SOMMARIO:

 

 

 

1) MUSA OKWONGA ” Sui fatti di Colonia”

 

2) IDA DOMINJIANNI “L’ indice di Colonia”

 

3) MONICA LANFRANCO “Colonia: donne, uomini e priorità”

 

4) LORELLA ZANARDO “Aggressioni a Colonia”

 

5) La Legge di Stabilità votata il 28 dicembre 2015

 

6) Recensione HELEN HUMPHREYS “ Il canto del crepuscolo”

 

 

 

1) MUSA OKWONGA – “Se vogliamo discutere di Colonia, dobbiamo schierarci dalla parte delle donne ”

 

Per ognuna di loro deve essere stato terrificante. Sono state circondate, molestate e aggredite da

gruppi di uomini ubriachi, la notte di capodanno, nel centro di Colonia. A quanto pare gli aggressori

erano quasi mille e le loro azioni potrebbero essere state coordinate. Un ministro ha parlato di un

“reato di dimensioni completamente nuove”. Secondo il capo della polizia Wolfgang Albers, “ci

sono state aggressioni sessuali su larga scala”. E ha continuato: “I reati sono stati commessi da un

gruppo di persone che a giudicare dall’aspetto erano in larga misura di origine nordafricana o

araba”.

La portata delle violenze a sfondo sessuale contro le donne in tutto il mondo è incredibile: è

raccapricciante, dolorosa e suscita molta rabbia. Che le donne si trovino in spazi pubblici o nella

presunta sicurezza delle loro case, i reati commessi contro di loro sono infiniti. Per citare le Nazioni

Unite: “Si stima che il 35 per cento delle donne in tutto il mondo abbia subìto violenze fisiche e/o

sessuali commesse dal compagno o violenze sessuali compiute da una persona diversa dal partner.

Tuttavia, alcune ricerche su base nazionale dimostrano che in Germania almeno il 70 per cento delle

donne nel corso della vita ha subìto violenza fisica e/o sessuale da parte del partner”.

Le aggressioni a Colonia, dunque, non sono un caso isolato, ma la punta dell’iceberg di una

situazione particolarmente grave che, dal punto di vista globale, è sempre stata sul punto di

esplodere. Suona troppo drammatico? Ma le statistiche e le testimonianze sono abbastanza precise.

Come scrive il Guardian:

Una delle vittime, Katja L., ha riferito al Kölner Express: ‘Quando siamo uscite dalla stazione, ci

siamo meravigliate degli uomini che incontravamo, che erano solo stranieri… Abbiamo attraversato

un gruppo di uomini che formavano una specie di tunnel, e noi dovevamo passarci in mezzo…

Sono stata palpeggiata dappertutto. È stato un incubo. Urlavamo e li colpivamo, ma non si sono

fermati. Era orribile, credo di essere stata toccata circa cento volte in duecento metri’. Un inquirente

ha riferito al Kölner Express: ‘Le donne vittime delle aggressioni sono state spintonate, avevano

lividi sui seni e nella parte posteriore del corpo’.

Il Guardian prosegue:

Le aggressioni sono state l’argomento di conversazione principale su Twitter in Germania. Alcuni

hanno accusato i mezzi d’informazione di non aver parlato della vicenda, altri temevano che

l’incidente sarebbe stato strumentalizzato dai movimenti di destra contro i profughi.

A questo punto c’è il pericolo reale che le donne aggredite spariscano dall’orizzonte, sommerse da

una guerra di parole tra destra e sinistra. A dire il vero sta già succedendo. Perciò ripetiamo cosa è

successo: un migliaio di uomini ha aggredito con violenza parecchie donne in un luogo pubblico.

Novanta di loro hanno presentato una denuncia alla polizia. La stessa notte si sono verificate

aggressioni sessuali simili anche ad Amburgo.

Quegli uomini hanno pensato di avere un diritto assoluto sul corpo delle loro vittime. È

sconvolgente.

I fatti di Colonia stanno scatenando polemiche, perché negli ultimi dodici mesi la cancelliera

Angela Merkel ha accolto circa un milione di profughi arrivati dalle stesse aree geografiche da cui

si dice che provengano gli autori delle aggressioni. Perciò tanti indicano proprio la politica di

Merkel come responsabile della loro presenza in Germania.A voler essere precisi, molti degli aggressori erano già noti alle forze dell’ordine e non erano tra i

profughi arrivati di recente.

Però, il dibattito sarà comunque dominato dalla questione razziale, quindi parliamone. La Germania

non è particolarmente diversificata dal punto di vista etnico, e la maggior parte dei neri e degli arabi

che si vedono in giro appartiene alla classe operaia. I motivi sono vari, uno tra tutti la difficoltà per

chi arriva dall’Africa o dal Medio Oriente di ottenere i documenti o di trovare un lavoro.

A Berlino, la città dove vivo, i neri sono in maggioranza poveri, senzatetto, oppure spacciano a

Görlitzer o a Warschauer strasse, due delle più affollate stazioni ferroviarie della città. E quando

dico maggioranza, intendo qualcosa che si avvicina all’80 per cento, se non di più.

E a rischio di apparire impietoso, penso che le persone interessate a cogliere le sfumature

socioeconomiche dei motivi di questa povertà siano molto meno numerose di quanto vorrei. Penso

invece che ci sia una tendenza, più diffusa di quanto si vorrebbe ammettere, a considerare gli

uomini neri intrinsecamente inaffidabili o criminali.

Lo dico basandomi in parte sulle mie esperienze nella città e in parte su quanto raccontato da amici

non bianchi. Uno di loro, un africano, ha avuto enormi difficoltà a trovare un appartamento a

Berlino tramite Airbnb, al punto che ha dovuto chiedere a qualcun altro di prenotare al posto suo.

