SOMMARIO:

 

 

 

1) MATILDE BARONI “Medicina di Genere, linguaggio di genere”

 

2) PAOLA ORTENSI ” LA DAMA NERA e la vergogna delle ciliegie smozzicate”

 

3) MASSIMO LIZZI “L’Espresso ha visto bene?”

 

 

4) Recensione FATEMA MERNISSI “L’ Harem e l’Occidente”

 

1) MATILDE BARONI – Medicina di Genere, linguaggio di genere

 

Tutta l’attuale medicina occidentale è patriarcale: è, cioè, il risultato di secoli di studi e di pratiche

condotti soprattutto da uomini con mentalità patriarcale.

La medicina di genere tiene conto del fatto che i corpi di uomini e donne, le loro anatomie e

fisiologie, sono diversi: per questo, le malattie che colpiscono i corpi maschili e femminili, e le cure

messe a punto per guarirle, non possono che essere diverse. Piano piano anche il linguaggio si deve

adeguare al nuovo interesse che noi donne rivolgiamo alla medicina.

Anche molto recentemente, nel corso della settima edizione del Festival della Salute, che si è tenuto

a Viareggio tra il 25 e il 28 settembre 2015, un’intera giornata (il 26) è stata dedicata alla medicina

di genere. Si può leggere al proposito l’articolo pubblicato sul sito di Noi Donne, dal titolo

“Viareggio a tutta…Medicina di genere”

Faccio un esempio: sono state chiamate malattie veneree, cioè femminili, tutte le malattie

contagiose che riguardano gli organi riproduttivi di donne e di uomini. Perché le hanno chiamate

veneree? Sono malattie che le donne producono direttamente dal loro organismo e che poi vanno

diffondendo? No. Una donna ha una malattia venerea se la contrae da qualcuno che gliela trasmette,

ma fa parte della cultura misogina incolpare noi donne di tutto, da Eva in poi e forse anche da

prima. Ora, dopo anni di denunce e prese di posizione delle donne, e di qualche uomo, quelle

malattie vengono più spesso chiamate MTS, cioè malattie a trasmissione sessuale. Ma ancora oggi,

se guardiamo su Internet, troveremo la dicitura malattie veneree in moltissimi siti, con alcuni spunti

anche ridicoli, come malattie veneree dell’uomo.

Nelle nostre possibilità cerchiamo di fare qualcosa e di rimediare.

Ci tengo qui a considerare anche un altro vocabolo medico misogino-patriarcale più subdolo da

smascherare e usato, purtroppo, anche da noi donne, persino da molte di quelle che, fra noi, sono

impegnate da sempre in favore della libertà femminile.

Mi riferisco al termine inseminazione. Nella specie umana il concepimento ha luogo dall’unione di

un ovulo e uno spermatozoo. Nessuno dei due è un seme, perché nessuno dei due porta in sé tutto il

patrimonio genetico. Dire inseminazione significa quindi dire che lo spermatozoo è il seme, cioè

che porta tutto il patrimonio genetico, tutte le informazioni della futura vita e che l’utero è un

ambiente, un terreno in cui lo spermatozoo da solo si può impiantare.

E l’ovulo? Non serve a nulla?

In Italia vi è un tradizionale substrato contadino e il legame con l’agricoltura, sebbene si sia molto

affievolito, è ancora forte. Si sa che se si semina il grano nel campo nascono piantine di grano.

Questo perché il grano è un seme e il campo è solo l’ambiente che lo nutre.

Ecco, dire inseminare rimanda a quest’immagine a lungo sedimentata nelle nostre menti. Che lui,

l’uomo, porta la vita e noi, donne, la alleviamo e basta.

Proposta: smettiamo di dire e scrivere inseminazione e passiamo al più corretto fecondazione anche

nei nostri scritti. Chi di noi, poi, ne ha la possibilità, provi anche a modificare i termini misogini sui

siti di Internet.

| 14 Ottobre 2015 “Noi donne”

 

2) PAOLA ORTENSI – La Dama Nera e la vergogna delle ciliegie smozzicate. Il giudice Silvana Sagunto, oltre l’indagine per “interessi privati” sulla gestione dei beni sottratti ai boss mafiosi, il dileggio verso i figli di Borsellino. Hillary, Angela e l’Uragano Patricia

 

Citare “ La Dama Bianca” ha significato per anni parlare raccontare una grande e drammatica

storia d’amore che aveva per protagonista l’amatissimo Fausto Coppi, il campione di ciclismo

leggendario e la sua donna, che rimase a lungo segreta e che subì addirittura la prigione per

adulterio e fu definita: La dama bianca, per un mongomeri bianco con cui fu fotografata a sua

insaputa. Una storia mai cancellata dal tempo per l’immortalità di uno degli sportivi più amati della

storia insieme al suo sfidante di sempre, l’altrettanto amato Gino Bartali.

