SOMMARIO:

 

 

1) LAURA COLOMBO “Due mamme”

 

 

2) SILVANA FERRARI “Io e lei” un film di Maria Sole Tognazzi – Italia 2015.

 

 

3) STEFANO CICCONE e ALBERTO LEISS “Una diversa libertà per gli uomini”

 

 

4) Recensione ELENA FERRANTE ” L’amica geniale” – Volume terzo

 

1) LAURA COLOMBO – “Due mamme”

 

Sta per suonare la campanella del primo giorno di scuola della prima elementare. Li vedete?

Bambine e bambini riempiono il cortile di urla e risate. In un ambiente nuovo, ritrovano qualcuno

che conoscono e, dopo un attimo di sospensione ed esitazione, rotolano in un’allegria nuova, si

stringono e si allontanano per farsi coraggio e rendere vero, ancora per un po’, che l’amica del

cuore sarà di certo la compagna di banco.

Dietro ci sono i genitori, probabilmente intimoriti dal primo impatto con una pesante “istituzione”,

sicuramente attraversati dai ricordi di quella curiosità e quella paura che leggono negli occhi dei

figli. E se i genitori sono due mamme? Probabilmente sono partite molto tempo fa a informarsi sulle

scuole “giuste”, quelle con dirigenti e maestre aperte al reale che cambia e non troppo intimorite

dalle difficoltà che i cambiamenti pongono a ciascuno. Forse si guardano intorno con più

circospezione, domandandosi se le maestre “lo sanno”, studiando gli occhi e le movenze delle altre

mamme e papà, alla ricerca di un segno di apertura: questo spazio comune è praticabile per tutte e

tutti, magari con un filo di felicità.

Poi la burocrazia sommerge tutto: assicurazione, anticipo dei soldi per le attività extrascolastiche

(perché nomi così brutti? Perché non ci sono più le “gite”?), deleghe per il ritiro dei bambini da

parte di tate, nonni, zie, amici. Eccolo il panico arrivare. E se oggi lei non può ritirare il figlio

perché non c’è ancora la delega? Lei “non è nessuno” dal punto di vista della legge, di fatto è la

mamma per il bambino. Questa è la vertigine che ti prende quando irrompe nella tua vita il controllo

dell’istituzione, quel potere fatto di regole già scritte che sanciscono in astratto cosa deve essere,

tutto il resto essendo fuori norma e quindi un problema. Ricordo ancora la prima volta che ho preso

un aereo con mia figlia, che aveva poco più di un anno. Da sconsiderata, non avevo portato alcun

documento della piccola. La ragazza del check-in non voleva farci passare, non potendo provare che

la bambina fosse mia figlia, nonostante l’evidenza di una creatura aggrappata a me con fiducia,

mentre misurava con gli occhi lo spazio enorme che la circondava. Abbiamo parlato e ha prevalso il

buon senso. Ecco, buona parte del necessario per trovare mediazioni creative è già lì, a portata di

mano: una relazione fiduciosa con le maestre, il porsi quotidiano nella propria realtà di famiglia,

l’attenzione per il bambino e le sue relazioni amicali. Ma davvero conosciamo queste possibilità?

L’ansia che prende di fronte ai muri della burocrazia può venire quando ci si sente sole/i contro tutti

e prive/i di forza in una realtà che si percepisce ostile. Tuttavia un’alternativa esiste, ed è quella che

ho suggerito a un’amica in questa situazione: fai leva su quello che c’è, non su quello che manca;

punta sulla relazione con le maestre e sulla fiducia nelle capacità inventive tue e altrui. È la politica

delle relazioni, che scommette sulla presa di coscienza a partire dalle domande più semplici: chi è

l’altra, l’altro? Che cosa posso fare io per condividere con maestre e genitori un’idea grande di

scuola? Posso esserci in prima persona, farmi carico del desiderio di avere una scuola all’altezza del

mondo che cambia e dire pubblicamente la verità, sdrammatizzare le paure, puntando su relazioni

che restituiscano senso e valore alla comune esperienza.

Resta la contraddizione aperta di essere “inesistente” rispetto a quanto stabilito dalla legge, che è il

punto controverso ogni volta che abbiamo a che fare con la materia dell’esistenza e della libertà

umana, per lo più femminile: amore, vita, morte, maternità, sessualità, desiderio, libere relazioni.