Le storie di neri che hanno difficoltà a trovare stanze e appartamenti sono tantissime. Certo, trovare

casa in affitto a Berlino non è facile, tenuto conto della popolarità della città, ma le storie di

discriminazione dopo un po’ cominciano ad accumularsi. Più banalmente, mi colpisce constatare

quante volte – perfino sui treni più affollati – i bianchi lasciano uno spazio tra loro e me, temendo

forse di sedersi vicino a un uomo di aspetto africano. E se vi sembro paranoico, allora vi dirò che

me ne sono accorto quando un bianco comprensivo me l’ha fatto notare, scuotendo la testa divertito.

Ai razzisti non importa delle donne che sono state aggredite a Colonia e Amburgo, gli importa solo

dimostrare ciò che hanno sempre pensato: che siamo delle bestie

A quanti di voi staranno pensando che sono troppo suscettibile, dirò che sto solo raccontando dei

dati di fatto. Adoro questa città, e per viverci vale la pena affrontare simili difficoltà. Ma questi

esempi mi fanno capire che i comportamenti nei confronti dei neri in alcune zone della Germania

siano già pericolosamente discriminatori. E adesso ci troviamo davanti alle aggressioni di Colonia,

probabilmente uno degli episodi più gravi di questo tipo.

E dunque cosa fare con tutte queste analisi? Be’, in realtà è semplice. Schieriamoci dalla parte delle

donne. In Germania come altrove, i razzisti odiano comunque gli uomini neri. Hanno pensato che

fossimo stupratori e pervertiti appena ci hanno visto. Ai razzisti non importa delle donne che sono

state aggredite a Colonia e Amburgo, a loro importa solo dimostrare quel che hanno sempre pensato

– o sperato: che siamo delle bestie.

A me, di loro non importa. Né mi importa delle persone che non vogliono sedersi accanto a me sul

treno. La paura di ciò che non si conosce è difficile da superare. Mi preoccupa molto di più la

sicurezza delle donne che adesso potrebbero sentirsi più vulnerabili nei luoghi pubblici. Non penso

che le donne si siano mai sentite particolarmente tranquille di fronte a folle di uomini ubriachi e

aggressivi, a prescindere dalla loro razza. Ma indipendentemente dalle loro intenzioni, le donne

saranno più intimorite di prima dai gruppi di giovani nordafricani e arabi.

Perciò ecco la mia proposta. Perché non partiamo dal presupposto che camminare per strada senza

essere molestata è un diritto fondamentale di ogni donna, in qualunque parte del mondo? Per noi

uomini, a prescindere dalla nostra appartenenza etnica, è arrivato il momento di condannare sul

serio il trattamento riservato alle donne negli spazi pubblici: dobbiamo rifiutare con decisione l’idea

che siano le convenzioni sociali a spingerci a trattare le donne come oggetti, o che siamo condannati

dai nostri incontrollabili desideri sessuali a saltargli addosso mentre ci passano accanto.

Dobbiamo fare tutto il possibile per sfidare la misoginia che da troppo tempo domina nel mondo, e

dobbiamo respingere ogni atteggiamento di repressione sessista che ci sia stato impartito. Perché ledonne sono stanche di parlarci di tutto questo, e sfinite da una battaglia che è stata sottovalutata

troppo a lungo.

(Traduzione Giusy Muzzopappa) Questo articolo è uscito sul settimanale britannico New Statesman. Gennaio 2016

 

2) IDA DOMINIJANNI – “L’indice di Colonia”

 

Un branco di maschi è un branco di maschi. A qualunque latitudine e di qualunque colore (anzi:

“colore presunto”) essi siano. Con rara onestà intellettuale e morale, l’ha ricordato ieri su

Repubblica Gabriele Romagnoli, a partire dalla sua propria esperienza di studente universitario

bolognese, nonché di “maschio sessualmente arretrato”, che quarant’anni fa partecipava, o

assisteva, ai riti goliardici di carnevale che ogni anno contemplavano caccia, molestie e

palpeggiamento delle ragazze. E lo si potrebbe ricordare con svariati altri esempi presi dal mondo

occidentale, bianco e libero, dove stupri di gruppo, molestie di varia natura, femminicidi di varia

efferatezza non smettono di accadere. Oppure con altri esempi tratti dal circuito militare,

occidentale e orientale, settentrionale e meridionale, dato che sempre nelle guerre, e in qualunque

guerra, le donne continuano a essere la preda succulenta che gli eserciti di maschi si contendono, o

il marchio etnico che cercano di conquistare, o la presunta altrui proprietà che cercano di rapinare.

Lo si ricorda per sminuire i fatti di Colonia, Francoforte, Amburgo, Düsseldorf e Stoccarda? No. I

fatti della notte di capodanno non vanno sminuiti: sono fatti brutti, e, se fossero come si sospetta

l’effetto di un’azione coordinata di bande di maschi “nordafricani” – ma attenzione, basta

interpellare delle amiche che abitano in quelle città per sapere che la notte di capodanno l’aria che

tira è sempre la stessa –, sono fatti inquietanti. Segnalano che la provocazione dei maschi islamici

contro i maschi occidentali tramite l’aggressione delle “loro” donne entra ufficialmente,

dichiaratamente, a far parte delle tattiche della guerra civile globale in corso. E questa è certamente

una pessima notizia, che non va derubricata.

Ma che non va nemmeno distorta, o piegata ad altri fini, l’altro fine essendo il titillamento

dell’ideologia dello “scontro di civiltà” cui si presta egregiamente: che è precisamente quello che gli

islamisti radicali cercano di fomentare e dovrebbe essere precisamente la trappola in cui evitare di

cadere. Intendiamoci, c’è pochissimo di nuovo sotto il sole. È dall’indomani dell’11 settembre

americano che tutto l’occidente suona la grancassa dell’oppressione femminile come marchio

d’inferiorità della cultura islamica, e della liberazione delle donne dal patriarcato islamico come

legittimazione per le guerre occidentali di “democratizzazione” del Medio Oriente. Non per caso,

questa grancassa suona soprattutto nel fronte conservatore americano ed europeo, che è tanto pronto

a difendere la libertà femminile delle donne contro l’aggressione degli “altri” maschi quanto è

pronto a tacitarla, all’occorrenza, in casa propria: che dire dell’allarme per i fatti di Colonia di un

commentatore come Sallusti, che ai tempi del Berlusconi-gate non aveva mezzo dubbio sulla libertà

maschile di comprarsi il corpo femminile? Oppure che dire delle certezze del Corriere della Sera,

che dagli attentati di Parigi porta avanti una strenua battaglia a difesa dello “stile di vita”

occidentale assimilando la libertà femminile alla libertà di andare a teatro o a prendersi un aperitivo

al bar? Difese sospette, cui consegue sempre l’ingiunzione alla sinistra, o a ciò che ne resta, a non

sacrificare i diritti delle donne alla bandiera del multiculturalismo.

