SOMMARIO:

 

 

1) LUISA MURARO “Dico la mia sul Sinodo della famiglia”

 

2) ANNA BANDETTINI “Milano, la ‘Libreria delle donne’ festeggia 40 anni di cultura e

impegno civile”

 

3) TIZIANA BARTOLINI “Madri sole”

 

4) BIA SARASINI “Processo di Bari, donne libere o prostitute?

 

 

5) Recensione VALERIA PARRELLA “ Troppa importanza all’amore”

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1) LUISA MURARO – Dico la mia sul Sinodo della famiglia

 

Leggendo la Relazione finale del Sinodo (L’Osservatore Romano 26-27 ott. 2015) mi sono chiesta:

come incide su questo testo la composizione solo maschile dell’autorità religiosa che l’ha

prodotto? Intendo: come e quanto conta nel testo prodotto, ma anche: come e quanto conta nella

sua ricezione?

Vorrei evitare risposte sommarie e dire piuttosto quello che risulta dal mio punto di vista.

Da molto tempo trovo difficile accettare un’autorità solo maschile che non intende rompere con

questo esclusivismo e non riesce neanche a introdurre delle correzioni significative. Purtroppo,

com’è stato già sottolineato, non si è cercato di farlo neanche in occasione di questo sinodo che

aveva un tema, la famiglia, del quale non si può sensatamente parlare senza la competenza e

l’autorità delle donne.

Che ci sia autorità, secondo me, è bene, e all’autorità religiosa riconosco l’indipendenza simbolica

dai mezzi del potere, sia pure intaccata da compromessi e complicità. Hannah Arendt porta la

Chiesa cattolica come un esempio di esercizio dell’autorità che non si confonde con quello del

potere.

Ma c’è qualcosa che non va. Il sacerdozio negato alle donne? Sì e no. Non principalmente, secondo

me, non quanto il permanere di una casta religiosa, per giunta solo maschile, che inevitabilmente

produce un vero e proprio potere religioso.

Ma, bisogna chiedersi, come possa, in concreto, modificarsi una grande tradizione che è il prodotto

di secoli di storia in cui ha prevalso, in bene e in male, una visione centrata sull’uomo di sesso

maschile. La cosa sembra chiedere tempi così lunghi da non poter impedire le derive sempre più

visibili di una civiltà morta, quella patriarcale.

La risposta non è aumentare la presenza di donne in certe cariche e posti, perché non é, e non deve

diventare, una questione di quote di potere. È questione di dar vita a quell’autorità che gli uomini,

esclusa la madre, non sentono nelle donne e che queste, troppo spesso, esitano ad assumere.

Leggendo la Relazione, ho visto qualcosa che potrebbe essere un inizio promettente di cambiamento.

Arrivata alla Conclusione, il suo linguaggio si modifica. Dice: “Nel corso di quest’Assemblea, noi

Padri sinodali, riuniti intorno a Papa Francesco, abbiamo sperimentato la tenerezza e la preghiera di

tutta la Chiesa” e così via. E termina con la richiesta fatta al papa di dire la sua (detto in maniera

meno sbrigativa, s’intende).

Risaltano due punti.

Quello più evidente è la preoccupazione dei partecipanti di mostrarsi uniti. Hanno discusso, sono

emersi contrasti su singoli punti e su scelte di fondo, ma la divisione non è definitiva, non ci sarà

uno scisma (si spera).

In quest’occasione, come in tante altre, salta agli occhi una costatazione e cioè che gli uomini

tendono a fare Uno. Questa tendenza, sappiamo, li ha portati a fare e dire cose discutibili, come

una forma di sovranità statale troppo assoluta, che ostacola le relazioni internazionali. Oppure, fino

a un recente passato, una patria potestà dispotica sulle donne e sui giovani della famiglia.

La storia è costellata di esempi di questa potente inclinazione simbolica maschile. Che, per se

stessa, quando trova i suoi giusti limiti, non sarebbe deleteria, anzi, per esempio aiuta a vincere

l’odio di parte. Oltre a questa capacità, il Sinodo ha mostrato un altro aspetto della differenza maschile, minore ma in sé positivo: agli uomini piace stare tra loro senza donne. Perché no, se non fanno torto ad altri? Anche a me e a tante altre piace stare tra noi senza uomini di mezzo.

Con la differenza che noi, per poterlo fare liberamente, abbiamo combattuto. Bisognava farlo:

uscire dall’isolamento domestico, coltivare alleanze e amicizie con altre donne, era e ed è

necessario per uscire dalla subordinazione al maschile. Abbiamo combattuto con mezzi già a

disposizione, ma anche e soprattutto con invenzioni originali. Fra queste c’è il linguaggio del

partire da sé in relazione con altre per significare un’esperienza originale femminile che non era

dicibile con i criteri del vero/falso a disposizione.