Clara Jourdan, in un pezzo scritto per il sito della Libreria, afferma che se nei legami omosessuali

«nascono o entrano creature piccole, il rapporto delle persone adulte con queste creature viene

inevitabilmente iscritto nelle forme giuridiche previste dall’ordinamento. Così, mentre in una

coppia donna-uomo non sposata entrambi sono genitori dei loro figli a tutti gli effetti, ormai, in una

coppia dello stesso sesso no, e si crea una situazione magari ben saldata dall’affetto ma certamente

difficile da vivere, sottoposta a continue prove, perché il rapporto tra genitori e figli minori è

sempre più pervasivamente controllato dalle istituzioni». Sono d’accordo con lei e auspico che il

disegno di legge sulle unioni civili e l’adozione, in questi giorni al Senato, vada in porto. È

importante che la realtà sia vista e vengano registrate le trasformazioni avvenute nella ricerca libera della maternità o paternità, pur sapendo che non dipende da una legge la qualità dei legami sociali.

Suor Eugenia Bonetti, in una recente intervista a proposito del suo lavoro con le prostitute ridotte in

schiavitù, ha sciolto con semplicità la contraddizione necessità/inessenzialità dei diritti raccontando

di aver ottenuto una legge che «ha aperto una grande porta. Una volta riconosciuta la tratta abbiamo

potuto aprire case di accoglienza per le donne che tentavano di liberarsi dalla schiavitù.» anni

lavorava con le vittime della tratta con altre suore, e il suo impegno è nato dall’incontro con una

donna nigeriana che l’ha coinvolta così tanto da cambiarle la vita. Suor Eugenia non ha aspettato la

legge, ma ha lottato perché questa potesse aiutarla a farsi ascoltare dove c’era più sordità. Le leggi e

le politiche istituzionali, quando ci sono e funzionano, possono aiutare a risolvere problemi concreti

e offrono risorse per un lavoro tutto da fare. I veri cambiamenti restano certamente nelle mani di

donne e uomini in carne e ossa, chiamati a dare senso all’esistenza quotidiana a partire dalla libera e

mutevole espressione di sé.

(Via Dogana 3, 18 ottobre 2015)

 

2) SILVANA FERRARI “Io e lei” un film di Maria Sole Tognazzi – Italia

 

Non è facile raccontare l’amore tra due donne, mettere in scena la quotidianità fra impegni di lavoro

e momenti di intimità, mostrarne la ripetitività nei gesti, nelle abitudini, nelle piccole ossessioni

maniacali, nella necessità di spazi e tempi personali come nella condivisione del piacere dato dalla

reciproca compagnia. Perché se si fa eccezione dal circuito molto esclusivo del cinema indipendente

gay e lesbico che, a partire dalla metà degli anni settanta ha portato i suoi pregevoli contributi – ne

cito uno per tutti, Go fish, il film cult di Rose Troche (1994) – non ne esistono molte altre

rappresentazioni.

Ero consapevole di ciò mentre scorrevano le scene di Io e lei, l’ultimo lungometraggio di Maria

Sole Tognazzi, di cui è anche sceneggiatrice insieme a Francesca Marciano e Ivan Cotroneo.

Ancora oggi parlare nel cinema di sessualità femminile nell’espressione della sua soggettività libera

trova molte reticenze. È del 2010 il film di Lisa Cholodenko I ragazzi stanno bene – premiato ai

Golden Globe e con quattro candidature agli Oscar – che raccontava di una relazione stabile fra due

donne, ognuna delle quali con un figlio avuto con la fecondazione artificiale; era ambientato nei

quartieri agiati di Los Angeles fra la borghesia liberal dove l’esistenza di queste nuove famiglie non

costituiva un’eccezione, assorbita com’era in una consolidata coesistenza.

Per queste ragioni mi pareva interessante portare qualche riflessione sul nuovo lavoro della regista,

su come il soggetto del film abbia trovato la giusta ambientazione in uno scenario tradizionale,

quello della media borghesia romana di professionisti affermati, non particolarmente sensibile ai

nuovi rapporti di convivenza che stanno venendo allo scoperto e lontano dal mondo della

trasgressione o della intellettualità di sinistra. Evitando stereotipi di ruolo ha mostrato come,

all’interno di case borghesi ben arredate, non si muovono più le vite di famiglie tradizionali; in un

contesto sociale in grande trasformazione inscena il cambiamento nei rapporti familiari e di coppia

e lo vuole mostrare come un processo in atto per cui la relazione fra due donne è visibile, di fronte a

tutti e accettata.