Ma qui non è questione di multiculturalismo, se per multiculturalismo si intende il rovescio dello

scontro di civiltà, ovvero l’accettazione acritica di una cultura diversa dalla propria e la

giustificazione delle sue gerarchie e sopraffazioni interne, a partire dalla gerarchia uomo/donna e

dalla sopraffazione delle donne da parte degli uomini. I branchi di maschi che assalgono donne non

sono giustificabili in nome di niente, né nella cultura islamica né nella cultura occidentale, né fra gli

immigrati di Colonia né nei campus americani o nelle scuole “bianche” italiane. Assumere davvero

lo stato dei rapporti fra i sessi e la libertà femminile come indici dello stato di una civiltà – o

meglio, della crisi di civiltà in cui il mondo intero si trova – significa affrontare le contraddizioni comuni e trasversali alle civiltà che vengono rappresentate come contrapposte e in lotta fra loro.

Significa combattere la brutalità del patriarcato islamico come i residui, o i rigurgiti, patriarcali

nelle democrazie occidentali. E viceversa: significa anche e forse oggi soprattutto riconoscere i

segni positivi di libertà femminile non solo nelle democrazie occidentali, ma anche nei paesi più

patriarcali dei nostri. Solo pochi giorni fa Shirin Neshat, un’artista che in materia di rapporti tra i

sessi nel mondo islamico non ha uguali e non teme confronti, in un’intervista sul Manifesto

interpretava l’efferatezza contro le donne nel radicalismo islamico come il segno non tanto di una

permanente oppressione femminile, quanto di una inquietante arretratezza e reattività della cultura

politica di fronte a una libertà femminile sempre più diffusa.

È una sindrome che in occidente conosciamo bene: il patriarcato diventa più aggressivo proprio

quando scricchiola. Se cominciassimo a leggere il disordine mondiale nei termini di una crisi

planetaria del patriarcato, e non nei termini autorassicuranti di un Eden occidentale della libertà

femminile in guerra contro l’inferno patriarcale islamico, probabilmente cominceremmo finalmente

a fare un po’ d’ordine, a capodanno e tutti i giorni.

Gen 2016

 

3) MONICA LANFRANCO – Colonia: donne, uomini e priorità -“Gli uomini violenti di Colonia devono essere assicurati alla giustizia e condannati per i reati che verranno accertati, e sono un banco di prova ….”

 

Da alcuni giorni non c’è conversazione nella quale sia assente la menzione dei fatti di Colonia.

Ravviso un’inquietudine diffusa, tra le donne che conosco e dentro di me: mi tornano in mente le

pagine del libro, e del film, pochissimo visto e conosciuto, della pure celeberrima Margaret Atwood,

Il racconto dell’ancella, nel quale si descrive un mondo sempre più violento che decide che i diritti

delle donne sono da sacrificare in nome del controllo sociale e dell’ordine.

Le aggressioni, avvenute nei pressi della stazione centrale, (emergono ora casi analoghi anche in

altre città tedesche) sono state organizzate in modo preciso, come emerge dalle testimonianze delle

vittime, da parte di gruppi di giovani uomini, sembra nordafricani, che hanno circondato, intimidito

e fatto violenza alle donne scelte come bersaglio, in modo ripetuto e per molte ore.

I numeri sono impressionanti: un migliaio gli aggressori, decine le vittime, forse alcune non

denunceranno mai per la vergogna, la paura e lo shock.

Il dibattito si polarizza in queste ore sull’insufficiente presenza della polizia da una parte e

sull’identità degli aggressori dall’altra. Si fa presto a semplificare, per sottovalutazione del

problema e per voglia di strumentalizzarlo: da una parte serve più repressione, si dice, considerando

l’accaduto un fatto di delinquenza comune, e dall’altra si allontana la palese connotazione sessista

delle aggressioni condannando questi uomini perché stranieri, spostando lo sguardo sul tema

emergenziale dell’immigrazione.

Soluzione trovata: meno immigrazione più pattugliamenti e voilà, la violenza sulle donne

magicamente scompare, dalla Germania e dal mondo.

Magari, viene da dire: se la violenza sessista e la misoginia fossero un problema ascrivibile solo ad

una parte della popolazione maschile saremmo in un mondo felice. Come sappiamo non è così,

purtroppo.

La violenza maschile sulle donne è una piaga planetaria, che coinvolge tutte le culture, ogni fede

religiosa, ogni fede politica e qualunque società.

Non sono però d’accordo nell’affrontare i fatti di Colonia e il fenomeno del sessismo senza

nominare i suoi potenti alleati: l’ignoranza, l’assenza di alfabetizzazione sui diritti universali,

l’accettazione acritica delle religioni per rispetto delle tradizioni e, specialmente a sinistra, per paura

di alimentare il razzismo, una piaga sempre in agguato che però non può giustificare deroghe alla

centralità della laicità e dei diritti delle donne, che sono la cartina di tornasole della civiltà umana.

E’ stato emozionante ascoltare le parole della giovane indiana scampata alla morte per il rogo

appiccato dal marito-padrone a Brescia, perché colpevole di voler uscire dalla gabbia patriarcale

imposta dalla tradizione e dalla religione.

