SOMMARIO

1)  ALESSANDRO ROSINA           “Il paese dei vecchi padri”

2)   BIA SARASINI                      Annie Ernaux, “Così la guerra è entrata nella mia vita”

3)  LUISA MURARO                 ” Le donne e 9 mesi di vita trasformati in merce”

4)   STEFANIA BARZINI               “Tremate, le cuoche son tornate”

5)  Recensione    FRED VARGAS           “Un luogo incerto”
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1) ALESSANDRO ROSINA “Il paese dei vecchi padri”

La paternità può attendere: i maschi italiani spostano sempre più in là l’età del primo figlio. I perché
di una sindrome del ritardo che può autoalimentarsi, il ruolo dei fattori sociali, culturali ed
economici. E una proposta per spezzare la catena del ritardo: congedo di paternità obbligatorio
In tutto il mondo occidentale è in atto, da decenni, un processo di posticipazione delle tappe di
passaggio alla vita adulta. Tale processo risulta ancora più accentuato nel nostro paese. Ciò vale per
entrambi i generi, ma il primato rimane soprattutto maschile. Per un uomo italiano aspettare fin
oltre i trent’anni per lasciare la casa dei genitori, formare una unione di coppia dopo i 32-33 anni e
avere il primo figlio dopo i 35 anni, è oramai considerato assolutamente normale. La tardiva età di
conquista di una propria autonomia e di inizio formazione di una propria famiglia riducono i
margini di realizzazione dei desideri riproduttivi, e formano quindi un quadro coerente con la
persistente bassa fecondità (1). Le trasformazioni nel percorso di acquisizione dei ruoli adulti, il
maggior investimento in formazione e le difficoltà nello stabilizzare il proprio percorso
occupazionale portano, in particolare, sempre più donne e uomini ad arrivare alla soglia dei 35 anni
senza aver ancora sperimentato l’esperienza di maternità e paternità. Fino alla generazione di fine
anni ’50, la quota di donne che arrivavano a 35 anni senza matrimonio e senza figli, è rimasta su
valori relativamente bassi, prossimi rispettivamente al 10% ed al 15%. Si è assistito poi ad un
aumento che ha portato le nate dopo la fine degli anni ’60 su livelli rispettivamente attorno al 20% e
al 30%. Ma ancor più accentuato risulta tale processo per gli uomini. I celibi a 35 anni erano poco
sopra il 10% per le generazioni degli anni ’40. Tale quota risulta quasi triplicata per le generazioni
degli anni ’60. Gli uomini non ancora padri, alla stessa soglia di età, sono passati dal 20% al 45%.
Questo significa che nel giro di pochi decenni si è passati da una situazione nella quale solo una
ridotta minoranza arrivava senza figli all’età di 35 anni ad una nella quale poco meno della metà
della popolazione maschile rinvia oltre tale soglia anagrafica la prima esperienza di paternità.
Una sindrome soprattutto maschile
L’accentuato ritardo maschile può essere imputato a vari motivi – di ordine culturale, economico e
biologico – che nell’insieme concorrono nel rendere più gli uomini che le donne a rischio di
scivolare verso una condizione patologica del rinvio delle assunzioni dei ruoli e delle responsabilità
adulte, fin quasi a diventare una vera e propria “sindrome del ritardo” (2). Un primo motivo è
costituito dalla precarietà lavorativa e dai bassi salari di ingresso, che tendono a penalizzare
maggiormente, dilazionandola nel tempo, la formazione di una propria famiglia sul versante
maschile che su quello femminile. Se infatti viene sempre più considerato un pre-requisito
importante per la costituzione di una unione stabile il possedere un lavoro da parte di entrambi i
membri della coppia, rimane però, soprattutto in Italia, la tradizionale maggiore importanza
assegnata alla stabilità e alla buona remunerazione del lavoro di lui. Le difficoltà di conciliazione
tra occupazione femminile e figli rendono più strategico per la coppia che sia il membro maschile
ad investire in modo più solido e intenso nel lavoro.
Un secondo motivo che contribuisce al ritardo è la maggiore accondiscendenza da parte dei genitori
verso una protratta permanenza dei figli maschi rispetto alle figlie femmine. I giovani uomini
continuano infatti a godere nella famiglia di origine di maggiori risorse e più ampia libertà di quanto
non valga invece per le coetanee. Resiste nelle famiglie italiane uno stile educativo molto