Torno al linguaggio della Conclusione. Il secondo punto, meno appariscente ma più nuovo e

importante, è proprio il partire da sé. Nella Conclusione, infatti, compare un “noi” prima assente dal

testo. Il “noi” si usa molto nel linguaggio ecclesiastico, ma ha un significato convenzionale. Questo

invece è un vero “noi”, riguarda quegli uomini lì in quel contesto e comunica il loro sollievo di

trovarsi d’accordo nel riconoscere il primato del vescovo di Roma, dopo giorni di un difficile

confronto e alla fine di un testo tutt’altro che unitario. E lo esprime con un linguaggio affettuoso.

Questo affiorare della soggettività in un testo istituzionale, lo attribuisco all’esempio e

all’insegnamento di papa Francesco. E porta con sé la promessa di una presa di coscienza maschile.

Se io, d’altra parte, ho potuto captarlo, questo lo devo a una scoperta fatta dal movimento delle

donne e approfondita con il pensiero della differenza sessuale, scoperta che mi ha orientata in

filosofia.

Attingere al vero e dirlo, era nel programma della filosofia di una volta; quella di oggi lo considera,

non senza motivo, presuntuoso o insensato.

Dall’esperienza femminista io ho imparato a uscire da quest’alternativa. Si può affinare l’ascolto e

udire, talvolta, la voce della verità, e riconoscerla. La rispondenza delle parole al contesto e al

vissuto non le rende per questo prive di valore veritativo, anzi. La verità soggettiva è più vera di

quella oggettiva, perché viene dall’intimo, che è il suo luogo sorgivo, generata da esseri umani in

rapporto sensibile con l’universo. E parla nel qui e ora di una situazione qualsiasi riuscendo a farsi

udire nel frastuono di questo mondo.

(www.libreriadelledonne.it 7/11/2015)

 

2) ANNA BANDETTINI – “Milano, la ‘Libreria delle donne’ festeggia 40 anni di cultura e impegno civile”

 

Fondata nel 1975 in un negozio vicino al Duomo oggi festeggia un’avventura ancora “sovversiva”

“Ma esiste una scrittura femminile? Esiste una letteratura delle donne? C’è un linguaggio che

racconta l’esperienza delle donne?”. Le domande di Lia, Rosaria, Marina, Luciana, Ester, allora

ragazze, affollavano quarant’anni fa gli incontri della domenica mattina, quando si riunivano per

raccontarsi i romanzi delle scrittrici appena letti, si scambiavano i libri, parlavano di scoperte o

riscoperte di autrici come Jane Austen, Virginia Woolf. È dalla memoria lontana di quel gruppo,

circa quindici donne, che emerge la nascita di un luogo simbolo di Milano che ha fatto la storia

anche fuori Milano.

La Libreria delle Donne, il primo spazio pubblico italiano dedicato alla cultura e al sapere delle

donne, compie 40 anni e locali di via Calvi 29, quattro vetrine destinate a ingrandirsi, si sono

ritrovate amiche, lettrici e lettori, per festeggiare il valore di un’avventura ancora sovversiva, non

solo negozio di libri “for ladies only”, ma ritrovo, circolo culturale, laboratorio di pratica politica.

Due grandi sale, una parte con sedie e divani (è la sala del Circolo della Rosa), un’altra con gli

scaffali dei libri e le sedie da cinema nere vicino alla cassa, una veranda-giardino, un soppalco per

gli uffici.

Qui generazioni di femministe si sono riunite e incontrate, hanno trascorso serate conviviali –

perché c’è anche una cucina e un libro documenta la gastronomia femminile – hanno discusso e

sviluppato il “pensiero della differenza” (rivendica non la parità, ma la differenza delle donne) e la

“pratica della relazione” cioè il parlare tra sé, hanno ripensato il lavoro, la scuola, la storia. E

avviato pubblicazioni, editato due riviste (Via Dogana e Aspirina), prodotto e proiettato film per e

sulle donne.

L’avventura parte da lontano: dal 15 ottobre del 1975 e da via Dogana a due passi dal Duomo, in un

negozio preso in affitto dal Comune con una colletta da un gruppo di donne riunite nella

cooperativa “Sibilla Aleramo”. L’idea era di creare uno spazio del sapere femminile e farne un bene

collettivo. “I libri – ricorda Lia Cigarini, una delle fondatrici – occupavano solo due pareti”.

