SOMMARIO:

 

 

 

1) TK BRAMBILLA “Occasioni da non perdere”

 

2) MARISA GUARNERI “Purtroppo il 25 novembre”

 

3) GIUSI AMBROSIO “La guerra e la belva collettiva”

 

4) LUISA BETTI “Si è andati oltre”

 

5) Recensione ALICIA GIMÉNEZ-BARTLETT “Il silenzio dei chiostri”

 

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1) TK BRAMBILLA – “Occasioni da non perdere”

 

In una scuola di Varese, alcuni studenti, tra cui delle ragazze marocchine e tunisine, hanno messo in

discussione il minuto di silenzio per le vittime delle stragi di Parigi. La ragione era dettata dal

desiderio di riflettere sul diverso trattamento riservato alle vittime dei massacri quando avvengono

in Europa o in paesi non occidentali.

Il modo in cui si è parlato di questa notizia su alcuni giornali e da parte di alcuni commentatori mi

ha molto colpita e mi è molto dispiaciuto. Qualcuno ha paragonato il gesto delle studentesse

marocchine e tunisine a quello dei tifosi dello stadio di Istanbul. Altri le hanno messe sotto processo

come possibili fiancheggiatrici ideologiche dei terroristi, a causa di un capitombolo logico per cui la

solidarietà nei confronti di tutte le innocenti vittime viene stravolta e narrata come vicinanza con le

ragioni dei carnefici.

La totale incomprensione della questione posta da queste ragazze credo nasca da un comune sentire,

perfettamente messo a fuoco da Luce Irigaray nel libro L’ospitalità femminile, per cui la reciprocità

dell’ospitalità è diventata accoglienza e, così, la coesistenza è divenuta integrazione.

E ci si aspetta, quando non si pretende, che chi è accolto faccia suo l’orizzonte di chi accoglie,

inteso come l’unico possibile.

Queste ragazze invece hanno proposto la condivisione, in questo caso di un dolore, di un lutto, di un

sentimento di perdita e lacerazione. La condivisione di un sentire che non nega quello dell’altro ma

che chiede di essere riconosciuto, chiede spazio.

Queste ragazze hanno preso parola per dire la loro verità, per esserci come soggetti di una possibile

coesistenza e non oggetti di accoglienza.

Non mi stupisce che questa diserzione dalle fila di chi le vuole arruolare nella guerra del “noi”

contro “voi” arrivi da giovani di seconda generazione; che le protagoniste siano delle ragazze mi

inorgoglisce.

Nella valorizzazione delle differenze, che permette di generare un nuovo mondo in cui coesistere, le

seconde generazioni di immigrati possono essere una grande risorsa e avere un ruolo fondamentale.

Sono italo-iraniana e so che noi seconde generazioni di immigrati, proprio per ciò che siamo,

continuamente dobbiamo cercare mediazioni tra differenze e non avendo un’unica bandiera o la

casa in cui tornare, siamo in una posizione privilegiata nella ricerca di un’identità che trascenda

quelle costruite sull’appartenenza nazionale, culturale, religiosa o etnica.

Queste ragazze ci offrono un’occasione che va colta.

(www.libreriadelledonne.it, 26 novembre 2015)

 

2) MARISA GUARNERI – “Purtroppo il 25 novembre”

Purtroppo anche quest’anno c’è stato il 25 novembre. E abbiamo dovuto sopportare di tutto. Anche

da fonti, come dicono i giornalisti, autorevoli. Ma io sento ormai, per lunga frequentazione con

questa scadenza, emergere sotto parole di circostanza il disprezzo e la colpevolizzazione verso le

vittime della violenza. La questione, lo sappiamo, sta nella relazione uomo/donna e nel pensiero,

teoria, pratica che nasce dalla relazione diretta con la donna che la violenza subisce. Le donne in

disagio sono le vere esperte della violenza, l’ho sempre capito e detto, anche in ambienti

sfavorevoli. Da loro è venuto il sapere dei Centri Antiviolenza in Italia e la loro particolarissima e

innovativa pratica. Coraggiosa e dirompente specialmente verso le istituzioni. Pratica che ribalta la

logica della loro criminalizzazione (delle donne), perché la violenza maschile da chi detiene i poteri

è sempre coperta e giustificata, usando le armi di altri saperi consolidati. Fino ad arrivare a

considerare le donne che non vogliono denunciare e sottoporsi a tremendi iter giudiziari come

malate, instabili, fragili, inaffidabili e quindi bisognose di tutela. Per avere dei diritti è necessario

combattere tutti i giorni e non darli mai per scontati e rifiutare mediazioni che portano svantaggio

alle donne in difficoltà e di conseguenza alle donne tutte.