differenziato per genere in termini di trasmissione del senso di autonomia e di responsabilizzazione.
Secondo i dati Istat (http://www.istat.it/dati/catalogo/20061127_01/), tra i pre-adolescenti (11-
13enni) i maschi a cui è semplicemente richiesto di mettere in ordine le proprie cose sono menodella metà (44%, contro il 64% delle bambine), quelli che si rifanno il letto sono meno del 20%  (contro il 58% delle figlie femmine), quelli che aiutano nelle pulizie il 13% (a fronte del 44% delle  coetanee). Va poi considerato che la stessa protratta coabitazione con i genitori, godendo di tutti i  comfort della condizione di figlio, senza fasi intermedie di vita autonoma (come la condivisione con  coetanei di un appartamento), tende a non favorire negli uomini italiani la maturazione di un  modello più simmetrico di condivisione degli impegni domestici.
Possiamo aggiungere, infine, anche un terzo motivo, di ordine biologico. Nell’ultimo secolo la
durata di vita si è enormemente allungata. Tutte le fasi dell’esistenza si sono di conseguenza
dilatate. In particolare l’ingresso nella vita adulta, l’entrata nella vita di coppia e l’arrivo del primo
figlio si sono spostati sempre più oltre la terza decade di vita. In questo processo di estensione
elastica del corso di vita il momento conclusivo del periodo fecondo femminile è invece rimasto un
punto fermo, sostanzialmente immobile. La chiusura delle possibilità riproduttive avviene quindi
per le donne in età relativamente sempre più precoce rispetto agli altri eventi biografici. Questo
significa anche che sul versante femminile, la deriva che può essere innescata dalla “sindrome del
ritardo” trova un argine nell’avvicinarsi della menopausa, che costringe a mettere da parte tutte le
possibili remore se non si vuole rinunciare per sempre all’esperienza della maternità. Nelle
percezione maschile, viceversa, la decisione può rimanere sospesa sine die, dato che teoricamente la
possibilità di riprodursi non ha un limite definito. A conferma di ciò, è interessante ad esempio
notare come appena passati i 40 anni più di un uomo su quattro risulti ancora senza figli, ma la netta
maggioranza (quasi il 60%) di costoro dichiara che intende averne in futuro. Alla stessa età ad
essere senza figli è circa una donna su cinque ed inoltre solo una netta minoranza di queste (una su
tre) si aspetta di averne in futuro.
Spezzare la catena del ritardo che genera ritardo
Per evitare che il ritardo generi ritardo e determini una riduzione del contributo attivo delle giovani
generazioni, è necessario promuovere la possibilità di conquista in età non tardiva di una propria
autonomia e di costituzione di una propria famiglia. Politiche in questa direzione sono, come ben
noto, molto carenti in Italia. Allo stesso modo, una volta formata una propria famiglia cruciali sono
gli strumenti di conciliazione che sostengano la possibilità di aver figli senza provocare una
rinuncia al lavoro di lei e un aumento del carico lavorativo esterno di lui (3). Ma è nel contempo
auspicabile anche un cambiamento culturale, che porti a superare la monopolizzazione femminile
delle attività di cura (4). In questa direzione potrebbe essere utile introdurre anche nel nostro paese
il congedo di paternità obbligatorio. Un misura che non ha solo un valore simbolico, comunque di
rilievo in una realtà così piena di resistenze verso un riequilibrio nei rapporti di genere. Varie analisi
empiriche hanno mostrato come la presenza paterna nei primi giorni di vita del figlio produca un
coinvolgimento attivo persistente nel tempo. Le potenziali ricadute sarebbero quindi positive per la
madre, per il rapporto tra padre e figlio, ma anche per il benessere economico della famiglia, dato
che viene favorita le possibilità di conciliazione tra famiglia e lavoro di entrambi i membri della
coppia. Con potenziali implicazioni positive anche perle aziende, perché un rapporto più sereno ed
equilibrato all’interno della famiglia migliora anche concentrazione e produttività nel luogo di
lavoro. Molti paesi hanno introdotto tale misura e hanno comunque potenziato le misure di sostegno
ed incentivo alle scelte di autonomia e di responsabilità condivisa. Noi cosa aspettiamo?
Evidentemente anche relativamente alle politiche stesse per la famiglia il nostro paese soffre di una
“sindrome del ritardo”.
04/12/2009 “InGenere”

