SOMMARIO

 

 

1) MICHELA MARZANO “Il fantasma del gender che si aggira nelle scuole”

 

2) GIANCARLA CODRIGNANI “Le occasioni perdute delle donne ‘potenti’”

 

3) SARA GANDINI “Il medico non è più «padre e padrone». E può affidarsi alla magia”

 

4) FRANCA FORTUNATO “Carolina e le donne parte migliore della politica”

 

5 ) Recensione WILLA CATHER “Uno dei nostri”

Reperibile presso la “Libreria delle ragazze”, via Pergolesi, Grosseto

 

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1) MICHELA MARZANO – “Il fantasma del gender che si aggira nelle scuole”

 

Si è diffusa tra i genitori l’idea che ormai, a scuola, non si parli più di “padre” e di “madre”, ma di

“genitore 1” e di “genitore 2”; che, con la scusa di educare alla parità, non si faccia altro che

spiegare ai più piccoli che si può cambiare sesso a piacimento; che nella scuola elementare, e

persino negli asili, si insegni la masturbazione precoce. Ma dove nascono questi rumori? Di cosa si

sta realmente parlando? Esiste veramente un’ideologia gender? Tutto, in realtà, nasce da un

equivoco. Anzi, da una serie di equivoci. Visto che lo scopo di chi vorrebbe educare alla parità e

all’affettività le nostre ragazze e i nostri ragazzi è quello di combattere le discriminazioni,

sconfiggere il bullismo e la violenza di genere e decostruire gli stereotipi sessisti e omofobi. Ma

ormai basta la parola “genere” — che è poi la traduzione italiana del termine “gender” e che è

presente nella legge sulla buona scuola quando si parla della necessità di prevenire le violenze di

genere — per suscitare paura e angoscia. Come se evocare le differenze che esistono tra sesso (ossia

l’insieme della caratteristiche fisiche e biologiche che distinguono i maschi dalle femmine), genere

(ossia l’insieme dei comportamenti associati agli uomini e alle donne), e orientamento sessuale

(ossia l’attrazione emotiva e sessuale che ci porta verso persone dell’altro o dello stesso sesso)

significasse inevitabilmente colonizzare la mente dei più piccoli e confondere loro le idee. E se

invece le idee confuse le avessero gli altri, coloro che pensano che una bambina, perché bambina,

deve per forza sognare di diventare una principessa e un bambino, perché bambino, deve per forza

giocare con i soldatini e amare il calcio? Se la confusione fosse quella di chi, pensando che

l’omosessualità sia una malattia da curare nonostante la comunità scientifica sia concorde nel

considerarla come un orientamento sessuale equivalente all’eterosessualità, considera uno scandalo

l’equiparazione degli orientamenti sessuali?

Ma forse è bene cominciare dall’inizio. Ricordando ai genitori che, ancora oggi, si considera

normale che la mamma metta il grembiule per cucinare e che il papà indossi giacca e cravatta per

andare al lavoro; ancora oggi, accade che una ragazza che sia attratta da un’altra ragazza venga

talvolta insultata, sbeffeggiata e umiliata; ancora oggi, un bambino che ama il rosa, viene

emarginato e considerato sbagliato solo perché il rosa è un colore tradizionalmente femminile. Ecco

perché, quando si chiede ai più piccoli di scegliere gli aggettivi da attribuire al genere maschile,

molti non esitano a elencare “sicuro”, “coraggioso”, “serio”, “onesto”, “pensieroso”, “concentrato”,

“fiero”, “saggio”, “audace”, “egoista”; mentre nel caso delle bambine arrivano di solito “bella”,

“carina” “buona”, “antipatica”, “pettegola”, “invidiosa”, “smorfiosa”, “civetta”, “apprensiva”,

“debole”, “paurosa”, “paziente”, “docile”. E tutti quei bambini timidi e insicuri, perché ci sono

anche loro, e non sono “sbagliati” in quanto tali? E le bambine disubbidienti e fantasiose? C’è un

errore di fabbrica, oppure gli stereotipi imprigionano veramente?