Al centro del film stanno le difficoltà, i conflitti e le stanchezze della coppia Federica e Marina,

contraddizioni che assumono particolare evidenza nel personaggio di Federica, donna nevrotica e

insicura, le cui reticenze, dubbi e ritrosie spiegano la sua confusione e la poca chiarezza sui propri

desideri sessuali, lei che nella coppia si considera l’eterosessuale.

La costruzione di questo personaggio controverso permette alla regista di mostrare una storia

d’amore tra due donne che trascende le rigide gabbie delle cosiddette predisposizioni sessuali, una

positività in più del film e una vittoria del femminismo che ci ha trasmesso il senso dell’amore fra

donne come una scelta libera.

Se al film di Maria Sole Tognazzi si riconoscono questi meriti le critiche, che sono d’obbligo e

importanti, diventano meno distruttive. Ad esempio la recitazione molto trattenuta, soprattutto di

Margherita Buy rispetto a Sabrina Ferilli, pare mostrare una qualche difficoltà dell’attrice di

immergersi completamente nella parte, quasi spaventata nel dare voce e corpo alla sessualità fra le

due donne. Poi ancora: la conclusione del film pare poco meditata proprio nelle ultime scene che

sono quelle risolutive; come totalmente trascurata appare la narrazione delle premesse della loro la

storia d’amore, quell’attrazione, quell’innamoramento che spiegherebbero una convivenza di cinque

anni, mentre tutto si concentra sulla crisi del loro rapporto, scelta registica anche comprensibile per

far meglio emergere nel conflitto le differenze dei due caratteri.

Per finire: ho trovato di particolare efficacia simbolica la scena in cui Federica, madre di un figlioventenne, cerca un rifugio momentaneo nella casa che il ragazzo condivide con altri studenti, e

quelle scene che mostrando le sue riflessioni, in flashback e attraverso opposizioni di immagini,

confrontano le sue relazioni con gli uomini e quella con Marina: determinanti per sciogliere i suoi

dubbi.

(Via Dogana 3 / 8 ottobre 2015)

 

3) STEFANO CICCONE e ALBERTO LEISS – Una diversa libertà per gli uomini

 

A che punto è la notte? La notte di una politica che sembra aver smarrito ragione e passione,

desiderio di libertà? O forse, prima di tutto, ha perso lo sguardo capace di riconoscere dove e come

ragione, passione, desiderio e libertà si manifestano nella crisi che stiamo vivendo.

Un dove e un come che riguardano tanto ciò che ci circonda, quanto ciò che si muove o ristagna

dentro noi stessi.

Il punto di vista da cui partiamo è quello di chi pensa che la ragione desiderante e appassionata della

politica non possa prescindere dalla radice dei nostri corpi sessuati, e dalla qualità delle relazioni

che su questa radice sono più o meno consapevolmente costruite. E’ un punto di vista che ha alle

spalle molti anni di ricerca, di pratica politica tra uomini e tra uomini e donne. E che negli ultimi

tempi sconta la sensazione sempre più forte di una impasse. Sembrano venire meno motivazioni e

desideri, analisi condivise.

Per un verso i conflitti aperti nelle relazioni vissute diventano più acuti, fino a produrre la

percezione della negazione, del misconoscimento dei percorsi compiuti quando non della reciproca

violenza, per l’altro i luoghi politici di relazione sembrano ripiegarsi e avvizzire per mancanza di

investimento di pensiero e energie. E’ possibile superare l’impasse? Sentiamo necessaria una nuova

riflessione. Una proposta da costruire in un nuovo scambio, con tutte e tutti con cui abbiamo fatto

politica negli anni che abbiamo alle spalle, fino a oggi.

Lo scambio ma anche il conflitto, del resto, sono aperti tra noi due. C’è qualche anno di differenza.

Non tanti da misurare il salto di una generazione, ma quanto basta per definire storie diverse nel

rapporto con la politica, con altri e altre, col mondo. La differenza tra chi ha incontrato la passione

per la politica e la libertà nel ’68, e chi un decennio dopo, dal ’77 ai movimenti degli anni ’80.

Abbiamo però condiviso uno sguardo critico sulla mascolinità, cercando in questa chiave di lettura

anche una risposta alle derive della politica.

Segnare qui di sfuggita quelle date indica, intanto, che la riflessione e l’elaborazione sulla storia che

ci ha determinato forse non è stata ancora compiuta con la necessaria radicalità. A partire da quel

doppio taglio che ha visto, quasi nello stesso momento, divaricarsi le pratiche politiche degli uomini

e delle donne con il separatismo femminista, e tra gli uomini principalmente, sul discrimine della

violenza e della militarizzazione della politica. Per arrivare alla rottura dell’89, e a quella dell’11

settembre 2001 (preceduta dal G8 genovese).