2) BIA SARASINI  –  Annie Ernaux, “Così la guerra è entrata nella mia vita”

«È stata una sensazione personale, diretta. Come se tutto il mondo in guerra avesse fatto irruzione
dentro i confini della mia patria. Siria, Iran, Iraq sono entrati nelle nostre vite. Prima degli attentati a
Parigi del 13 novembre scorso gli interventi francesi in Mali non sembravano riguardare i cittadini,
ora invece sappiamo che li riguardano, eccome» dice Annie Ernaux, la signora delle lettere francesi,
ospite importante della fiera della piccola e media editoria “Piu libri, più liberi” in corso a Roma
fino a domani 8 dicembre con il suo libro culto “Gli anni” (L’Orma, 266 pagine, 16 euro). «Ho letto
su un sito un’espressione che mi ha colpita: sono i nostri morti ma non è la nostra guerra. Io
chioserei: sono i nostri morti ma non è la nostra politica». E aggiunge: «Non si deve mai vivere con
la paura, anche se penso che ci saranno altri attentati. Non si poteva comunque andare avanti con la
supremazia dei paesi occidentali che dimenticano l’altra parte del mondo». Quanto al suo libro, non
ammette equivoci: «Ho scritto del passato, ma non c’è traccia di nostalgia», ha detto a un pubblico
che l’ascoltata con attenzione, dopo essersi messo pazientemente in fila per vederla e farsi firmare il
libro. «Direi anzi che non c’è proprio nessun sentimento. Il mio scopo è afferrare la realtà, il
passaggio del tempo così come avviene. La nostalgia falsifica tutto». Ma di cosa parla “Gli anni”?
«Non si tratta né di memoria né di ricordo. Si tratta di risalire il tempo. Trovare la bambina, la
ragazza, la donna matura che sono e che sono stata, insieme alle tracce degli eventi, delle cose, dei
fatti, dei cambiamenti che hanno fatto il corso del tempo. In altre parole, quello che fa, della mia
vita, la mia vita dentro i fatti della mia generazione».
Annie Ernaux, che è nata a Lillebonne nel 1940, fa iniziare dal 1945 quella che si potrebbe definire
una specie di registrazione, di documentazione ad uso di altri, oltre che per sé stessa. Comincia dal
dopoguerra. «Il volto pieno di lacrime di Alida Valli mentre ballava con George Wilson nel film
“L’inverno ti farà tornare”. Oppure, la foto virata seppia di un «neonato grassoccio».
Fatti, sentimenti, immagini, oggetti, frasi, pubblicità messi uni accanto agli altri, che insieme
disegnano una striscia ininterrotta, un nastro senza fine proprio come la vita, che dal passato
arrivano al presente. «Non c’è l’io, non c’è la prima persona» dice Ernaux «C’è il noi, il noi dei
bambini, dei giovani che siamo stati. E c’è lei, la terza persona femminile, che sono io, insieme a
tutti quei noi. E l’io non è più lo stesso io». È un’autobiografia di tutti, quella che mette insieme la
scrittrice francese di cui a poco a poco la critica ha imparato a riconoscere la grandezza. Una
scrittrice a cui spesso si attribuisce la maternità dell’autofiction, definizione che respinge: «Non c’è
un grammo di fiction nella mia scrittura. Io cerco la realtà. Dico il cambiamento personale dentro il
cambiamento della società, come in uno specchio». L’io e il noi, l’interiore e l’esteriore.
«Siamo dentro e fuori della società, in bilico. Spero che questo libro abbia un respiro europeo.
Francia e Italia hanno storie simili: le classi contadine che si modernizzano nel dopoguerra, le lotte
politiche». Non manca nulla, dalla ricostruzione del dopoguerra al ’68, dalla rivoluzione sessuale
alla liberazione della donna. Sono interessanti anche le parole, che cambiano, con il tempo. «Sì,
anche il linguaggio fa parte del tempo. Nella stessa maniera in cui si era detto ‘dopo Auschwitz’,
ora si dice ‘dopo l’11 settembre’, un giorno speciale. Lì cominciava qualcosa, non sapevamo cosa.
Anche il tempo si globalizzava, diventava unico». Non è un dettaglio da poco, per chi scrive per
salvare il tempo di tutti. Come si conclude il libro: «Salvare qualcosa del tempo in cui non saremo
mai più». Perché morte e vita non appartengono all’io, alla voce singola, sono di tutti.
(www.societadelleletterate.it, 7/12/2015)