Senza velo sulla testa, ancora segnata dalle ferite, Parvinder Kaur Aulak, detta Pinki, ha detto: ”Non

fate il mio errore: non giustificate un uomo se vi picchia. Al primo schiaffo allontanatelo”. Rispetto

alla tragedia di Hina Salem, giovanissima pachistana uccisa anni fa dal padre con la complicità di

altri maschi della famiglia, perché voleva vivere la sua vita senza costrizioni, la novità è stata la

vicinanza del padre di Pinki, che ha supportato la figlia e le sue scelte di libertà. Un cambiamento

che testimonia la possibilità di uscire dall’oscurantismo.Ma perché questo accada è necessario rafforzare la laicità e con essa i diritti delle donne, che nella

storia umana garantiscono sempre la crescita dell’autodeterminazione di ogni essere umano; è

urgente mettere al centro il valore universale dell’educazione al rispetto delle donne, che viene

prima del rispetto della fede religiosa e delle tradizioni, molte delle quali, (come l’Isis testimonia),

sono un oscuro ed inquietante baluardo contro la storia che cambia ed evolve.

Gli uomini violenti di Colonia devono essere assicurati alla giustizia e condannati per i reati che

verranno accertati, e sono un banco di prova della nostra capacità di dimostrare che i valori di

libertà e civiltà che abbiamo costruito anche e soprattutto con la lotta delle donne sono giusti e

fecondi.

Quei giovani vanno messi di fronte alla loro responsabilità, e va fatto loro capire, (così come ad

ogni uomo violento, quale che sia il suo passaporto), che ogni forma di umiliazione, dileggio,

discriminazione e violenza contro le donne è una violazione dell’umanità. La loro umanità, oltre a

quella delle loro vittime.

| 11 Gennaio 2016 “Noi donne”

 

 

4) ANTONIETTA DEMURTAS – La scrittrice e autrice de Il corpo delle donne Lorella Zanardo sulle aggressioni nella città tedesca:

«Pericoloso che le mie compagne siano intimorite nel prendere posizione dalla strumentalizzazione delle destre xenofobe».

|

Hanno attraversato la piazza della stazione centrale di Colonia nella notte di San Silvestro. E per

loro è iniziato l’inferno: circondate, molestate sessualmente (uno stupro già accertato), palpeggiate,

derubate di soldi e telefonini da circa mille uomini di orgine nordafricana, ubriachi.

Le vittime sono un centinaio di donne che nella città tedesca volevano solo festeggiare il

Capodanno e che sono rimaste vittime di un attacco che ora le indagini iniziano a definire

«premeditato» e messo in atto da «un’organizzazione proveniente dalla vicina Düsseldorf».

Il ministro della giustizia Heiko Maas ha parlato di una «dimensione completamente nuova per la

criminalità organizzata».

C’è chi si è concentrato nel sottolineare che l’obiettivo delle aggressioni fosse il furto, e che le

violenze sessuali fossero «solo un diversivo».

Resta il fatto che le donne molestate e violentate a Colonia non hanno sinora ricevuto la solidarietà

che in altri casi è stata manifestata alle vittime di violenza.

IL BASSO PROFILO DOPO LA VIOLENZA. Si è scritto: succede a Colonia come in piazza

Tahrir al Cairo o al parco Gezi di Istanbul, si è cercato di mantenere un basso profilo sull’accaduto

per non alimentare razzismo, intolleranza e violenza nei confronti dei migranti, proprio in un

momento in cui la politica dell’accoglienza si sta rivelando il più grande fallimento dell’Ue,

incapace di gestire flussi migratori e spinte discriminatorie.

Con il risultato che però, alla fine, «per l’ennesima volta le donne vengono strumentalizzate,

comunque vada, ci violentino o meno», dice a Lettera43.it Lorella Zanardo, scrittrice e autrice del

documentario Il corpo delle donne, che da anni si batte contro la mercificazione della dignità

femminile.

«Una reazione che definirei miserabile», dice riferendosi al modo in cui sono stati racconti i fatti di

Colonia, in alcuni casi silenziati dall’opinione pubblica politically correct e dall’altra esacerbati a

soli fini xenofobi. E «per rendersene conto, basta vedere come si sta raccontando nel nostro Paese».

DOMANDA. Forse un po’ troppo a voce bassa?

RISPOSTA. Come viene gestita la questione in Italia è vergognoso. Se diciamo: siamo donne

libere e così vogliamo restare, improvvisamente leggo sul web una serie di voci critiche secondo le

quali se non vogliamo dare manforte alla destra razzista e xenofoba, dobbiamo in un qualche modo

stare zitte. Lo trovo un consiglio mostruoso, miserabile.

D. Che cosa si dovrebbe fare: urlare e scendere in piazza?

R. Non è una questione di femminismo, credo che un certo modo di interpretare i diritti in Italia sia superato. Indignarsi è però un diritto e un dovere, e questo non vuol dire essere xenofobi: io sono

assolutamente dalla parte dei profughi, sono per l’apertura delle frontiere, voglio un’Europa

accogliente.

D. Ma?

R. Ciò non toglie che davanti ai crimini di Colonia, fossero essi stati compiuti da svedesi, cinesi o

marocchini, la mia condanna è comunque fortissima. Io sto dalla parte delle donne. Questa è la

prima cosa.

D. Non per tutte è così, c’è chi preferisce tenere un profilo più basso per paura di essere

tacciata di razzismo.

R. In questo momento trovo molto pericoloso che le mie amiche e compagne siano un po’ intimorite

nel prendere posizione per la paura della strumentalizzazione delle destre xenofobe. Se noi non ci

facciamo sentire questo nostro silenzio può essere penalizzante non solo verso le donne ma verso i

profughi stessi.

D. Che cosa si aspettava?

R. Che dicessimo tutte forte e chiaro: noi donne condanniamo assolutamente gli episodi di Colonia,

e condanniamo quanto detto dalla sindaca di Colonia.

D. Henriette Reker si è spinta a dettare un ‘codice’ di comportamento alle donne, invitandole

a tenere «a un braccio di distanza» gli sconosciuti.