La lista dei pregiudizi è lunga. E quella degli sforzi che si dovrebbero fare per combattere gli

stereotipi lo è forse ancora di più. Ma per questo bisognerebbe essere capaci di spiegare a tutte e

tutti, sin da piccoli, l’esistenza dell’alterità. Insegnando così, anche a scuola, che è sempre

dall’incontro con le differenze che si struttura la nostra identità, anche quella di genere.

Contrariamente ai fantasmi di chi se la prende con l’insegnamento del gender, l’educazione

all’affettività e alla tolleranza nei confronti delle tante differenze non ha come scopo quello di

spingere i “maschietti” a diventare femmine o le “femminucce” a diventare maschi. Esattamente

come non si insegna a un eterosessuale a diventare omosessuale o a un omosessuale a diventare

eterosessuale. Lo scopo è favorire il rispetto di chiunque, indipendentemente dalla propria identità e

dal proprio orientamento sessuale. Anche semplicemente perché non è vero che un gay o una

lesbica siano sbagliati; esattamente come non è vero che se una bambina gioca con i soldatini e un

bambino con le bambole ciò sia sbagliato. Educare, d’altronde, non significa anche aiutare i più

piccoli a trovare le parole per qualificare quello che vivono affinché imparino a resistere di fronte

alla violenza di chi, spesso in nome del bene, è incapace di accettarli così come sono?

La Repubblica 17/09/2015

 

2) GIANCARLA CODRIGNANI – Le occasioni perdute delle donne ‘potenti’

 

Quando hanno il potere dimenticano di cercare idee nuove nella loro antica cultura di genere. Peccato.

Bisognerà che anche noi diciamo qualcosa a margine – le donne sono sempre “al margine” – di ciò

che è successo in Europa per la tragedia dei greci (e delle greche) che si è rappresentata a Bruxelles.

Le osservazioni che può fare il nostro genere (attente al “gender”, sommerso in questi giorni da

incredibili accuse da parte cattolica!) non sono poche: già il fatto che parole come “i greci” – o “gli

europei” – stiano a indicare l’intero popolo può essere normale quando la crisi economica, come il

terremoto, sconquassa uomini e donne. Ma intanto conferma che non esiste nessuna rappresentanza

critica “di genere”, nessuna competenza politica che rappresenti il contributo femminile alla

discussione: evidentemente nel 2015 abbiamo fatto passi avanti soltanto nell’essere brave, forse più

brave, nelle competenze neutre, come dimostrano Merkel, Lagarde, Mogherini. Potrebbe bastare,

non fosse che, in questo caso, l’empowement è rimasto emancipazione e omologazione. Non

rispondiamoci che la Merkel non è mai stata femminista: lo sappiamo bene, ma, in quanto alla

rappresentanza, ha dimostrato il diritto femminile a fare la stessa carriera politica di un uomo, non a

contribuire a dare voce propria alle donne quando sono in gioco i problemi della popolazione. Le

donne nello Stato subiscono. Più o meno come in famiglia. Più o meno come nel lavoro. E il gioco

dell’oca torna alla casella iniziale…

Quindi torniamo anche noi dentro la complessa materia di una crisi che non è stata un conflitto fra

buoni e cattivi, fra Tsipras e Merkel. Spero che nessuna pensi che si è gridato al lupo mentre il lupo

non c’era. I lupi ci sono ancora tutti e hanno i denti pronti a sbranare tutti, soprattutto perché si

trovano in una strada senza uscita e non si arrenderanno senza continuare a cercare agnelli da

sbranare. Il neo-capitalismo, da quando è diventato più finanziario che economico, procede sulla

ben nota strada delle distruzioni e attenta gli equilibri democratici. Tuttavia sta anch’esso collocato

dentro l’onda della trasformazione radicale a cui la storia ha pilotato la globalizzazione e ormai

gestisce il dominio nel vuoto virtuale e improduttivo dei derivati, delle bad bank e della

compravendita perfino dei debiti di paesi insolventi.