3) LUISA MURARO –   Le donne e 9 mesi di vita trasformati in merce.

Non esiste il diritto ad avere figli a tutti i costi. Chi lo cerca con l’utero in affitto entra in un mercato
in cui la donna è messa sotto contratto con clausole varie dettate dal compratore. Definire schiave
queste donne è retorica che copre il mercimonio. Viviamo in una situazione in cui il mercato
ammette che si possa trasformare nove mesi della vita di una donna in merce. La cultura neo
liberista si impadronisce delle conquiste femminili facendo passare il profitto per libertà di scelta.
Quarant’anni di lotte hanno sganciato le donne dalla subordinazione, trasformando i rapporti tra i
sessi. L’utero in affitto non è un diritto e non è libertà. È come dire che la prostituzione è sempre
una libera scelta. È menzogna. Chi si sente libera lo fa e non chiede diritti, legalizzare la
prostituzione serve solo a dare garanzie agli sfruttatori.
Ci sono cose sgradevoli e contrarie alla civiltà e altre che la favoriscono. La relazione materna è una
di queste ultime. Va custodita come un bene. Non sappiamo cosa può produrre nelle creature future
quel «passaggio». Probabilmente man mano che la libertà femminile si rafforza si vedranno
situazioni speciali che consentiranno di trasformare la relazione materna in qualcosa di nuovo. Se
necessario.
Occorrono, però, garanzie di gesti fatti per amore e liberamente. Finché ci sarà l’utero in affitto è
inutile farsi illusioni: passerà per donazione quella che è una compravendita. Io sostengo che abbia
a che fare con l’invidia maschile della fertilità femminile. In passato hanno anche tentato grotteschi
esperimenti per impiantare uteri nei loro corpi. Oggi alcuni direbbero che questa invidia può essere
gratificata. Basta il denaro. Eh no. L’utero in affitto contrasta con lo spirito della civiltà europea. Di
una civiltà che non vuole la vendita di organi né di altro materiale del vivente. Ma la donazione.
Quello è lo spirito della legge. Adesso ci chiediamo se questa etica possa essere trasferita anche alla
maternità, in forma di utero di una donna che lo mette liberamente a disposizione di altre. I punti su
cui dobbiamo interrogarci sono diversi. Deve essere un dono, e la gratuità deve essere certa, come
per il sangue e gli organi, certificata da un’autorità affidabile.
Non basta: va prevista la possibilità che la donante possa cambiare idea. Portare in grembo una
creatura, è risaputo, sviluppa nella donna una relazione così profonda che perfino il distacco del
parto può metterla in difficoltà.
Dove stanno andando ora i compratori di uteri? Nei Paesi dove il contratto è una finta perché lei non
potrà tirarsi indietro, garantiscono per lei mariti, fratelli, padri e anche madri, solitamente poveri.
I sacrosanti desideri di maternità e paternità di donne e uomini non fertili possono essere appagati,
ma a certe condizioni. Ci sono limiti anche alla scelta di donne che si sentono onnipotenti nell’atto
di mettere a disposizione il loro utero. Una donna che vuole offrirlo, lo offra gratis e si rivolga a
un’autorità morale informandosi sulle persone a cui donerà questa creatura. Questa è anche la
posizione di Arci lesbica. Non venga, però, sventagliato come un diritto. È una possibilità e tale
deve rimanere. C’è chi dice se non c’è un diritto ad avere figli allora come si giustifica il diritto a
“non” avere figli? La legge 140 dà alle donne la possibilità di rinunciare alla maternità, a certe
condizioni tra cui quella di abortire in ospedali pubblici. Non sancisce un diritto.
La questione resta morale e di civiltà. E qui incontriamo un altro punto su cui dobbiamo
interrogarci: ed è l’idea di «non disponibile», che non vuol dire proibito. Non tutto è disponibile
all’essere umano. Non è questione di tecnologia e non deve diventare questione di soldi, è una
questione di misura interiore, è fondamentale che si accetti la corporeità vivente, il nostro essere
corpo con le sue determinazioni.
(Corriere della Sera, 7 dicembre 2015)

