoi princìpi fondamentali.

A Katunayake di “codici di condotta” non si vede traccia, e neppure di living wage. Una sera seguoChamila Tushari in un pensionato operaio: un grande cortile su cui si affacciano diverse costruzioni

a un piano, con file di stanze che ora vedo illuminate. Ciascuna con una finestra, letto e qualche

mobile – un armadio, un tavolino. In quelle più grandi vivono famiglie, vedo bambini seduti a terra

a fare i compiti. Qualcuno lava i piatti alla fontanella nel cortile, uomini appena tornati dal lavoro si

lavano a un’altra fontana; i servizi igienici sono in fondo, comuni.

Una ragazza invita a entrare: si sta preparando la cena per terra, su un fornellino da campeggio.

Lavora per la Next, dice, come la sua vicina. Paga 2.500 rupie per la stanza, poi c’è da comprare il

cibo e da mandare soldi a casa. Altri pensionati prendono anche tre o quattromila rupie, spiega. Sul

tavolino c’è una bella radio accesa: insieme al telefonino, è l’unico segno di comfort. Il silenzio cala

presto; nella vicina casa padronale è ora di cena, i guardiani sbarrano i cancelli del “pensionato”.

Torniamo sulla strada nazionale tra il gracidio delle rane e il frastuono degli aerei che decollano.

“Internazionale” 23 Gen 2016

 

5) Recensione – ANNA SEGHERS “La settima croce”

Beat 2015 € 16,50

 

Questo libro è dedicato agli antifascisti tedeschi morti e vivi. La sua pubblicazione in Messico è

stata possibile grazie all’amicizia e alla collaborazione di scrittori, artisti e stampatori tedeschi e

messicani.

Siamo nel 1936. Hitler è Cancelliere del Reich da soli tre anni, e tra le prime misure repressive

istituisce campi di concentramento per gli oppositori interni al regime.

Nel campo di Westhofen, cittadina situata nella Renania vicino a Magonza, il comandante

Farhenberg, utilizzando il tronco di sette platani, a cui ha inchiodato delle assi, ha costruito sette

croci e ha giurato che vi appenderà i setti prigionieri che sono evasi dal campo: Wallau, Fullgrabe,

Beutler, Belloni, Aldinger, Pelzer e Heisler. Sono uomini che, dopo aver subito angherie d’ogni

sorta, scelgono di fuggire. Tra loro c’è chi vede la morte come unica possabilità di porre fine alla

sofferenza, e chi invece è animato da un indomabile istinto di sopravvivenza.

Gli evasi saranno via via catturati dagli uomini di Farhenberg, tranne uno.

Con una mano sanguinante, senza mangiare e bere per giorni, dormendo nel bosco e in pertugi di

fortuna, Heisler non cede. A tenerlo in vita saranno il desiderio di poter riabbracciare la sua Leni, di

rivedere l’amico d’infanzia Paul Roder, di incontrare di nuovo Franz, con il quale, in gioventù, ha

condiviso gli stessi ideali e condotto battaglie per l’eguaglianza tra gli uomini.

La dittatura di Hitler ha creato in tutto il paese un clima di sospetto, al punto che anche dietro la

persona più fidata si può nascondere un delatore. Una parola in più, un incontro casuale o la

frequentazione di un amico potrebbero rivelarsi fatali.

Solo, senza potersi fidare di nessuno, Heisler si trascina sulle sponde del Meno per raggiungere il

confine. È allo stremo delle forze quando, inaspettatamente, alcuni tedeschi decidono di mettere in

gioco la loro vita in nome dell’amicizia.

Un libro appassionante, dove, dalle prime pagine alla fine, chi legge non può non schierarsi dalla

parte di Georg Heisler e la sua vittoria sui suoi persecutori diventa anche la nostra. La croce

destinata a Georg Heisler rimarrà vuota.

Pubblicato per la prima volta nel 1942, il libro divenne subito un bestseller internazionale. Tradotto

in più di trenta lingue, nel 1944 fu oggetto di una trasposizione cinematografica diretta da Fred

Zinnemann.

Nata a Magonza nel 1900, Anna Seghers (pseudonimo di Netty Reiling) studiò storia dell’arte a

Colonia e Heidelberg, laureandosi con una tesi sull’ebraismo nell’opera di Rembrandt. Si affermò

come scrittrice nel 1928 con il racconto Der Aufstand der Fisher von St. Barbara, che vinse il

premio Kleist. Iscrittasi al Partito Comunista, dopo la presa del potere da parte di Hitler nel 1933, le

sue opere furono messe al bando e fu costretta a rifugiarsi in Francia. Durante la guerra civile

spagnola svolse attività di propagnada a Madrid e nel 1941 emigrò in Messico, dove scrisse La

settima croce. Tornata a Berlino nel 1947 fu uno degli intellettuali di spicco della Repubblica

Democratica Tedesca e fu insignita del Premio Lenin per la pace nel 1951. Morì a Berlino Est nel

1983.