Come cittadine democratiche e moderne sappiamo (sappiamo?) che si dovrebbero evitare gli effetti

di crisi non volute, per non subirne i dolori. Ripassando la storia europea del secolo scorso vediamo

i nessi che collegano i default economici alle due guerre mondiali e a fascismo, nazismo,

franquismo, salazarismo, petainismo: forse non dobbiamo perdere l’opportunità di tentare di capire

dove va l’Europa. Che è la sola concreta speranza che abbiamo per rendere proficua

l’interdipendenza.

Se, infatti, l’Europa fosse stata una vera “Unione” avrebbe avuto non solo una moneta unica, ma

anche un bilancio unico e una legislazione fiscale unica. E il caso greco non sarebbe mai nato. Se ci

sentissimo davvero europei – magari in attesa di diventare cittadini/cittadine del mondo –

capiremmo perché la sovranità nazionale – lo dice esplicitamente la Costituzione italiana – deve

compiere un passo indietro davanti alla sovranità europea. E capiremmo che è una follia che 28

paesi spendano 28 caterve di miliardi in eserciti nazionali incapaci di reale difesa.

Oggi la confusione non è poca e chi “sta a sinistra” si è trovato al fianco di Beppe Grillo, Salvini e

Melloni; per non citare Le Pen, Farage e Alba Dorata. Intanto le socialdemocrazie del Nord Europa,

ormai impossibilitate a far crescere il benessere sociale, hanno ceduto il governano alle destre e

assistono alla crescita di strani partiti: in Finlandia i “Veri finlandesi”, in Danimarca il “Partitopopolare danese”, in Norvegia il “Partito del progresso” (quello dell’attentatore Breivik), in Svezia i

“Democratici svedesi”; mentre nella Germania dei cristiano democratici della vecchia CDU è

cresciuta l’Alternative fur Deutschland temuta dalla Merkel e Pegida, il Partito degli Europei contro

l’Islamizzazione. È la vecchia lebbra del nazionalismo che, quando i tempi si fanno complessi, si

fanno forti della difesa dello “spazio vitale”, dispiegando la grande trappola in cui cadono gli umani

istinti egoistici quando si diffondono paure e insicurezze.

L’Unione non era un’utopia nemmeno per i fondatori della Lega della Pace e della Libertà che, nel

1867, volevano una federazione repubblicana europea e una Costituzione comune per prevenire le

guerre e rappresentare una garanzia di pace fra le nazioni. Se pensiamo al titolo della loro rivista,

Les Etats-Unis d’Europe, ci domandiamo perché abbia avuto così poco ascolto la Carta di

Ventotene e perché Altiero Spinelli in quel Parlamento europeo eletto nel 1979 con così grandi

speranze, si trovò con le mani legate dal prevalere dei poteri decisionali del Consiglio dei capi di

governo, quasi una troika, e si dovette educare alla pazienza. Ma i profeti anche se hanno vita dura,

restano “i saggi”; il guaio, anche per loro, è quando la saggezza sembra incompatibile.

Le donne hanno saggezza secolare, non vorrebbero mai risolvere i problemi con le sfide (e le

guerre), non amano i debiti, hanno loro ricette per superare i sacrifici, sanno che la solidarietà è un

interesse e non una virtù. Ma quando stanno nelle Università, nelle dirigenze d’impresa, nei partiti,

movimenti e governi si ritrovano così imbevute del pensiero unico che dimenticano di cercare idee

nuove nella loro antica cultura di genere. Peccato.

| 21 Settembre 2015 “Noi donne”

 

3) SARA GANDINI – Il medico non è più «padre e padrone». E può affidarsi alla magia

 

«Il medico non è più “padre e padrone”. Il paziente non è più sottomesso», scrive Veronesi su La

stampa il 25 di settembre 2015, in un articolo in cui si dichiara d’accordo con il recente decreto

della ministra Lorenzin sui tagli ai test diagnostici. E aggiunge: «Il rapporto di fiducia medico-

paziente, basato sulla certezza che il dottore sia l’unico detentore del sapere, è in crisi profonda»,

per questo i medici si “tutelano” dai pazienti prescrivendo innumerevoli test, spesso inutili.