4) STEFANIA BARZINI –  “ Tremate, le cuoche son tornate”

Faccio parte, per età anagrafica, di una generazione di donne che negli anni ’70 del secolo scorso un
bel giorno si sono guardate allo specchio, hanno buttato nel secchio grembiule di cucina, padelle,
mestoli e detersivi per i piatti, e sono scese in strada, per rivendicare il diritto ad una vita “altra”,
che non ci vedesse legate ai fornelli, che non prevedesse un perenne sorriso e una tavola sempre
pronta per il ritorno del guerriero.
Anche io sono scesa in piazza come tutte le mie amiche ma… una piccola differenza c’era. Il fatto è
che io amo cucinare. Da sempre. E dunque per me lo sfaccendare intorno alla stufa non aveva nulla
di avvilente, di frustrante, di umiliante. Al contrario. Per anni ho cercato di spiegare alle mie
amiche, che in quegli anni si sentivano invase da furori creativi, dipingevano, cantavano,
scrivevano, recitavano, di spiegare dunque che anche le padelle, se affrontate nel modo giusto
potevano liberare cuore e mente. Fatica sprecata, la mia passione per pentole e casseruole infatti,
in quel turbolento decennio, è stata vista con sospetto, segno di tradimento, un terribile segreto da
nascondere nell’angolo più buio della casa. Per anni insomma ho dovuto cucinare di nascosto.
Ma i tempi (e meno male, aggiungo io) son cambiati e i segni del cambiamento sono ovunque. E’ da
poco uscito in libreria “Fuochi- La cucina di Estia”, Estia dunque, dea del focolare. E’ un libro di
pensieri e ricette. E fin qui nulla di nuovo, il mercato è inflazionato di libri simili, basta fare un giro
in qualsiasi libreria del Regno per accorgersene. A scriverlo è un gruppo di donne, e anche qui,
direte voi, nessuna novità. Però il libro, qui sta la sorpresa, è pubblicato dalla Libreria delle Donne
di Milano e le signore in questione sono tutte femministe di peso, alcune di loro inventano palazzi,
altre scrivono, altre curano le menti stanche, tutte fanno parte della mia generazione, tutte sono,
allora, scese in piazza, tutte si occupano ancora di politiche femminili e tutte hanno un vizio, una
passione, un piacere in comune: amano cucinare. Potete immaginare che gioia sia stata per me
essere stata invitata da queste donne a presentare il loro libro. Finalmente il momento della rivalsa!
Reso ancora più completo dall’uscita di un articolo, apparso sul sito “The Salt” a firma di Nina
Martyris, dal titolo: “How Suffragists Used Cookbooks As A Recipe fo Subversion” ovvero “Come
le suffragette usarono i libri di cucina come ricetta per la sovversione”, dove si racconta come le
suffragette per finanziare le loro campagne, pubblicassero per l’appunto libri di cucina. Se dunque
persino le suffragette usavano la cucina a scopi nobili, come quello del diritto al voto, forse è giunto
il momento di fare un ulteriore passo in avanti. “Fuochi” va in questa direzione. Non è certo la
prima volta che le donne scrivono di cibo, tante di noi lo fanno o lo hanno fatto, ma è sempre stato