R. Io sono solidale con Reker, è stata persino accoltellata proprio a causa delle sue posizioni

favorevoli all’immigrazione. La sua può essere stata una uscita mal meditata, detta in un momento

di tensione ma comunque pericolosa.

D. Il suo decalogo è suonato come un’inversione della colpa a carico delle donne.

R. Per questo sono preoccupatissima: noi donne abbiamo lottato secoli, rischiando anche la vita, per

essere libere di autodeterminare i nostri corpi, di metterci una minigonna, di uscire a mezzanotte,

per quanto, purtroppo, sappiamo bene quanto questo nel nostro Paese non sia poi così facile.

D. Ora invece il consiglio è tenere gli uomini a distanza, diffidare, temere.

R. Sì purtoppo, e se non ci alziamo tutte insieme ora per dire: al nostro territorio di libertà non

rinunceremo, la situazione diventerà ancora più pericolosa. Ma dobbiamo essere abili a non farci

strumentalizzare: fuori la destra da questo dibattito, da chi ci vuole dare ragione solo per fini

politici.

D. Al posto del decalogo che cosa avrebbe preferito sentire?

R. Tenere gli uomini a «un braccio di distanza» è quello che mi diceva mia nonna 50 anni fa.

Dobbiamo fare più attenzione alle parole, al mondo che stiamo preparando per le nostre figlie.

D. Che cosa propone?

R. La politica giusta è apertura totale e allo stesso tempo condanna verso chi non ci rispetta. Se il

criminale è marocchino, siriano, turco o svedese non ci deve interessare. Non prendere posizione

ora sarebbe davvero come dire che siamo un po’ delle imbranate, donne impotenti.

D. In che senso?

R. Dato che non ci vogliamo far strumentalizzare, tacciamo, minimizziamo? No, dobbiamo essere

fortemente dalla parte delle donne di Colonia, che questo non avvenga mai più.

D. Insomma, essere politically correct non porta a niente?

R. No, inoltre che le violenze accadono tutti i giorni non rende meno grave l’accaduto. Il fatto è che

sul corpo delle donne si sono fatte le guerre, anche molto recenti se pensiamo a quanto accaduto

nella ex Jugoslavia. Per questo dobbiamo difendere il nostro territorio conquistato faticosamente.

D. Sta facendo discutere un articolo del quotidiano tedesco Die Tageszeitung e riportato da

Internazionale, dove si legge che: «In tutte le grandi manifestazioni in cui l’alcol abbonda, le

donne devono affrontare una triste realtà…; che per certi maschi tedeschi, il carnevale o

l’Oktoberfest non sono divertenti senza qualche palpatina; che succede a Colonia come in

piazza Tahrir al Cairo o al parco Gezi di Istanbul». Un modo per riportare l’attenzione al

fenomeno generale della violenza e minimizzare l’accaduto?

R. Spero di no, anche perché se già queste cose succedono all’Oktoberfest o in altre manifestazioni,

è gravissimo, non è che perché già accaduto è meno grave. Così come sarebbe grave se si scoprisse che i fatti di Colonia sono stati resi pubblici solo 5 giorni dopo solo per non strumentalizzarlo.

D. Così a essere strumentalizzate e dimenticate sono ancora una volta le donne.

R. E non solo a Colonia. In questi giorni arrivano appelli di nuove formazioni che stanno per

nascere in Italia, partiti, partitini, associazioni, tra i nomi dei futuri leader papabili non c’è una

donna. E in questi momenti si spiega perché.

D. Perché?

R. Noi donne non abbiamo coraggio. Arrivano uomini di ultima categoria che senza vergogna si

propongono come sindaci, amministratori, ministri, ma non c’è una italiana che faccia lo stesso.

Questo dimostra la nostra incapacità di essere concentrate sui nostri interessi di donne e su chi verrà

dopo di noi, e il terrore di scontentare qualche formazione di sinistra racconta questa nostra

incapacità. C’è un silenzio preoccupante.

D. Silenzio che si rompe per difendere le donne solo per ribadire che «non c’è posto in Europa

per chi non rispetta le nostre leggi e la nostra cultura», come ha fatto Giorgia Meloni.

R. Eppure c’è una terza via. Io temo questo popolarismo italiano ignorantissimo che si basa su: o

chiudiamo le frontiere o ci violentano. Dobbiamo rifiutare questo modello, basta guardarsi intorno.

D. Dove?

R. In Norvegia, un piccolo Paese di 4 milioni di abitanti che ha avuto un flusso migratorio

importante e si è trovato persone che venivano da Stati dove obiettivamente la realtà e il rapporto

uomini-donne è molto diverso; così hanno creato un progetto di introduzione al Paese dove gli

immigrati vengono formati agli usi e costumi del posto. Una parte è dedicata a come viene vissuto il

femminile e il maschile, l’altra alla sessualità nel Nord Europa.

D. Crede che questo sia sufficiente?

R. Io credo alla possibilità che le persone cambino, si trasformino, quindi per chi viene in Europa ci

deve essere un percorso di introduzione e integrazione culturale. E c’è un compito anche per noi.

D. Quale?

R. Continuare a essere molto duri e dure nel condannare la violenza contro le donne, altrimenti

nessuno ci garantisce che non avverrà ancora. Ma per fare questo non c’è bisogno di conoscere la

nazionalità dei violentatori.

D. Anche perché, frontiere aperte o meno, nell’Unione europea una donna su due è stata

vittima di violenze fisiche o sessuali e nella maggior parte dei casi sono conoscenti e famigliari

a commettere questi reati dentro le mura domestiche…

R. Esatto. Inoltre facendo finta di niente potremmo anche alimentare uno stereotipo al contrario,

ovvero: nel timore che la nostra critica venga stigmatizzata dalle destre, quando questi criminali

sono immigrati stiamo zitte. Se fossero stati tutti tedeschi ubriachi ci sarebbe stata una sollevazione

popolare da parte delle donne europee.