Leggere allora questo vecchio slogan con un non piccolo cambio d’aggettivo ovvero: “La Dama

Nera” attribuito ad una signora del malaffare Antonella Accroglianò che organizzava il traffico

per le mazzette dell’Anas e che dalle intercettazioni che abbiamo letto e visto in TV, dirigeva con

volgarità lo scambio di soldi e favori a danno della “salute” del sistema stradale nazionale, a cui

l’Anas sarebbe dedicata, è un dolore e genera l’impressione di un vulnus alla protagonista di una

vicenda drammatica ma piena d’amore quella di Giulia Occhini con Fausto Coppi e forse più in

generale alla cronaca di tanto tempo fa che per ben altri motivi fu seguita dagli Italiani.

Una digressione la mia che a qualcuno potrà apparire fuori luogo ma che per quel che mi riguarda

porta a riflettere quanto sarebbe importante un uso delle parole meditato che in qualche modo aiuti a

pensare o ancor di più a dirigere il pensiero in modo corretto senza sempre mescolare e scambiare

“sacro e profano”. Tornando alla ex dirigente dell’ANAS, la rabbia per questa quotidiana pratica del

malaffare è aggravata diciamolo dal fatto che sia una donna e che nelle intercettazioni fa uso, nel

linguaggio in codice forse non a caso di un gergo “casalingo” dove le mazzette divengono per

esempio ciliegie anche smozzicate.

E’ questa una settimana dove le notizie negative che toccano donne che hanno raggiunto ruoli e

funzioni di potere e che non ne fanno il miglior uso, non si fermano alla dirigente ANAS e

vorremmo davvero di poter scoprire che “erano state giudicate male”… ma certo le notizie non

fanno ben sperare. Si va infatti, sembrerebbe, aggravando la posizione del giudice palermitano

Silvana Sagunto che dopo essere stata indagata per come ha gestito, con raccomandazioni e

favori, il patrimonio sequestrato ai boss di cui aveva l’affidamento; è ora nel ciclone per il modo

volgare con cui, in alcune telefonate intercettate, ha chiosato con disprezzo i comportamenti dei

figli di Borsellino, dileggiando l’emozione di Manfredi quando si è commosso con Mattarella ,in

occasione di un anniversario dedicato al padre, e definendo cretina la sorella Lucia. Lucia di cui

solo pochi mesi fa abbiamo registrato le dimissioni da assessore alla Sanità della Regione Sicilia per

sottrarsi alle presunte considerazioni telefoniche su di lei del Presidente Crocetta.

In questa giostra di negatività di donne in ruoli e funzioni di rappresentanza, in gangli primari dello

Stato mi auguro che l’ex sottosegretaria alla Cultura Francesca Barracciu, come assicura nelle

interviste di stampa, possa dimostrare la sua totale innocenza nel processo che l’accusa di spese

fuori luogo, per 81.000 euro, quando era alla Regione in Sardegna; accusa che, per altro, le costò la

candidatura a Governatore.

Per passare a una notizia che con sguardo femminile appare più confortante, la settimana trascorsa

ha visto un ulteriore passo in avanti verso la possibilità concreta che Hillary Clinton possa ottenere la nomination come candidata del Partito democratico alla Presidenza degli USA, con la

rinuncia del vice Presidente Joe Biden. E mentre la Clinton lavora per il suo successo, Angela

Merkel che il suo ruolo di premier più forte d’Europa lo ha ottenuto da tempo, con instancabile

energia, lavora ancora in questi giorni per districare la matassa dei migliaia di migranti che in

crescita costante bussano, ogni giorno ai confini dell’Unione, di terra e di mare e che sarebbe

necessario poter “distribuire” con equità nei vari paesi dell’Unione. Si tratta di un obiettivo davvero

difficile da realizzare e che i risultati elettorali delle ultime ore, per esempio in Polonia, dove ha

vinto il partito euroscettico Diritto e Giustizia, che vedrà come leader la 52 enne Beata Szydlo,

sembrano rendere sempre più difficili.