Il famoso chirurgo si riferisce al campo oncologico che conosce bene e in effetti la stessa Unione

Europea stima un 30% di uso inappropriato della diagnostica radiologica. E in Italia le percentuali

crescono: alcuni studi scientifici dei radiologi stimano che il 50% delle prestazioni diagnostiche

risulta inappropriato. Sono test che vengono richiesti «per dimostrare che tutto il possibile è stato

fatto e nessun errore diagnostico è stato commesso», commenta Veronesi. Tranquillizzano il

paziente e tutelano il medico dalle cause, ma paradossalmente creano altri rischi per la salute. Uno

studio del New England Journal of Medicine, rivista scientifica tra le più quotate, denuncia un

aumento dei tumori causati dai raggi della diagnostica radiologica.

Il problema è che si sta diffondendo rapidamente anche in Italia, come negli Stati Uniti, la tendenza

di pazienti e familiari a fare causa al proprio medico per qualsiasi dubbio sul suo operato. Così

Veronesi nel suo articolo si affida alle leggi, nella speranza che possa arrivare il tribunale a fare

ordine: il medico, grazie al recente decreto della ministra Lorenzin, ora può difendersi dicendo di

fare causa anche al ministero. Insomma le sanzioni ministeriali “aiuterebbero” il medico a prendere

le decisioni corrette, per il bene dell’assistito, perché il decreto sarebbe «una specie di mano tesa al

medico per uscire dall’impasse della medicina difensiva».

Una situazione molto interessante. Riassumendo abbiamo: un medico che non può più fare il padre-

padrone e che prescrive ingiustificati test diagnostici per paura che il paziente, che non si fida più di

lui, gli faccia causa e si rallegra se arriva il ministero a fare da padre-padrone imponendogli

sanzioni.

Mi stupisce che un uomo così intelligente e attento alla valorizzazione del sapere delle donne non si

renda conto che questo quadro è espressione del senso d’impotenza in cui la medicina si ritrova a

causa dell’incapacità di affrontare il disordine post-patriarcale. La fine del patriarcato, di cui anche

Veronesi è consapevole, ha certamente creato contraddizioni non facili. «Una volta i medici erano

figure paterne rassicuranti, cui ci si affidava certi che avrebbero risolto ogni problema. E questo

aveva una sua efficacia», scrivevo in “Scienza, femminismo e l’autorità imperfetta”. Ma è evidente

che non si può affrontare questa situazione aggrappandosi agli stessi strumenti del vecchio ordine

simbolico.

Vorrei a questo punto che le mediche insorgessero per affermare che l’unica strada da percorrere è

quella di affidarsi alla magia della relazione, magia che punta sul sapere scientifico, ma è

inestricabilmente legata al desiderio di far capitare qualcosa di speciale nell’incontro in presenza.

E mi riferisco alle mediche perché è un sapere delle donne ma che conoscono anche gli uomini, per

la relazione con la loro madre, la prima importante medica di ogni creatura. Quando da bambini non

si sta bene si chiede prima di tutto a lei, che impara a capire come sta il proprio figlio quando

ancora non parla. Le basta toccare la fronte per fare la sua diagnosi e con un massaggio e una

coccola spesso sa rimettere le cose a posto.In modo simile, quando medico/a e paziente si studiano per cercare di capirsi, per trovare le parole

giuste per comprendersi, per affidarsi l’un l’altro, ecco che la medicina funziona. Si tratta di un

sapere che non separa il corpo dalla mente, che sa il valore del metodo scientifico intrecciato alla

magia delle relazioni. È un sapere che parte dalla scienza, quando quest’ultima sta al sapere dei

corpi e si trasforma nell’incontro, che fa capitare miracoli quando raccoglie le sfide che nascono

dalle contraddizioni che la medicina pone alla politica.

La comunità scientifica femminile di Ipazia aveva raccolto quella sfida perché era nata con l’intento

di far entrare la politica delle donne nella cittadella della scienza, come scriveva Gabriella Lazzerini

nel 2000. Da quella esperienza sono nate due pubblicazioni, Autorità scientifica, autorità femminile

e Due per sapere, due per guarire, che andrebbero riprese e fatte circolare perché di enorme

attualità. Sono quindi felice che al Grande seminario di Diotima quest’anno (venerdì 23 ottobre)

Alessandra Allegrini e Luisa Muraro ragioneranno su Vita senza esseri umani, tecnoscienza senza

differenza.