Esiste, su tutto questo, un patrimonio di analisi razionali e di sedimentazione sentimentale

condivisa, almeno tra un certo numero di uomini e donne: perché non ha fondato un desiderio

comune di politica? E se esiste, perché non ha provocato sinora una visibile efficacia, una presenza

riconoscibile nel mondo e nelle esperienze politiche che, spesso, insieme ci troviamo a frequentare?

Scriviamo nel momento in cui, nella notte dei pessimi sentimenti di paura, odio, indifferenza di

fronte alla carneficina dei migranti nel mediterraneo, o sui tir nelle strade europee, e alle guerre che

vi stanno dietro, si affacciano gesti concreti di solidarietà, di riconoscimento reciproco che rompono

con la sensazione di impotenza e con i dispositivi di disumanizzazione dell’altro. Non solo nel

discorso del Papa, ma nei gesti di tanti cittadini europei, nella civiltà delle stesse parole di Angela

Merkel. Un panorama che non può certo appannarsi nel nostro sguardo. Gesti e sentimenti che non

possono essere ridotti a mero contorno della “politica” ma forse indicano una strada per rifondarla.

Anche nel nostro paese le esperienze concrete di solidarietà con i migranti, e prima con la Grecia,

hanno cominciato a rompere l’immobilismo.

Ma qui intendiamo ripercorrere, brevemente, un tragitto che ci ha accomunato. Almeno da quando

– a partire dalla metà degli anni ‘90 – ci siamo incontrati nei luoghi in cui alcuni uominiintenzionati a fare i conti criticamente col patriarcato avevano cercato uno scambio con più donne

che quei conti già li avevano aperti e fatti da tempo, conquistando nuova forza in soggettività,

capacità di trasformazione, libertà.

Eravamo con altri impegnati nell’allargamento dell’esperienza di maschileplurale, specialmente

dopo l’interesse raccolto dal testo del 2006 “La violenza contro le donne ci riguarda: prendiamo la

parola come uomini”: un percorso pensato costitutivamente in relazione con il femminismo e con la

politica delle donne.

Era infatti cresciuta parallelamente una rete di luoghi di pratica politica e di incontro nei quali il

punto principale “all’ordine del giorno” era la costruzione di nuove relazioni tra donne e uomini,

consapevoli della differenza e della propria parzialità, con l’idea che da questo incontro-scontro

avrebbe potuto nascere una nuova politica. Una politica di tutte e tutti, proiettata al superamento del

simbolico patriarcale, alla messa in discussione delle costruzioni sociali e linguistiche che

imprigionano diversamente la vita di donne e uomini, il “verso” che effettivamente andrebbe

“cambiato” anche per produrre trasformazione sociale, cambio di civiltà. Ci siamo a un certo punto

interrogati, interrogate, se questo incontro potesse avvenire sospinto da eros, da un effettivo

desiderio, e non solo da una (meno impegnativa e problematica?) alleanza. L’interrogativo

sembrava nascere a un punto alto dell’elaborazione e della pratica comune, pur tra limiti e

resistenze, da una parte e dall’altra.

Poi si sono verificati una serie di passaggi bruschi. Dopo l’energia espressa dall’incontro del

femminismo italiano a Paestum 2012, l’anno successivo la proposta di un coinvolgimento maschile

a Paestum 2013 ci ha diviso. Molte donne hanno reagito negativamente a quella proposta, pur senza

negare in diverse posizioni l’interesse a proseguire in altri luoghi il confronto. Abbiamo pensato che

non fosse il contesto giusto: una presenza maschile vissuta come “imposta” anche solo a una parte

delle partecipanti non sembrava la premessa utile per tentare un salto politico e simbolico sul piano

delle relazioni politiche tra i sessi.

Una valutazione errata? Un’occasione – per quanto prevedibilmente conflittuale – perduta?

Ci sembrava piuttosto il momento per avanzare una proposta che partisse da noi, per andare oltre il

terreno dello scambio sulla violenza maschile. Azzardare che quel salto potesse avvenire provando a

ripartire da nuovi desideri degli uomini. Volgendo lo sguardo ai mutamenti in corso nella paternità,

al rifiuto dei meccanismi del potere (a certe nuove forme di estraneità maschile verso la politica

data, nei partiti, nelle istituzioni?), ai nuovi modi di vivere la propria sessualità e il corpo. Facendo

tesoro anche di una improvvisa inedita presa di parola pubblica maschile sullo scandalo della scena

potere-sesso-denaro aperta da un presidente del consiglio. In definitiva alla ricerca di una diversa

libertà degli uomini.

