SOMMARIO

 

1) MIRELLA ARMIERO “Gli uomini non ci conoscono”

 

2) BIA SARASINI “Le relazioni, questione centrale”

 

3) ZENAB ATAALLA “Le mutilazioni genitali femminili “

 

4) Recensione RUTH REICHL “Mai come mia madre e altre cose che ho imparato da lei”

 

 

 

1) MIRELLA ARMIERO «Gli uomini non ci conoscono» Elena Ferrante, il lato femminista

 

Femminista, schiva (e questo lo sapevamo), amante delle faccende domestiche, adoratrice di Elsa

Morante. Ecco come si presenta Elena Ferrante nell’intervista rilasciata all’edizione americana di

«Vanity Fair» di venerdì scorso. Una lunga conversazione dalla quale appare chiaro almeno un

punto: la scrittrice è una donna, con buona pace di chi immagina che dietro la sua firma si possa

nascondere in realtà un uomo (lo scrittore Domenico Starnone, per esempio). Qualche esempio?

Alla domanda sul «femminismo», la Ferrante risponde: «Io ho amato e amo il femminismo per

il pensiero complesso che ha saputo produrre in America come in Italia, come in tante parti del

mondo. Sono cresciuta nell’idea che se non mi fossi lasciata assorbire il più possibile dal mondo

degli uomini di grandi capacità, se non avessi imparato dalla loro eccellenza culturale, se non avessi

superato brillantemente tutti gli esami a cui quel mondo mi sottoponeva, sarebbe stato come non

esistere. Poi ho letto libri che potenziavano la differenza femminile e mi si è rovesciata la testa. Ho

capito che dovevo fare esattamente il contrario: dovevo partire da me e dalla relazione con le altre –

anche questa è una formula fondamentale – se volevo davvero dare forma a me stessa. Oggi leggo

tutto quello che produce il pensiero cosiddetto postfemminista. Mi aiuta a guardare il mondo, noi

stesse, il nostro corpo, la nostra soggettività criticamente. Ma anche mi accende l’immaginazione,

mi spinge a riflettere sulla funzione della letteratura. Faccio nomi di donne a cui devo molto:

Firestone, Lonzi, Irigaray, Muraro, Cavarero , Gagliasso, Haraway, Butler, Braidotti. Insomma sono

una lettrice appassionata di pensiero femminista. Tuttavia non mi considero una militante, credo di

essere incapace di militanze. Le nostre teste sono affollate di materiali molto eterogenei, frammenti

di tempi e intenzioni diversi convivono e configgono senza sosta. Come scrittrice preferisco fare

conti anche confusi e rischiosi con quella sovrabbondanza, piuttosto che sentirmi al sicuro dentro

una schematizzazione che, in quanto tale, finisce sempre per mettere da parte un bel po’ di roba

vera, in quanto disturbante. Io mi guardo intorno. Metto a confronto cosa ero, cosa sono diventata,

cosa sono diventate le mie amiche e i miei amici, chiarezza e confusioni, fallimenti, fughe in avanti.

Le ragazze come le mie figlie sembrano convinte che la condizione di libertà che hanno ereditato

sia un dato di natura e non il risultato provvisorio di un lungo scontro ancora in atto, nel corso del

quale si può perdere di colpo tutto. Quanto al mondo maschile, ho conoscenti molto colti, molto

riflessivi, che tendono a ignorare o a ridimensionare con garbata ironia la produzione delle donne,

filosofica, letteraria, tutto. Ma ci sono anche giovani molto agguerrite, uomini che cercano di

informarsi, di capire, tra mille contraddizioni. Insomma le guerre culturali sono lunghe,

contraddittorie, e mentre sono in atto è difficile dire cosa serve e cosa no. Preferisco pensarmi

all’interno di una matassa ingarbugliata, le matasse ingarbugliate mi attraggono. Credo che sia

necessario raccontare il garbuglio delle esistenze e delle generazioni. Cercare il bandolo è utile, ma

la letteratura si fa col garbuglio».

Sull’ossessione che soprattutto i critici di sesso maschile hanno per la sua reale identità e per

l’ipotesi più volte formulata che la Ferrante sia un uomo, ecco cosa replica la scrittrice:

«Ha mai sentito dire, di questi tempi, a proposito di libri firmati da uomini: sono libri scritti da una

donna o da un gruppo di donne? Il genere maschile può mimare, inglobandolo, il genere femminile,

grazie alla sua esorbitante potenza. Il genere femminile invece non può mimare alcunché, la sua