Non si tratta di buonismo o altro: è politica. Fino a quando il mercato della violenza, che oggi fa

fare buoni affari, sarà rigoglioso, non possiamo aspettarci grandi cambiamenti istituzionali. È come

per la guerra oggi, ci sono troppi interessi in campo e troppe connivenze. Ma come per la guerra

oggi, si deve costruire speranza e nuovi ambiti di sperimentazione, proprio per i Centri

Antiviolenza. Penso che la rivendicazione e il vittimismo politico non servano. Si deve andare oltre.

E come mi hanno insegnato le donne dell’Udi prima e la Libreria delle donne sempre, è mettendosi

al centro come soggetti della politica delle donne che si modifica il simbolico.

(www.libreriadelledonne.it, 26 novembre 2015)

 

3) GIUSI AMBROSIO – “La guerra e la belva collettiva”

 

Solo di recente dopo le guerre nella ex-Jugoslavia e in Ruanda, lo stupro di massa è stato definito”

crimine contro l’umanità”.

Un’ampia analisi proposta nel testo “Stupri di massa e violenze di genere”, curato da Simona La

Rocca e Isabella Peretti, e frutto del lavoro di molte autrici e qualche autore, sostiene e dimostra

come gli stupri di massa abbiano costituito e costituiscano ancora una pratica di annientamento del

nemico. La pratica delle armi e una determinazione della mascolinità si intrecciano nella pratica

degli stupri di massa; modo per terrorizzare e sottomettere, forma per umiliare le comunità di

appartenenza, minare la integrità riproduttiva, contaminare il futuro dei vinti, imporre anche biologicamente

il proprio ruolo di “vincitori” e/o “liberatori”.

Il tutto accade nella più violenta forma in cui si esprime la sessualità maschile che fa del proprio

corpo uno strumento di violenza, di pratica oscena del ferimento della carne e di annichilimento di un

essere umano come donna,preda da macellare.

La ripetitività dei comportamenti maschili attraverso i secoli e i millenni ci obbliga a riflettere sulle

pulsioni arcaiche per le quali gli uomini combattono.

La terra e le donne sono le ragioni per le quali gli uomini combattono. Terra da difendere o conquistare,

donne da difendere o violentare.

Gli stupri sono ancora una potente arma di guerra e la ferocia che i maschi praticano non può non

porre interrogativi che rimandano alle ragioni primarie dell’essere in guerra e in armi. Nell’orda

primordiale il passaggio dall’endogamia all’esogamia ha significato uno degli atti costitutivi della

umana società (altri due la sepoltura dei morti e la cottura dei cibi).

Il divieto dell’incesto ha reso necessaria la relazione con altre orde primordiali per il possesso delle

donne. Modalità possibili il ratto e lo stupro come azioni di guerra, al contrario lo scambio delle

donne, come dono o come acquisto, divenivano atti costitutivi di relazioni concordate e pacificate

mediante le nozze.

Fino ai nostri giorni come per un riflesso condizionato, nella dimensione di guerra emerge la belva

collettiva che intreccia guerra e stupro, guerra come stupro, stupro come guerra.

La belva collettiva che si manifestava all’interno del branco preistorico, riemerge anche nelle

epoche storiche nel gruppo sociale di appartenenza degli uomini e nella dimensione politica dei

popoli in conflitto.Nella ferocia della guerra emergono le pulsioni più arcaiche che ne hanno forse

determinato il principio fondativo, la motivazione per la quale gli uomini si sono riconosciuti

reciprocamente il diritto di uccidere.

I Padri prescrivono o consentono sempre con molta indulgenza le azioni nelle quali i figli si

esprimono e reciprocamente riconoscono nella forma incontrollata della sessualità e della violenza.