Oggi – dal 2001 la Libreria è in via Calvi – ce n’è più di 10mila, oltre 3mila autrici da Virginia

Woolf a Antonia Pozzi, più un fondo di testi esauriti e introvabili. Si continuano a fare i turni per la

gestione, chi sta alla cassa, chi apre e chi chiude, e c’è chi come Renata Dionigi lo fa da 30 anni, chi

progetta incontri e riflessioni, la Cigarini, Luisa Muraro, Pinuccia Barbieri, Serena Fuart, Clara

Jourdan, le “giovani” Sara Gandini e Laura Colombo che curano il sito (www.libreriadelledonne.it).

Perché il percorso continua, la Libreria significa ancora studiare, scrivere incontrarsi, esplorare; e

anche se secondo alcuni “le femministe” lo fanno nel gergo un po’ insopportabile degli iniziati,

anche se molte altre associazioni

e realtà femminili sono nate, in questi 40 anni da qui molte cose sono cambiate, specie

l’atteggiamento “fuori”: gli editori pubblicano più libri di donne, gli uomini ne leggono di più, la

politica ne parla di più. Si sono aperti più spiragli dove “svelare il senso dello stare al mondo”.

Perché, come dicono alla Libreria “le donne hanno il bel vizio di non pensare solo per sé, ma anche

per gli altri”.

(Repubblica, 7/11/2015)

 

3) TIZIANA BARTOLINI – “ Madri sole”

 

Dalle lotte per ottenere libertà di procreare alla difficoltà di mettere al mondo un figlio desiderato. In pochi decenni la situazione si è ribaltata…

Nell’arco di qualche decennio la situazione si è ribaltata. Dalle lotte per ottenere la libertà di

procreare in modo responsabile, siamo passate alla difficoltà di mettere al mondo un figlio

desiderato. Rimangono invariati i nodi della questione: il corpo delle donne con il loro diritto alla

scelta accanto alle imposizioni di chi voleva, e vuole, decidere sulla base di convinzioni etiche ed

escludendo che l’interessata possa autodeterminarsi. Ieri abbiamo combattuto per ottenere l’accesso

alla contraccezione e la possibilità di interrompere gravidanze indesiderate senza rischiare la galera

e la vita; oggi per tantissime donne il problema è cercare di avere una gravidanza, magari rinviata

per troppo tempo, contrastando le imposizioni della legge sulla fecondazione medicalmente

assistita. Intanto l’aborto clandestino torna ad essere una triste realtà per l’alto numero di obiettori

di coscienza che,nei fatti,impediscono l’attuazione della legge 194.

Non è facile, oggi, scandagliare la dimensione della maternità cercando di cogliere le ragioni

profonde che determinano il basso tasso di natalità del nostro paese, perché convivono tante e

opposte realtà. Certamente il problema del lavoro e della precarietà è importante e non può essere

ignorato, ma c’è altro che le donne raccontano poco. Qualcosa che non è evidente e che va fatto

emergere.

Ci siamo misurate con la difficoltà di addentrarci in un mondo complesso e misterioso se lo si vuole

avvicinare senza la “barriera di protezione” delle statistiche sulla disoccupazione o dei dati sulla

conciliazione. Insomma volevamo capire come, quando, perché le donne decidono di diventare

madri. Oppure come, quando e perché decidono di non fare questa esperienza così importante, forte,

impegnativa e unica.

Ci rendiamo conto che il viaggio è appena all’inizio poiché la parola ‘madri’ racchiude tanti mondi

e modi, tante condizioni e singolarità. Al contempo, per effetto di un curioso strabismo, la pluralità

di sfumature e di vissuto entra in rotta di collisione con lo stereotipo, ancora vivo, della perfetta donna di casa prigioniera di ruoli tanto definiti quanto improbabili.

Quello che colpisce è che le testimonianze raccolte nel focus di questo mese sono accomunate da

una solitudine, fortissima e disperante, con cui le donne vivono la scelta di essere madri, poi la

gravidanza e la cura del figlio che nascerà.

Qualche decennio fa al procreare è stato conferito valore politico insieme alle lotte per uno stato

sociale che – almeno nelle speranze – si voleva organizzato adeguatamente. Il ritorno al privato ce lo

ha mostrato la battaglia contro le imposizioni della legge 40, che non si è vinta con i referendum ma

nei tribunali. Immutato, ieri come oggi, rimane il fatto che fare figli e accudirli è affar nostro. E

della famiglia, per chi ha a disposizione l’indispensabile welfare aggiuntivo (e gratuito) che i nonni

possono garantire.

“Noi donne” 6/10/2015

 

4) BIA SARASINI – Processo di Bari, donne libere o prostitute?