Rispetto ad arte, filosofia e letteratura, la scienza è sempre stata la forma di pensiero più

monosessuata e omofila. Ma ora abbiamo una tradizione di pensiero e una maggiore presenza

femminile, anche in ambito scientifico, che hanno portato libertà di pensiero e la consapevolezza

che la scienza non è neutra. Non si può più ignorare che la presenza dell’elemento soggettivo e

sessuato è fondamentale. Bisogna fare spazio alla rivoluzione che le donne hanno portato anche in

questo ambito per non tornare a quel senso d’impotenza in cui incappa la medicina di fronte al

disordine post-patriarcale.

4 ottobre 2015

 

4) FRANCA FORTUNATO – Carolina e le donne parte migliore della politica

 

«Assolta per non aver commesso il fatto e perché il fatto non sussiste», sono queste le motivazioni

con cui i giudici del tribunale di Crotone hanno assolto Carolina Girasole, ex sindaca di Isola Capo

Rizzuto, dalle accuse di essere stata eletta con i voti della famiglia mafiosa degli Arena e di averli

favoriti nella raccolta di un campo di finocchi su un terreno a loro confiscato. Terreno che a

tutt’oggi continua ad essere gestito da una cooperativa di Libera, a cui Carolina l’aveva assegnato.

Finisce un incubo per lei e per chi – come me e altre – dopo lo sconcerto e l’incredulità del primo

momento, non ha mai cessato di credere in lei e a lei, non per “garantismo”, ma per quella profonda

e speciale fiducia tra donne, che nasce dal riconoscersi nel libero desiderio di cambiare questa terra,

segnandola dell’autorità e della grandezza femminile.

È questo che Carolina, insieme alle altre – Annamaria Cardamone, sindaca di Decollatura,

Elisabetta Tripodi, ex sindaca di Rosarno, Maria Carmela Lanzetta, ex sindaca di Monasterace –

hanno reso possibile, amministrando i loro paesi con passione, competenza, coraggio, libere da ogni

compromesso – come oggi anche i giudici riconoscono a Carolina – con la ’ndrangheta e la mala

politica che quasi sempre vanno insieme. L’assoluzione di Carolina rende giustizia a chi crede, e ha

sempre creduto, che le donne in questa terra sono la parte, non superiore, ma migliore della politica.

Donne che hanno amministrato, o continuano a farlo come Annamaria Cardamone, credendo nella

forza del proprio desiderio di rendere il proprio paese “normale” e dimostrare che un’altra politica è

possibile, perché loro l’hanno praticata. È questo che nessuno/a potrà mai cancellare. Lo sanno bene

tutti coloro che le hanno avversate, ostacolate, misconosciute. Troppi – dentro e fuori i partiti –

hanno cercato di archiviare troppo in fretta la loro esperienza, decretandone il fallimento, dopo

averla ostacolata, come ci insegna la vicenda di Elisabetta Tripodi, o screditata come con la

Girasole, o disconosciuta come nel caso della Lanzetta e della Tripodi, che avevano tutti i numeri

per entrare nella Giunta regionale. A loro, certo, mancavano e mancano i titoli accademici per

partecipare a quel Senato accademico che è la Giunta regionale, ma avevano e hanno altri titoli,

quelli necessari per una buona amministrazione e una buona politica che negli anni hanno portato

avanti col sostegno delle donne e degli uomini che hanno creduto in loro. Competenza, esperienza,

intelligenza, capacità amministrativa, coraggio, orgoglio, passione, amore per la propria terra, questi

sono i loro titoli e chiunque ha veramente a cuore le sorti di questa terra non può che rallegrarsene,

riconoscerli e valorizzarli. E invece!! Pensare – come molti hanno fatto in questi anni – che

l’esperienza delle sindache, etichettate come sindache “anti ’ndrangheta” – qualcuna ribattezzata in

fretta “amica della ’ndrangheta”, come nel caso della Girasole – sia fallita, è un modo per togliere la