Patriarcato e Fratriarcato si sostengono e alimentano a vicenda nell’appartenenza e nel patriottismo.

Si potrebbe coniare il termine fraternariato, ad indicare la collaborazione allo stesso progetto, per lo

stesso fine e con gli stessi mezzi? Una forma di potere fraterno,( non fraternità e fratellanza) quella

che sostiene le azioni violente dei singoli, de-responsabilizza i comportamenti individuali, rinsalda e

cementa il sentimento dell’appartenenza.

Perché mai senza tale immaginario e tali prospettive giovani uomini dovrebbero accettare la pratica

delle armi, le guerre in cui rischiano la vita e quella stessa guerra di cui altri gestiranno gli esiti e in

caso di vittoria militare i vantaggi?

Ovviamente dai tempi antichi a quelli recenti, le motivazioni più disparate, economiche, politiche,

culturali, religiose hanno avuto giustificazione ideologiche come sistemi dei valori da difendere o

da imporre.

Il sentirsi Figli e Fratelli sostiene il legame “patriottico”, definisce la difesa e la conquista di un

territorio come della Madre-Patria, consente la violenza e lo stupro come pratica collettiva e forma

esplicita della guerra.Che la sessualità come modalità di “sottomettere il nemico” si avvalga dello

stupro e della riduzione in schiavitù delle donne rappresenta quanto di arcaico permane nella modernità.

L’occupazione di un corpo di donna, di tanti corpi di donna è la verifica di una possibilità di

occupare un territorio e di imporvi una legge.

Se lo stupro delle donne oltre che manifestazione della belva collettiva diviene anche

“contaminazione” biologica e generazione dei figli dell’invasore l’operazione è completata.

I figli degli altri, i figli del nemico, possono costituire una condanna insostenibile per le donne e per

le comunità di appartenenza.

Anche in una dimensione più comune del vivere permane il marchio d’infamia derivante da nascite

non regolamentate da vincoli coniugali e da leggi.

Essere illegittimi ha costituito una forma di discriminazione tanto profonda che la denominazione

Bastardi continua a essere una ingiuria,una gravissima offesa.

In assenza del riconoscimento di un padre, fango viene gettato sulla madre, umiliazione e vergogna

ricadono sui figli.

Con la consapevolezza di quanto arcaica e patriarcale sia tale concezione, sorprende che in un

articolo” Il mostro e il suo creatore” (Rivera- MicroMega del 21 novembre), in riferimento alle

stragi di Parigi e mettendo in luce i rischi di islamofobia si possa leggere ”Non parliamo di

espressioni estreme quali il titolo della prima di Libero del 14 novembre per il quale Belpietro è

stato giustamente querelato”.

L’espressione “estrema “era bastardi, evidentemente avvertita come più grave, più offensiva che

idioti o criminali. Tale per chi la ha usata e anche per chi l’ha letta e ritenuta offesa estrema.

Sempre sul corpo delle donne, e con riferimento alla sessualità e alla riproduzione, si costruiscono

le ingiurie e praticano le offese.

Metafore del conflitto tra uomini.

“Laboratorio donnae” 25/11/2015

4) LUISA BETTI “Si è andati oltre”

Storie di ordinaria follia in un Paese dove ci si lamenta perché le donne non denunciano la violenza

vissuta in casa dal partner, senza prendere in considerazione che quando queste donne denunciano

vengono rivittimizzate e addirittura criminalizzate da quelle stesse istituzioni che dovrebbero invece

sostenerle e aiutarle. Il fenomeno della violenza domestica, che in Italia raggiunge il 70% della

violenza sulle donne, ha un aspetto che le istituzioni continuano a non voler vedere: l’enorme

sommerso che non dipende dal masochismo delle donne stesse ma dall’inefficienza dello Stato,

dalla paura di subire un processo, oltre alla violenza, e adesso anche dal terrore di perdere i propri

figli per vederli rinchiusi in casa famiglia o addirittura affidati a un padre violento proprio grazie

all’alienazione parentale, che ormai si è infiltrata nei tribunali tra la maggior parte degli psicologi