 

Piomba come fulmine a ciel sereno nell’acceso dibattito sulla prostituzione, tra abolizionismo e

legalizzazione, la linea scelta dal difensore di Claudio Tarantini, accusato di reclutamento di

prostitute in favore di Sandro Frisullo, allora vice-presidente (Pd) della Regione Puglia. “Non fu

prostituzione ma la rivendicazione del diritto di queste donne alla propria libertà personale e

all’utilizzo del proprio corpo”, ha iniziato l’arringa l’avvocato Gaetano Castellaneta, nel processo

escort a Bari in cui il suo assistito è imputato insieme con altre sei persone, fra le quali il fratello

Gianpaolo e Sabina Beganovic.

Un tocco di modernità, si potrebbe dire, in una squallida storia di favori scambiati e cercati.

L’avvocato, che deve portare a casa l’assoluzione o la minor pena possibile per i suoi clienti,

introduce nel dibattimento concetti insoliti, che provengono da una discussione vera, anche

piuttosto virulenta.

Che si può riassumere nella seguente domanda: le donne sono libere di usare il proprio corpo per

ottenere favori, vantaggi? E questo tipo di comportamento è definibile come prostituzione? Dico

subito che io penso di no, il che non significa che non sia riprovevole, se danneggia altre e altri. Va

detto che l’avvocato Castellaneta è furbo, dribbla tutto il dibattito. Non c’è prostituzione,

argomenta, perché queste sono donne libere. Hanno scelto di agire per propria volontà.

La libertà è esattamente il punto in questione. L’11 agosto 2015 Amnesty International ” ha votato

una risoluzione per la depenalizzazione del sex working, una decisione che ha provocato reazioni in

tutto il mondo, a cominciare da famosi personaggi di Hollywood come Meryl Streep, che hanno

firmato un appello per sostenere che prostituirsi non è un diritto umano.

Parlando di sex workers, naturalmente non si parla di tratta, schiavitù, persone trafficate. Si parla di

chi “sceglie” di fare la/il sex-worker, parola che per molte non è mai applicabile a questo campo.

Ma ora non voglio entrare in questa discussione, anche se da anni ascolto Pia Covre e il Comitato

per i diritti delle prostitute. È interessante invece tornare al processo, al tocco innovativo introdotto

dal difensore, che per salvare il suo assistito deve argomentare che non ci fu nessuna

organizzazione , nessun reclutamento, quindi nessuno sfruttamento.

Le donne hanno diritto all’utilizzo del proprio corpo è una declinazione imprevista e particolare

dell’antico slogan femminista “il corpo è mio e lo gestisco io”. Ma se si è libere, se cioè non si è

sotto il dominio di qualcuno, i limiti sull’uso di sé non possono venire da un’antica morale sessuale,

quella che divideva le donne tra perbene e permale, e considerava che le donne perbene non

potevano avere rapporti sessuali se non nel matrimonio. È una morale che non esiste più, e non

corrisponde più a nessun comportamento reale, almeno nel mondo occidentale.

Allora, per tornare al processo barese, nel cui merito saranno i giudici ad accertare se ci sono i

termini per stabilire se si trattasse di prostituzione, tutto bene? Le ragazze sono libere di trarre il

migliore profitto dal proprio (bel) corpo?

Non è solo la logica tutta di mercato, tutta neoliberista che mi turba, nelle parole dell’avvocato,

quando dice che le ragazze cercavano in quelle serate “opportunità di lavoro, rivendicando il diritto

di utilizzare la propria immagine”.

Cercare favori, a svantaggio di altri, è un atto negativo. Sicuramente sul piano etico, a volte, a

seconda delle circostanze, anche sul piano giuridico. Se si è libere, si è responsabili. Questo mi

suggerisce l’arringa di un avvocato che bada a proteggere il suo cliente, e della libertà delle donne

fa uso per i suoi scopi.

pubblicato su Huffington Post 1/11/2015

 

5) Recensione VALERIA PARRELLA “ Troppa importanza all’amore”

Einaudi 2015

 

Anche il sole avanzava, allora chiusi gli occhi e rimasi così, senza alcun peso: scoprivo che alla

festa siamo tutti invitati a partecipare, ma quello che più importa è come ti senti il giorno dopo.

Tienimi alla giusta distanza da quelli che amo, Dio, cazzo.

Si è persone come un sacco di persone che danno troppa importanza all’amore.

Nelle storie di Valeria Parrella le relazioni umane sono declinate in un continuo oscillare di forza e

fragilità. L’attrazione paralizzante di una donna per il cameriere della pizzeria che da sempre la

serve. La paura di un padre che osserva da lontano il figlio problematico che soffre, ma che ha

voglia di farcela. L’immobilità del carcere a vita. La morte. Il tradimento.

Un libro che non racconta l’amore ma la vita.