In Italia tra i tanti fronti aperti diciamo di confronto forte con il Governo si è aperto anche quello

dei magistrati che al loro congresso hanno avuto a che dire col Governo circa il modo come li

utilizza …fortunatamente la ministra Maria Elena Boschi con il suo intervento è riuscita a riportare

il tema nei giusti binari assicurando l’autonomia della magistratura e il rispetto del Governo in tal

senso.

Quando pensavo che almeno per questa settimana potevamo dimenticare la storia di violenze rivolte

a una donna, impariamo che una madre dopo 11 anni di angherie subite in silenzio, come

compagna, vedendo che il suo uomo punta ad infastidire la figlia di undici anni, finalmente trova la

forza di denunciarlo perché per lei “ poteva sopportare” ma per la figlia ancora bambina l’affronto,

l’orrore è troppo grande…

A fronte di tanta violenza che continua a ripetersi verrebbe voglia di poter utilizzare un energia che

spazzi via tale turpitudine magari potendo utilizzare un pizzico dell’energia di quell’uragano che,

nei giorni scorsi, ha creato tanti danni in Messico coi suoi 320 km orari e che guarda caso ha per

l’ennesima volta un nome di donna: Patricia!

| 24 Ottobre 2015 “Noi donne”

 

3) MASSIMO LIZZI – L’Espresso ha visto bene?

 

L’Espresso del 12 ottobre ha annunciato in copertina che le donne hanno perso. Perché a mezzo

secolo dalla rivoluzione femminista, le discriminazioni esistono ancora e la coscienza collettiva le

dà per scontate, ma non ci sono più manifestazioni di donne che scendono in strada a urlare slogan;

inoltre, le ragazze rifiutano di definirsi femministe.

Questo annuncio presuppone l’aspettativa irrealistica di vedere risolti cinquemila anni di patriarcato

in cinquant’anni di femminismo. La stessa rivista riconosce che importanti discriminazioni sono

state rimosse con l’introduzione del nuovo diritto di famiglia, la possibilità di scelta delle donne

sull’aborto e l’abolizione dell’obbligo di dote e della patria podestà solo maschile. Le donne

accedono all’istruzione (anche più degli uomini), al lavoro e alla carriera, ma rimangono disparità di

salario e di opportunità; le donne sono libere di dire e di fare nella vita privata, ma all’indipendenza

femminile gli uomini reagiscono ancora troppo spesso con la violenza e il femminicidio.

Il femminicidio un tempo si chiamava delitto d’onore ed era ancora codificato come tale, con tutte

le attenuanti, nelle nostre leggi fino al 1981. Questa è la trasformazione più importante: è cambiato

il modo di vedere, nominare, dare valore e significato alla realtà, perché è diventato condizionante o

determinante il punto di vista delle donne, l’emergere di una sempre più autonoma soggettività

femminile. Così, la disparità e la violenza sono oggetto di inchieste, studi, denunce, iniziative

legislative. I giornali che ancora parlano di raptus e di delitto passionale sono spesso analizzati nel

linguaggio e criticati.

La coscienza collettiva è contraddittoria: da un lato dà per scontate alcune divisioni di ruolo,

dall’altro considera le disparità retaggi in via di estinzione e dà per scontata la parità come realtà già

acquisita, ormai irreversibile. Ma non sempre una meta desiderabile.

La parità può essere giocata contro le donne, per esempio quando riserva anche a loro il servizio

militare, i turni di notte, l’aumento dell’età pensionabile e tante parificazioni al ribasso; quando

propone la conciliazione tra lavoro e famiglia in uno schema nel quale il lavoro produttivo è il

valore primo e il lavoro riproduttivo un valore subordinato, vissuto come un ostacolo a cui

concedere un adattamento. È un effetto deleterio della parità anche la rimozione della differenza

sessuale, per esempio nelle fabbriche dove alle donne è chiesto di adeguarsi a strumenti e

abbigliamenti considerati neutri, ma in realtà misurati sugli uomini, come capita a Melfi dove le

donne danno battaglia contro le tute bianche che si macchiano per il ciclo mestruale, in realtà

inadatte a tutto l’ambiente di lavoro che vorrebbe essere un laboratorio asettico, mentre continua ad

essere una fabbrica sporca.