D. Una discriminazione al contrario…

R. Sì, dato che sei africano ti ritengo inferiore e chiudo un occhio. Per questo bisogna fare chiarezza

e non farne un fatto di razza o etnia, ma condannare per i fatti in sé che sono gravi

indipendentemente da cosa c’è scritto nel passaporto di chi li ha commessi.

07 Gennaio 2016

 

5) LA LEGGE DI STABILITÀ votata il 28 dicembre 2015 prevede un

“Percorso di tutela delle vittime di violenza”

…tenuto conto delle esperienze già operative a livello locale, entro sessanta giorni

dalla data di entrata in vigore della presente legge, sono definite a livello nazionale le

linee guida volte a rendere operativo il Percorso di tutela delle vittime di violenza […]

L’attuazione delle linee guida avviene attraverso l’istituzione di gruppi

multidisciplinari finalizzati a fornire assistenza giudiziaria, sanitaria e sociale,

riguardo ad ogni possibile aspetto legato all’emersione e al tempestivo riconoscimento

della violenza e a ogni tipo di abuso commesso ai danni dei soggetti di cui al comma

790, garantendo contestualmente la rapida attivazione del citato Percorso di tutela

delle vittime di violenza, nel caso in cui la vittima intenda procedere a denuncia, e la

presa in carico, da parte dei servizi di assistenza, in collaborazione con i centri anti-

violenza. La partecipazione ai gruppi multidisciplinari di cui al secondo periodo non

comporta l’erogazione di indennità, gettoni, rimborsi di spese o altri emolumenti.

( testo ufficiale )

Su questo aspetto della legge, nei giorni precedenti alla sua approvazione, il dibattito tra donne è

stato molto acceso. Per capire cosa stava succedendo ho fatto una ricerca che condivido per chi

avesse voglia di leggere e di farsi un’opinione. Eccola

15 dicembre: La Commissione Bilancio della Camera approva l’emendamento alla legge di

stabilità proposto dalla deputata del Pd Fabrizia Giuliani con il quale si estende a tutti gli ospedali

d’Italia il “Codice rosa” che si rifà all’esperienza della Asl 9 di Grosseto.

16 dicembre: Settantatré Centri Antiviolenza rappresentati dall’Associazione D.i.Re, indicono una

conferenza stampa per annunciare azioni contro l’emendamento Giuliani.

Il “percorso tutela vittime di violenza” assimila la violenza maschile, che colpisce una

donna su tre e spesso con esiti fatali, a qualunque altra violenza su soggetti per giunta

definiti “deboli”: anziani, bambini, portatori di handicap e omosessuali […] vìola

l’ordinamento nazionale e internazionale, innanzitutto la Convenzione di

Istanbul contro la violenza sulle donne e la violenza domestica che prescrive un

approccio di genere, firmato da 32 paesi, e dall’Italia fra i primi. E’ solo l’ultimo grave

atto contro le politiche di contrasto alla violenza, che si aggiunge alla mancata

erogazione del denaro pubblico dovuto per legge ai Centri Antiviolenza.

18 dicembre: Pia Locatelli, firmataria dell’emendamento fa sapere: “mi sono sbagliata, azzeriamo

e ricominciamo a discutere”.

Cristina Obber la intervista

Le ho chiesto dunque di motivarmi questa scelta e ho scoperto che si tratta di un gran

pasticcio, che farebbe sorridere se non fosse che il prezzo di questo pasticcio ricadrà –

ancora una volta- sulle vite di tante donne e ragazze. Tutto nasce da una iniziativa delle

donne dell’ufficio di presidenza della Camera, compresa la presidente Boldrini, che ha

proposto di dare vita ad un «intergruppo donne» con l’intento di incrementare le

azioni per la parità di genere in una legislatura che nonostante la presenza di oltre 200

parlamentari (per la prima volta più del 30%), non si è fino ad ora distinta in tal senso

(salvo la ratifica della convenzione di Istanbul). A questa proposta hanno aderito

un’ottantina circa di parlamentari. “Con l’ obiettivo di proporre delle azioni trasversali

sulla legge di stabilità – racconta Locatelli -, abbiamo costituito un piccolo sottogruppo

che ha proposto all’intergruppo alcuni emendamenti gender-sensitive, chiedendo di

metterli in comune attraverso firme trasversali, appunto, senza alcun obbligo”. Sono

stati quindi presentati emendamenti sul tema della tratta, sul premio di produttività anche per le donne in gravidanza, sui congedi di paternità, su voucher per baysitter

anche per le lavoratrici autonome e le imprenditrici, richieste di più fondi al piano

violenza e, tra tutto questo, anche il cosiddetto «Codice rosa». Gli emendamenti portano

numerose firme trasversali, da Marisa Nicchi a Renata Polverini, e proprio in nome

dell’importanza della trasversalità Locatelli ha dichiarato a priori che avrebbe

sottoscritto tutti gli emendamenti promossi anche dalle altre. “Ci tenevo a

sottolineare – continua la deputata – l’importanza della trasversalità, per cui mi sono

sempre battuta in questi anni. Ci tenevo a promuoverla concretamente. Ho assunto un

rischio? Si l’ho fatto e a volte i rischi comportano appunto dei rischi.” (intervista

completa)

Perplessa decido di saperne di più sul Codice rosa e scopro che il nome completo è Codice rosa

bianca. Non è un dettaglio da poco.

Contro la violenza che ogni anno colpisce tre milioni di donne, bambini, anziani e

i più deboli in genere arriva “Codice rosa bianca”, la task force composta da Asl,

Procure e forze dell’Ordine per non lasciare sole le vittime e rendere loro giustizia.