‘debolezza’ lo tradisce subito, il prodotto non può fingere la forza maschile. La verità è che di

questo luogo comune sono convinti anche l’editoria e gli altri media, che tendono a chiudere le

donne che scrivono in una sorta di gineceo letterario. Siamo brave, meno brave, bravissime, ma solo

all’interno del perimetro riservato alle persone di sesso femminile, o meglio a temi e tonalità che la

tradizione maschile considera proprie del genere femminile. Mentre, per esempio, è abbastanza

comune riportare la produzione letteraria femminile a una qualche dipendenza da quella maschile, è

rarissimo che nel lavoro di uno scrittore si segnali l’influenza di una scrittrice. Non lo fanno i critici,non lo fanno nemmeno gli scrittori. La conseguenza è che quando un qualche lavoro letterario di

donna non rispetta le competenze e la settorialitá e i toni che sono assegnati d’autorità al genere

dentro cui sono state relegate, ecco che si tirano fuori ascendenze maschili. Se poi in copertina non

c’è una foto di donna, il gioco è fatto: si tratta di un uomo o di un’intera squadra di virilissimi

cultori del bello scrivere. E se si trattasse invece di una tradizione femminile di scrittura sempre più

esperta ed efficace, stufa del gineceo letterario, in libera uscita dagli stereotipi di genere? Sappiamo

pensare, sappiamo raccontare, sappiamo scrivere come e anche meglio degli uomini».

Il discorso si sposta poi sul quotidiano femminile: «La vita quotidiana delle donne è

continuamente esposta a ogni tipo di abuso. Eppure la convinzione diffusa è che la vita conflittuale,

violenta, delle donne all’interno degli stessi ambienti domestici e nelle più comuni esperienze di

vita, non possa essere espressa se non nei moduli che il mondo maschile definisce femminili. Se si

esce dalla loro millenaria invenzione, vuol dire che non sei femmina».

E sulla prevalenza della visione maschile la Ferrante dichiara: «Ritengo che la colonizzazione

maschile del nostro immaginario – in sé una iattura finché non eravamo in grado di dar forma alla

nostra differenza- oggi sia una forza. Noi conosciamo a fondo l’ordine simbolico maschile, loro in

genere non sanno niente del nostro, soprattutto di come si è andato ristrutturando sotto gli urti del

mondo. E per lo più non ne hanno nemmeno curiosità, anzi ci riconoscono solo dall’interno del

loro».

Nella conversazione c’è spazio per le origini: «Napoli è uno spazio che contiene tutte le mie

esperienze primarie, infantili, adolescenziali, della prima giovinezza. Molte delle storie di persone

che conosco e a cui ho voluto bene si sono sviluppate in quella città e con le parole di quella città.

Poiché scrivo di ciò che so ma che covo disordinatamente – riesco a tirar fuori il racconto, a

inventarlo, solo a partire da una mia opacità – succede quasi sempre che i miei libri, anche se

muovono dall’oggi e da città diverse, abbiano radici napoletane».

Le letture formative? «Il manifesto di Dona Haraway che ho letto con colpevole ritardo, e un

vecchio libro di Adriana Cavarero: ‘Tu che mi guardi, tu che mi racconti’. Il romanzo invece per me

fondamentale è ‘Menzogna e sortilegio’ di Elsa Morante».

Dove lavora Elena Ferrante? «Dove capita. L ‘essenziale è che sia un angolino, vale a dire uno

spazio di minuscole dimensioni». E per rilassarsi? «Mi dedico alle noiose incombenze domestiche».

Poi, sul mistero Ferrante: «Non ho scelto l’anonimato, i miei libri sono firmati. Mi sono invece

sottratta ai riti con cui gli scrittori sono più o meno obbligati a sostenere le loro opere, ad affiancarle

con una loro immagine spendibile. Ed è andata bene, per ora. I libri mostrano sempre più la loro

autonomia e perciò non vedo perché dovrei cambiare la mia posizione. Sarebbe una deplorevole

incoerenza». Infine: «Chi scrive e pubblica fa tutt’altro che cancellarsi. Ho infatti una mia vita

privata e dal punto di vista pubblico sono ampiamente rappresentata dai miei libri. La mia scelta è

stata un’altra. Ho semplicemente deciso una volta per tutte, più di venti anni fa, di sbarazzarmi

dell’ansia di notorietà e della smania di entrare nella cerchia di chi ha successo, di chi crede di aver

vinto chissà cosa. Questo è stato per me un passo importante. Oggi mi sembra di essermi

guadagnata, grazie a quel passo, uno spazio mio di libertà dove mi sento attiva e presente.

Rinunciarci sarebbe un grande dolore. Per quel che ne so i lettori non si disperano affatto. Ricevo

lettere che mi sostengono nella mia piccola battaglia a favore della centralità delle opere.

Evidentemente a chi ama la letteratura i libri bastano».

(Corriere del mezzogiorno, 31 agosto 2015)

 

2) BIA SARASINI Le relazioni, questione centrale

 

Quali erano i pensieri, le idee, i sogni di Paola, bracciante morta di fatica – cioè di lavoro secondo la

lingua del sud – tra le vigne di Trani? E cosa pensano, desiderano, sognano i dipendenti Ikea che

fanno scioperi inediti in tutta Italia, con la solidarietà dei clienti? Cosa c’è nella loro mente? C’è

l’idea di un mondo dove ci sia più giustizia? Coltivano concrete speranze di poter cambiare le loro

condizioni di vita? Su chi fanno affidamento? Naturalmente oltre i sindacati?