che compilano le Ctu (consulenza tecnica d’ufficio) richiesta ormai come prassi dal giudice quando

si tratta di separazioni con minori. Un boomerang che ormai è nota a tutte le signore che vanno per

ricevere giustizia e escono massacrate e bollate come criminali: punite come “madri malevole”

pericolose, per aver messo in discussione il nucleo familiare e la patria potestà. Un boomerang che

si chiama Alienazione parentale (o Sindrome di alienazione parentale che è la stessa cosa) e che

davanti a una richiesta di giustizia, fa arrivare a queste donne l’accusa di non voler far vedere i figli

all’altro genitore, di alienarli e di metterli contro il coniuge o l’ex partner, senza nessun ascolto né

dei minori né delle donne che denunciano e si separano dai maltrattanti, riguardo le violenze

vissute.

La colpa, in quelle stanze, è sempre delle madri qualsiasi cosa succeda: lei è super protettiva, lei è

una nevrotica, lei è inadatta a fare a madre, è una madre nociva perché è lei che mette il bambino

contro suo padre, lei è esagerata quest’uomo è comunque un buon padre, lei si è cercata quest’uomo

quindi non si lamenti, lei fa la vittima ma in realtà se lo vuole. Insomma una serie di giudizi redatti

da periti assolutamente impreparati in materia di violenza domestica e che invece di andarsi a

studiare come s’imposta un colloquio con una donna che ha subito violenza, ricorrono in maniera

indistinta a una sindrome inesistente e mai dimostrata: la Pas-Alienazione parentale che ristabilisce

un patriarcato cancellato solo sulla carta in questo Paese.

Ma oggi c’è di più. Si è andati oltre.

Del fatto che questa sindrome sia un’inesistente bufala non riconosciuta scientificamente, e

malgrado ciò applicata nei tribunali italiani, se ne è parlato molto e sono anni che insieme ad altri

denunciamo questa grave violazione del diritto, su cui l’Italia è stata redarguita, ovviamente non

ascoltata, anche dall’Onu.

Oggi però assistiamo a qualcosa di osceno perché come se non bastasse la lobby pro-Pas ha trovato

due sponsor inaspettate: Michelle Hunzinker e Giulia Bongiorno, che pur avendo dato vita a

un’associazione che dovrebbe assistere le donne che subiscono violenza, “Doppia difesa”,

sponsorizzano l’Alienazione parentale, cavallo di battaglia di uomini e partner violenti nei tribunali

quando si parla di affido dei minori, costruendo così un sistema di doppia accusa proprio nei

confronti delle donne, dato che hanno presentato una proposta di legge a iniziativa popolare che

vorrebbe mandare addirittura in galera chi si macchia dell’inesistente sindrome (Pas alias

Alienazione parentale): storie che andrebbero ascoltate attentamente da chi si prefigge di aiutare le

donne.

“In genere” 25/11/2015

5) Recensione ALICIA GIMÉNEZ-BARTLETT “Il silenzio dei chiostri”

Sellerio 2009

“E così ebbe inizio una delle indagini più inquietanti e complicate della nostra carriera”.

L’ispettore Petra Delicado, il poliziotto più intransigente del distretto di Barcellona, e il suo vice,

Fermin Garzon, devono fare luce su un delitto consumatosi nel convento delle Sorelle del Cuore

Immacolato. A complicare le cose un enigmatico biglietto trovato vicino al cadavere. Sullo sfondo

la storia della cattolicissima Spagna, in primo piano le regole di una comunità religiosa e i segreti di

chi la abita.

Appassionandoci fino alla fine Petra e la sua squadra riusciranno a sbrogliare la matassa… il

profumo di incenso svanirà per lasciare il posto all’odore acre che hanno certe vite.

Alice Giménez-Bartlett vive a Barcellona. È la creatrice della serie dedicata all’ispettrice Petra

Delicado. Nel 2004 ha vinto il Premio Ostia Mare Roma per Una stanza tutta per gli altri, nel 2006

il Premio Piemonte Grinzane Noir e il Premio La Baccante nato nell’ambito del Women’s Fiction

Festival di Matera, nel 2008 il Raymond Chandler Award del Courmayeur Noir in Festival.