La stessa valutazione di una sconfitta femminile risente molto di una misura di tipo maschile,

secondo cui ci sarebbe stata una guerra, una contrapposizione, una partita, poi il fischio finale di un

arbitro, quindi un vincitore e uno sconfitto. E sempre secondo questa misura maschile, il

termometro della vitalità politica è la manifestazione di piazza, la prova di forza organizzativa, la

simulazione della parata militare. Senza grandi manifestazioni, come quelle dei movimenti di lotta e

di liberazione a egemonia maschile, non c’è presenza sulla scena pubblica, come fossero ininfluenti

tutte le altre forme di attivismo e partecipazione, dalle librerie ai blog.

Nel servizio si legge che qualcuna lamenta una mancanza di trasmissione della militanza

femminista dalla generazione degli anni ’70 alle successive, e la imputa al femminismo della

differenza, «che ha avuto più visibilità, ha creato una sorta di teologia, producendo un linguaggio

oscuro, ostico, moraleggiante. Un modo di parlare, e di tenere separati il mondo di lui e il mondo

di lei, nel quale le più giovani non si ritrovano. Ne hanno, anzi, paura e fastidio: se la denuncia

della mancata parità le getta nel ruolo di vittime non ne hanno alcuna voglia». Così dicendo,

sembra non si sappia di cosa si parla. L’ho imparato anch’io con un po’ di fatica e un po’ di stupore dalla Libreria delle donne: il femminismo della differenza non ha mai cercato la parità, né

incoraggiato moralismi, né vittimismi, ha puntato invece sul partire da sé, in relazione con altre, per

realizzare il proprio desiderio politico senza farlo dipendere da altri. Forse il femminismo della

differenza non è stato poi così visibile o forse l’intervistata (o l’Espresso?) non ha visto bene.

L’inchiesta infatti dà anche una visibilità sproporzionata all’estemporanea iniziativa di Women

against feminism, e non tiene conto dell’impegno costante di molte ragazze che non rifiutano affatto

di dirsi femministe: il web pullula di pagine e blog di attiviste femministe molto giovani, anche

isolate, improvvisate, oppure associate in collettivi, che provano a impostare una loro battaglia

contro il sessismo.

Io stesso ho incontrato questo femminismo spontaneo di donne che usano la scrittura sui forum e sui

blog, per mettere in discussione il sessismo, nei media, in politica, nel modo di pensare e

relazionarsi dei propri interlocutori diretti e ne sono rimasto coinvolto molto di più di quanto non

accadeva con il femminismo delle piazze e dei cortei. O perché chiamato ad esprimermi o perché

messo in discussione. E anche questo dice di una trasformazione già avvenuta, che può andare

ancora molto avanti.

(www.libreriadelledonne.it, 30/10/2015)

 

4) Recensione FATEMA MERNISSI “L’Harem e l’Occidente”

Giunti 2000

 

Gli occidentali si sono impadroniti dell’immagine di donna prigioniera e voluttuosamente in attesa

del califfo-uomo. E soprattutto passiva. Tutto il contrario di quello che avveniva realmente negli

harem, dove le schiave sapevano cantare, ballare, recitare versi. Più erano colte, più avevano la

possibilità di diventare le favorite del sultano. Inoltre l’harem non ha nulla a che vedere con il

piacere come si pensa in Occidente…

In questi tempi di deriva maschilista, mi piace segnalare un libro divertente e intelligente,

pubblicato alcuni anni fa dalla sociologa maghrebina Fatema Mernissi sul tema dell’harem. Fatema

ribalta provocatoriamente la condizione del concubinaggio secondo lo stereotipo vagheggiato

dall’immaginario degli uomini occidentali – nella letteratura e nella pittura – restituendoci

l’immagine dell’harem come di un luogo in cui una donna sapeva mantenere la propria dignità e

accrescere la propria personalità.

Fatema riscatta quindi la donna musulmana dalla sua condizione di passività, confrontandola con

quella occidentale, che è costretta a vivere un altro tipo di harem, una prigione non fisica ma

mentale: l’ossessione per il culto della bellezza e della gioventù. Per non restare invisibile la donna

occidentale deve sottostare ai canoni di bellezza stabiliti dagli uomini, dall’industria della moda,

deve entrare nella taglia 42, restare giovane nonostante il passare del tempo, esibire un seno

prorompente, labbra esplosive, una pelle da eterna adolescente.

Con grande humour, Fatema stravolge i pregiudizi tra uomini e donne, tra occidente e oriente, e ci

fa riflettere sul rapporto che noi donne abbiamo col nostro corpo.

Reperibile presso la LIBRERIA DELLE RAGAZZE, via Pergolesi, Grosseto