Una verifica parziale è venuta dall’incontro promosso da alcuni di maschileplurale presso lo SCUP

di Roma (marzo 2013). Un incontro ricco: donne e uomini di tante città riportarono lì il proprio

desiderio di una ricerca comune, la propria curiosità, la spinta derivante da percorsi già condivisi. Ci

sono rimaste impresse due diverse, quasi opposte, reazioni venute dalle amiche che avevano

accettato il confronto.

Sì, è possibile un incontro che riconosca nuove modalità in cui può esprimersi il desiderio maschile

di “fare mondo”.

No, il tempo non è ancora venuto: certo siete qui bene intenzionati, ma siete pochi, non si vede un

“movimento” di uomini la cui presa di coscienza e i cui comportamenti possano far pensare a

qualcosa di simile a quanto è avvenuto, tra le donne, con il femminismo.

Forse non abbiamo saputo raccogliere entrambe queste indicazioni, sollecitazioni, con i tempi, la

capacità di rimetterci in gioco, e il metodo necessari.

E’ poi intervenuto un inciampo che vogliamo nominare. La violenza è ricomparsa da padrona, con il

caso di un amico di maschileplurale accusato da una donna di aver esercitato su di lei violenza

psicologica. E’ qualcosa che ha terremotato le relazioni tra noi uomini, tra donne e uomini, e che ci

ha fatto capire che andare oltre il terreno della violenza, come ci proponiamo, non consente nulla

che possa apparire una sottovalutazione. Ma al tempo stesso ha mostrato come cercare una

radicalità nel confronto con la violenza non possa divenire ricerca di estraneità o rimozione dellacomplessità e anche della dimensione controversa delle relazioni e dei vissuti. La discussione e

l’elaborazione tra noi resta aperta, e riguarda il modo di vivere, di nominare e di combattere la

violenza, che non può essere mai considerata – lo abbiamo sempre detto – come qualcosa che non ci

appartiene. Si conferma la necessità di riconoscere la dimensione pervasiva della cultura che genera

la violenza, e di costruire luoghi in cui sia possibile uno scavo nell’immaginario, nelle aspettative e

nelle rappresentazioni di donne e uomini capace di svelare le nostre complicità e contraddizioni

Crediamo che questa vicenda rivesta per tanti aspetti un valore politico generale. La questione

politica sono i nessi tra potere, forza, violenza, sessualità: affondano nella soggettività maschile così

come storicamente si è determinata, e si allargano – ipotesi da verificare? – a tutte le altre forme di

violenza, fino alla violenza bellica.

Questa vicenda ha messo in luce, una volta di più, le difficoltà e i limiti della ricerca di un’altra

libertà maschile, ma anche – secondo noi – la corposità delle resistenze femminili all’esperienza di

quell’incontro e a un investimento politico pieno.

Tra l’altro con un singolare paradosso e una significativa coincidenza. Il paradosso è che laddove

le relazioni politiche tra uomini e donne proseguono un percorso, per quanto difficile e conflittuale,

ciò avviene in grande misura proprio sul terreno delle iniziative che si propongono di affrontare e

arginare la violenza maschile. Qui si manifesta concretamente la spinta a una nuova “alleanza”.

Nello stesso tempo è su questo stesso terreno che emergono la diffidenza e il giudizio negativo più

forti da parte di alcune donne. Quasi che, dopo aver giustamente denunciato il lungo silenzio

maschile, ora che una parola e una pratica politica viene tentata, essa susciti più diffidenza che

ascolto. Forse perché necessariamente implica anche uno spostamento femminile?

Paradigmatica è la questione dell’atteggiamento da assumere nei confronti degli uomini che

agiscono la violenza. Affrontare il tema del rapporto con loro significa rischiare che gli uomini

tornino al centro, quasi apparendo anch’essi “vittime” della cultura patriarcale?

O non significa invece, soprattutto da parte maschile, guardare in faccia la violenza, farne

l’esperienza necessaria per una trasformazione reale del sé, per bandire i rischi di rimozione?

La coincidenza è il venire meno, nei fatti, di quelle esperienze e di quei luoghi di pratica politica

comune che ci hanno accompagnato per lunghi anni. Certo, le cose spesso finiscono senza che sia

immediatamente percepibile il perché, e tuttavia, oltre a indagarne – se lo si desidera – i motivi, le

cause, è necessaria quanto meno una presa d’atto.