speranza alla Calabria, quella stessa Calabria che, un giorno sì e uno pure, la si accusa di non

sapersi indignare, di non sapersi ribellare, di essere apatica e incapace di sognare. La speranza non è

una promessa, ma un orientamento, un sentimento che quando c’è va trattato con cura per non

ucciderlo. Queste donne coraggiose si sono date forza, si sono autorizzate l’una con l’altra nelle

loro pratiche quotidiane, nelle loro scelte “impreviste” e “inaspettate” per chi – come i mafiosi e i

mala-politici – era abituato a ben altra politica e a ben altra pratica amministrativa. Sono state

capaci di trasformare la speranza del cambiamento in realtà e segnarla del loro desiderio femminile,

pagando anche prezzi personali molto alti. Non riconoscerlo come un bene per sé, per gli altri e per

la Calabria tutta, condanna la politica alla ripetizione, alla autoreferenzialità e alla pura gestione del

potere. Con l’assoluzione di Carolina Girasole ogni cosa torna al suo posto. A me non resta che, col

cuore colmo di gioia, dirle Grazie per avermi permesso di continuare a credere in lei. Grazie per

essere stata, anche in questa occasione, una Signora e aver saputo, con la stessa passione e la stessa

forza con cui ha amministrato il suo paese, difendere in tribunale la sua dignità e la sua verità di

donna.

(Il Quotidiano del Sud, 24 settembre 2015)

 

5) Recensione WILLA CATHEr “Uno dei nostri”

Elliot, 2014

 

Gli Wheeler erano una delle più grandi e antiche famiglie di propritari terrieri del Nebraska. Le loro

terre occupavano un’intera vallata. Dalla loro fattoria, posta sulla cima della collina, si potevano

vedere il bosco, i grandi appezzamenti coltivati a cereali e quelli lasciati a pascolo.

Mentre il maggiore dei fratelli Wheleer, Bayliss, aveva trovato la sua strada nel commercio, e il

minore, Ralph era attratto dai macchinari, Claude, tanto vitale quanto sensibile, cercava un senso al

suo essere nel mondo, convinto che ci fosse qualcosa di meraviglioso che lui non riusciva a trovare.

Per un breve momento, mentre frequentava un corso sulla storia europea alla State University,

Claude pensa di aver trovato gli stimoli che cerca, e intravede nuovi possibili orizzonti. Ma il padre,

convinto invece che il futuro del ragazzo sia nell’agricoltura, gli affida la responsabilità di tutta la

tenuta.

Siamo nel 1917, e quando gli Stati Uniti entrano in guerra, Claude, che la immagina come una

possibilità di riscatto e un’occasione per nuove conoscenze, si arruola volontario.

Claude rimase da solo per mezz’ora e più, assaporando un nuovo genere di felicità, un nuovo

genere di tristezza. Rovina e rinascita: il brivido delle cose brutte del passato, l’immagine

tremolante delle cose belle all’orizzonte. Trovare e perdere: questa era la vita, aveva capito.

Ma è troppo tardi: insieme al suo migliore amico rimarrà in Francia, vittima di quella carneficina

che fu la Grande Guerra.

Una scrittura scorrevole, una descrizione dettagliata e raffinata di luoghi e personaggi ci

accompagnano lungo questa storia di formazione e ci portano nelle grandi praterie del Nebraska,

incantandoci.

Willa Cather (Back Creek Valley,Virginia, 1873 – Manhattan, 1947) visse i suoi anni giovanili in

Nebraska nel periodo in cui quel territorio vedeva la colonizzazione da parte di immigrati

provenienti dall’Europa; nel 1893 si trasferì a Pittsburgh per collaborare alla rivista Home Monthly.

Oltre a molti articoli, scrisse raccolte di racconti e romanzi; tra le opere tradotte in italiano, Pionieri

(1913), La mia Antonia (1918), Una signora perduta (1923), La casa del professore (1925), Il mio

mortale nemico (1926), La morte viene per l’arcivescovo (1927), La nipote di Flaubert (1930).

Con Uno dei nostri nel 1923 vinse il Premio Pulitzer per la narrativa.