Quella troppo spesso negata dalla paura di raccontare gli abusi. Il modello è quello

sperimentato con successo da quasi 5 anni dalla Asl di Grosseto, che ora farà da capofila

per tutte le aziende sanitarie d’Italia, grazie al protocollo siglato dalla Fiaso, la

Federazione che rappresenta appunto Asl e Ospedali. Il tutto con il placet del Ministro

di Grazia e Giustizia, Andrea Orlando e della Titolare della Salute, Beatrice Lorenzin,

che ha anche annunciato 50 milioni per l’assistenza psicologica alle donne vittima di

violenza. A spiegare come funziona “Codice Rosa Bianca” è la dottoressa Vittoria

Doretti, dirigente medico anestesista, “madre” del pronto intervento anti-violenza

destinato ora a diventare realtà in ogni Azienda sanitaria. “Il problema dell’assistenza e

delle denunce – spiega – parte proprio dalla trincea dei pronto soccorsi, perché quando

ci si rivolge alle Forze dell’Ordine, ai consultori o ai centri anti-violenza si ha già la

coscienza di essere vittima di violenza. Ma così non è nella stragrande maggioranza dei

casi, i milioni di abusi fantasma, che restano senza denuncia ogni anno e che lasciano le

vittime sole con il loro dolore”. ( da lastampa.it)

Chiaro. Il codice chiamato rosa non è riservato alle donne, come ho sempre pensato, cadendo

nell’equivoco del colore, generato anche dal sito ufficiale. Come non è riservato solo alle donne il

“Percorso di tutela delle vittime di violenza”. L’articolo di Elvira Reale toglie ogni dubbio.

Il codice che Grosseto si è dato è appunto quello di ‘Rosa Bianca’, per indicare che il

suo oggetto non sono le donne vittime di violenza di genere, ma ogni persona donna e

uomo intrinsecamente vulnerabile alla violenza per le sue caratteristiche (handicap, età

anziana, sesso debole!). Da queste premesse distorte rispetto a un’ottica di violenza di

genere nasce una procedura non condivisibile: nessuna innovazione e modifica delle

prassi sanitarie è stata introdotta, se non la riservatezza nell’introdurre nella ‘stanza

rosa’, la donna o l’uomo che parla di violenza dove far confluire una equipe

multidisciplinare. Nessuna procedura per la violenza di genere è stata codificata ma le

donne sono state inserite, come voluto dalla procura e per assimilarsi a loro, nel

calderone delle persone vulnerabili. E’ chiaro quindi che, rispetto all’esperienza di

Grosseto, esistono modelli alternativi di Codice rosa che sostengono il processo di

uscita dalla violenza e danno alla donna strumenti da utilizzare in prima persona (ma

anche con il sostegno dei centri) nell’attraversare il mondo giudiziario (civilistico e

penalistico) e che le rafforzino nella loro credibilità. Va quindi criticato non il codice

rosa in sé ma il codice rosa bianca di Grosseto, assunto a modello nazionale, e va invece

proposto un altro modello di percorso rosa che rispetti la Convenzione di Istanbul e

serva a rafforzare i percorsi di uscita delle donne dalla violenza. (da ilfattoquotidiano)Mettere insieme le informazioni non è stato semplice, senza l’aiuto di un’amica che conosce meglio

di me la situazione, non avrei saputo cosa cercare, dove cercare. E non è semplice fare delle

considerazioni, come sarebbe giusto e come faccio di solito, perché, strada facendo, i pensieri si

sono ulteriormente aggrovigliati.

Avrei domande, però, per le parlamentari che fanno gli intergruppi, ma anche per le donne che

sento a me più vicine per storia e per esperienza. A chi giova la confusione dei ruoli e delle

competenze? Non a caso un gruppo di studentesse scrive una lettera alle “femministe” per dire le

ragioni del loro si al Codice rosa; quel “femministe” comprende sia chi gestisce un servizio, chi ha

responsabilità e competenze precise, sia chi pratica il femminismo. Una donna può anche avere una

doppia esperienza, ma l’interlocuzione con le donne e con le istituzioni non può essere la stessa.

Tale con-fusione consente alle studentesse di liquidare con sufficienza mascherata da ossequio il

sapere accumulato dalle operatrici dei centri antiviolenza. Come ha fatto il Governo. Sapere che è

tanto, che andrebbe salvaguardato e valorizzato.

Pina Nuzzo

Pubblico in chiusura e per intero la lettera delle studentesse come documento da cui ripartire più

avanti.

Siamo delle studentesse del seminario “Donne e diritti” alla facoltà di Giurisprudenza di

Roma Tre. Abbiamo seguito con grande interesse il dibattito che si è aperto

sull’emendamento dell’on.Giuliani istitutivo del cosiddetto Codice Rosa nei pronto

soccorso italiani. L’emendamento è legge ormai, si apre ora la fase applicativa. Superata

la prova dell’aula, però, il confronto non sembra concluso, investe nodi irrisolti per il

femminismo italiano e chiama in causa la nostra passione. Per questo ci sentiamo

coinvolte, come cittadine e come donne. Per questo riteniamo utile approfondire la

questione.

Per i non addetti, il Codice Rosa è un progetto che nasce nel 2009 a Grosseto per essere

successivamente esteso a tutta la regione Toscana; indica un percorso di accesso al

pronto soccorso riservato a tutte le vittime di violenza, senza distinzione di genere o età.

Una volta assegnato comporta l’attivazione integrata e coordinata di procedure di cura

specifiche oltre che di un’indagine tempestiva volta ad individuare l’autore della

violenza.

La proposta di estensione a tutta la rete sanitaria italiana ha scatenato la contrarietà di

diverse realtà territoriali già impegnate nel contrasto alla violenza di genere. Le

perplessità hanno riguardato metodo, profilo culturale e possibile impatto sociale della

disposizione. Si è sostenuto infatti come l’impianto della norma faccia perno su

un’asserita minorità politica della donna considerata soggetto debole e dunque tutelata

dallo Stato, che decide per lei. Abbiamo motivo di credere però che alla radice di questa

ostilità vi sia più che altro una diffidenza tutta ideologica per lo Stato che considera la

violenza di genere.

Diffidenza che noi non condividiamo.