Se ne potrebbe dedurre – in modo del tutto schematico – questa conclusione: quell’incontro registra

uno scacco. E’ necessaria una nuova fase di pratica politica e di ricerca confinata, sostanzialmente,

nel ‘tra donne’ e nel ‘tra uomini’. Forse nemmeno questo, perché il “tra uomini” fa comunque

problema: vi si scorge facilmente l’ombra inquietante del “branco”. Aveva dunque ragione Valerie

Solanas: “fatevi una buona volta da parte, lasciate fare a noi”…? Lo statuto simbolico delle

relazioni di differenza, in ogni caso, è ancora troppo acerbo?

Crediamo che le cose non stiano così. E che la elaborazione dei conflitti aperti non possa avvenire

senza la ricerca di uno scambio tra uomini e donne che metta alla prova comune le acquisizioni che

contestualmente si producono nei luoghi “separati”.

Proviamo a cambiare il punto di partenza. Abbiamo ricordato, per sommi capi, una storia di

relazioni, di conflitti, di distanze, di fraintendimenti. Crediamo che per tentare di riavviare un

confronto sia più proficuo riconoscere e investire ciò che si è sedimentato per guardare all’oggi, alle

domande che una fase politica globale in tumultuoso movimento pone a ciascuno e ciascuna di noi,

alle esperienze e pratiche politiche in cui siamo diversamente impegnati/e, per lo più vivendo acuti

sentimenti di inadeguatezza, di mancanza.

Ecco, riflettiamo piuttosto su che cosa ci manca, se è vero che la mancanza è compagna del

desiderio. Per noi questo significa anche dare corso a un proposito emerso negli ultimi incontri di

maschileplurale, condiviso con altri: aprire un nuovo spazio, luogo di incontro e confronto, pensato

insieme tra quelli e quelle che lo desidereranno.

Ciò che ci manca, ci interroga, è in fondo semplice da indicare: che cos’è politica

come viviamo il desiderio, il corpo, le relazioni come viviamo paternità e maternità cosa sono ilpotere, l’autorità, la violenza, la cura

Come mettiamo tutto questo in relazione a ciò che succede nel mondo e alla nostra volontà di

cambiare lo stato delle cose presenti.

Come riusciamo, donne e uomini insieme, a declinare radicalità e complessità, conflitto e misura

nella dimensione contraddittoria e perturbante delle relazioni, soggettività e riconoscimento delle

nostre complicità con un ordine che tentiamo di mettere in discussione.

Il luogo di incontro potrebbe partire nella città di Roma. Roma, la città corrotta, la città del potere,

la città dei due papi, della grande bellezza.

Un contesto da cui ricominciare?

da LEGGENDARIA N.113/2015. CIAO, MASCHI

 

4) Recensione ELENA FERRANTE “L’amica geniale” – Volume terzo

edizioni e/o 2013

 

… Erano successe negli anni troppe cose brutte, alcune orribili, e per ritrovare la via della

confidenza avremmo dovuto dirci pensieri segreti, ma io non avevo la forza di trovare le parole e

lei, che forse la forza ce l’aveva, non ne aveva voglia, non ne vedeva l’utilità …

La storia di Elena e di Lila, Napoli. Dopo il racconto dell’infanzia e dell’adolescenza, la crudeltà

del rione popolare in cui vivono, i primi amori, l’insofferenza e la voglia di fuggire e la fuga da

quella realtà familiare e sociale, la Storia di chi fugge e di chi resta. Gli anni Settanta, le lotte

operaie e i movimenti studenteschi, l’emancipazione femminile e “la meridionalità”. Elena e Lila si

ritrovano donne e madri in due mondi diversi: la prima in un ambiente colto e ricco, l’altra in

fabbrica. Scappate dal rione ne sono inevitabilmente attratte; le unisce e le divide, due donne

sempre più diverse fra loro.

Intimità e passione. L’amore, il sesso, la maternità attraverso storie di sconvolgimenti continui non

solo delle due protagoniste. Il senso dell’appartenenza, il sentirsi lontane dalla terra di origine ma

estranee a quello di adozione.

Non c’è l’affetto incondizionato dei primi anni, emerge finalmente lo spirito critico, l’amicizia nella

forma migliore.

Reperibile presso la Libreria delle ragazze, via Pergolesi 3/a Grosseto