un cammino individuale, una scelta personale, vissuta anche, quantomeno dalle donne della mia
generazione, con un certo senso di colpa, quasi che scrivere di fornelli fosse un’attività di cui
vergognarsi. “Fuochi” è il primo libro però scritto da un gruppo di donne, e da un gruppo di donne
femministe. Un libro liberatorio per chi, come me, ama pentole e padelle. E’ il segno che finalmente
anche quegli strumenti che per anni sono stati visti come minacciosi, come il segno lampante del
tentativo, da parte maschile, di imprigionarci, di tenerci recluse, segregate nelle case, quegli stessi
strumenti adesso sono stati sdoganati, è il segno che il femminismo, le donne, che molti anni fa
hanno riempito le piazze e svuotato le cucine, adesso si fermano a riflettere e a chiedersi se quelle
prigioni che abbiamo abbandonato fossero davvero solo celle asfittiche, croci da sopportare, eterno
calvario delle nostre esistenze. E se non sia invece possibile riscoprire un potere antico, se non si
possa liberare la maga che c’è in ciascuna di noi, quella che preparava filtri, incantesimi, pozioni,
che tramandava le sue magie di madre in figlia, di nonna in nipote, che nutriva, non solo il marito, i
figli, la famiglia, gli amici, ma il mondo stesso. Rose Boycott, giornalista inglese e femminista
storica, nel 1970 scriveva sul suo magazine “Spare Rib” contro ogni singolo istante passato ai
fornelli, oggi ci ha ripensato e ammette sul “Guardian” che: “Per il nostro modo di pensare,cucinare era per persone frivole e dunque politicamente pericoloso. Ma ci sbagliavamo”.
L’imperativo dell’oggi, quello che condiziona la nostra vita di donne è l’abusato slogan americano
“Women can have it all”, “Le donne possono avere ogni cosa”, casa, carriera, figli, marito, amici,
hobby. Uno degli imperativi più frustranti di questi ultimi anni, perché tutto nessuno riesce mai ad
averlo. E allora non sarebbe invece liberatorio poter finalmente dire che no, non vogliamo affatto
tutto, che vorremmo poter scegliere cosa debba o non debba far parte della nostra vita e farlo senza
condizionamenti esterni? E alcune di noi magari sceglieranno i fornelli, prenderanno possesso della
cucina, facendola diventare un luogo di azione e non più di reclusione, rivendicheranno un ruolo
storico, sociale, politico, mai sufficientemente riconosciuto, quello di depositarie della memoria
gustativa del nostro paese. Saremo noi allora, quelle donne, a scendere in piazza gridando a chi ci
vuole ascoltare: Tremate, tremate, le cuoche son tornate!”
(Pagina99, 21/27 novembre 2015)

5) Recensione  FRED VARGAS “Un luogo incerto” Einaudi 2009

È uscito da pochi giorni, ed è già in testa alle classifiche, l’ultimo romanzo di Fred Vargas, che vede
ancora una volta protagonista lo “spalatore di nuvole”, Jean-Baptiste Adamsberg. A tutte le
appassionate dei libri e della scrittura di Fred Vargas suggeriamo l’intervista realizzata da Beppe
Sebaste per il Venerdì di Repubblica. http://beppesebaste.blogspot.com/2009/03/intervista-fred-vargas-in-occasione.html