Certa critica femminista prende le mosse da un ruolo pressoché nullo dello strumento-

legge e del soggetto-Stato nelle politiche di contrasto alla violenza di genere. Per usare

parole comuni alla nostra disciplina, la sfida è lanciata sul terreno della performatività

della norma. Circola l’idea che la legge non possa che fallire di fronte a un fenomeno

così pervasivo, addirittura domestico e culturalmente fondato qual è la violenza di

genere; che sia uno strumento cieco, un’arma spuntata che non vede le responsabilitàsoggettive in azione ma inquadra i fenomeni in schemi precostituiti e oggettivizzanti.

Così non è, parlare in termini di diritto infatti non significa oggettivizzare l’individuo

dimenticandosi delle sue necessità emotive, pratiche e sociali; nel nostro caso significa

fornire termini di riconoscibilità alle sue soggettivissime responsabilità e al contempo

portare a emersione un fenomeno sociale dalle proporzioni enormi.

Detta in altri termini, siamo noi che agiamo il diritto, non il contrario. Ce lo insegna una

femminista non sospetta come Judith Butler, non sono “parole al vento” quelle della

legge. È con il linguaggio giuridico infatti che possiamo creare nuove realtà (o

relazioni), in questo caso un incontro tra operatori e culture professionali che siano in

grado di riconoscere la violenza di genere e sostenere le dirette interessate con

approccio completo.

Crediamo inoltre che in questa polemica occorra tenere in considerazione le

particolarità sociali e culturali del nostro Paese. Non è un mistero che esecutivo e

legislativo latitino ormai da troppo tempo e che gli stanziamenti pure coerenti con la

Convenzione di Istanbul, siano divenuti un’utopia. I centri antiviolenza sono stati

lasciati soli e senza fondi per anni, ora però hanno la possibilità di collaborare con lo

Stato per un obiettivo comune a tutta la collettività, la riconquista che le donne devono a

loro stesse: per aiutarle a dire basta più di prima e meglio di prima, a partire dai testi e

dalle forze di cui disponiamo, primo fra tutti la Convenzione.

E qui ci si perdoni se sviamo per un istante, ma si impone un chiarimento. Si denuncia a

più voci che il progetto Codice Rosa violi gli indirizzi di fondo della Convenzione di

Istanbul sottoscritta dall’Italia all’inizio di questa legislatura. Si minacciano ricorsi in

Consiglio d’Europa e in Corte di Giustizia.

Noi crediamo che l’argomento sia pretestuoso; la Convenzione, primo strumento

internazionale giuridicamente vincolante volto a proteggere le donne contro ogni forma

di violenza, si articola intorno a tre punti focali coessenziali: prevenire la violenza,

proteggere e sostenere le vittime, perseguire i colpevoli. Prescrive altresì un approccio

di genere che miri a percorsi individuali e specializzati.

Ora, ci riesce davvero difficile capire in cosa l’emendamento si discosti dal tracciato

della Convenzione: contrastano forse con il suo dettato un’assistenza sanitaria, sociale

(e giudiziaria) fornite da personale competente e specializzato in collaborazione con i

centri antiviolenza? La lettera della legge e l’esperienza toscana testimoniano la

presenza di una logica di genere, di intervento delle donne per le donne.

Ci rivolgiamo a quante si impegnano quotidianamente sul campo. Ce lo insegnate voi,

le donne non sono tutte uguali, per livello d’istruzione, per consapevolezze, per idea di

libertà. Sono poco più che bambine, sono straniere, spesso sono semplicemente sole. E

noi dobbiamo arrivare a tutte, con ognuna costruire un percorso. Le nostre parole

devono essere quelle della coesione, della collaborazione tra i soggetti impegnati, del

senso della realtà: colpite a milioni ma sempre più coraggiose, pronte a denunciare o a

rivolgersi ai vostri centri. Così preziosi.

Una grande maturazione è in atto e ci porta a dirvi che non sminuisce la donna lo Stato

che nomina una violenza, che non c’è minorità nella debolezza, che l’alternativa di

dignità allo Stato paternalista e patrigno, è lo Stato responsabile. Per queste ragioni sosteniamo l’introduzione del Codice Rosa nella rete sanitaria

nazionale, ci auguriamo collaborazioni sempre più efficaci tra attori sociali e istituzioni

oltre che un atteggiamento più adulto da parte delle rappresentanze parlamentari rispetto

a certi riflessi anti-istituzionalisti.

Pensiamo che i tempi siano maturi per uno scatto in avanti di tutto il femminismo

italiano, perché possa aprirsi una nuova stagione di confronto senza rinunciare a nulla

della tenacia, nulla della radicalità di quarant’anni di storia politica. Perché nulla vada

perduto nelle strette delle incomprensioni e delle preclusioni ideologiche ma soprattutto

nel mancato dialogo con generazioni di donne e uomini nuove.

Per quel che vale, noi ci siamo. Sempre in ascolto

Lucrezia Colmayer

Mara D’Arcangelo

Alessandra Iannarelli

Chiara Papa

Benedetta Rinaldi Ferri

L’Unità

 

6) Recensione HELEN HUMPHREYS “ Il canto del crepuscolo”

Playground 2015

 

Nel 1940, James e Rose sono una giovane coppia inglese che la guerra separa subito dopo il

matrimonio. Lui, pilota della Raf, viene catturato dai tedeschi e spedito in un campo di

concentramento per ufficiali dell’esercito Alleato, mentre lei si ritrova sola in un piccolo villaggio

del Sussex, a svolgere il lavoro di sorveglianza per il mantenimento del coprifuoco. Sicuro

dell’inutilità dei tentativi di fuga dei compagni di prigionia James combatte la noia della vita del

campo studiando una coppia di uccelli, due codirossi, che hanno costruito il nido nelle vicinanze del

campo, incoraggiato in questa attività dal Kommandant tedesco. Rose, intanto, costretta a una vita

di solitudine, si innamora di un giovane soldato in attesa di partire per il fronte. All’improvviso,

però, nella vita di Rose irrompe la sorella del marito, Enid, costretta ad abbandonare Londra dopo

un bombardamento tedesco che le ha distrutto la casa. I tre protagonisti sopravviveranno alla guerra,

ma le ferite dell’animo saranno molte e difficili da rimarginare.