Rischio volutamente la retorica, nell’accostare l’arcaico caporalato e la moderna precarietà multi-

forme, esperienze contemporanee di cui gli esempi si potrebbero moltiplicare, tutti accomunati da

un salario orario indecente, o sempre più basso. La retorica sparisce se rovescio la domanda: la sini-

stra ha in mente Angela, i suoi compagni di lavoro, o i dipendenti dell’Ikea? Pensa, la sinistra,

immagina, progetta come affrontare, risolvere i problemi della vita di queste persone? Il modo per

proteggerle dalla ferocia del capitalismo neo-liberista? Strade percorribili, anche audaci, conflit-

tuali, perigliose, e perché no, rivoltose, ma che permettano di intravedere modi diversi di vivere?

La risposta è brutale: no, da molto tempo questo non avviene. E questo è il nodo cruciale del dibat-

tito aperto da Norma Rangeri e dal manifesto: l’incontro mancato. Tra ciò che è nella mente di chi si

trova in condizioni di vita sempre più dura, — chi non riesce a pagarsi un affitto, chi affronta una

riforma della scuola che solo per finta assume chi è precario, precari della conoscenza che manten-

gono con il loro lavoro semigratuito università, centri di ricerca e sistemi di informazione – se ci

sono, desideri e speranze, difficilmente si chiamano “sinistra”. E dall’altra parte i progetti di chi

dovrebbe aprire lo spazio di elaborazione e di pratiche politiche che a quelle menti possano parlare,

dare respiro e speranza.

Non interessa, qui, fare l’analisi delle responsabilità. Fermarsi ancora una volta a fare l’inventario

delle colpe, oggi sarebbe quasi criminale. Non c’è vita, nella recriminazione e nel rancore. E lo dico

da femminista quale sono, sempre più sgomenta nel constatare l’impossibilità, per tanti, troppi –

uomini– di riconoscere il peso, l’influenza, l’acutezza della critica femminista alla loro politica,

e che incapaci come sono di accoglierla esplicitamente procedono come se nulla fosse successo.

Certa che questo muro di silenzio sia parte del problema, della difficoltà di mettere a fuoco visioni

ampie, inclusive, e nello stesso tempo convinta che anche il femminismo sia implicato, nel vuoto

che ci affligge.

Non c’è solo l’effetto-distrazione nell’essersi fissate troppo sull’obiettivo paritario, così facilmente

fatto proprio dalla logica neo-liberista. È come se avere aperto la strada, almeno in Occidente, alla

libertà femminile, avesse spinto a chiudere gli occhi su quanto avviene. Come se per esempio il

feroce aumento della diseguaglianza economica non riguardasse le donne. Che ne sono le prime vit-

time, sotto molteplici aspetti, dallo sfruttamento del lavoro di cura alla diretta messa al lavoro del

corpo femminile, della riproduzione. Anche da parte di altre donne.

Si parla spesso di un ritorno all’Ottocento. È un’argomentazione efficace, aiuta a prendere

coscienza della pesantezza delle condizioni di vita, o a recuperare forme di auto-organizzazione

come il mutualismo, ricostruendone il mito e l’epica. Ma in un’immaginaria replica contemporanea

del “Quarto Stato” di Pelizza da Volpedo, non ci sarebbe una donna con un bimbo in braccio, dietro

e di lato a un uomo, a uomini che combattono in prima fila. Dove sarebbero le donne? E gli stessi

uomini? E i bambini? E questi, di chi sarebbero figli?

Non sono dettagli fuorvianti. Come non capire che questo quadro mutato e mutante è parte essen-

ziale di ciò che va pensato, anche nel mettere a fuoco nuovo forme organizzative? Che il nodo delle

relazioni non è una questione parallela, ma centrale? Sia nella valorizzazione di poteri alternativi sia

nel creare coesione, per reggere lo scontro violento. Perché sono l’oggetto dei processi di riorganiz-

zazione in corso ad opera di un capitalismo neoliberista che nella vita entra senza ritegno, e la rimo-

della a proprio piacimento.

Esattamente come agisce per la ridefinizione– distruzione di democrazia. Nel quadro delle istitu-zioni, europee e non solo. Fanno parte di un unico disegno di comando che va combattuto.

Di questo si dovrebbe parlare, se si parla di vita a sinistra. Se si vuole entrare nella breccia che Ale-

xis Tsipras con grande lucidità politica continua a tenere aperta. Mi auguro, nel fitto calendario di

impegni tra movimenti e organizzazioni fino a novembre, che il gesto del dirsi “siamo qui, par-

tiamo”, sia rapido, veloce, quasi noncurante. Come chi sa che non c’è nulla da esaltare, in effetti.

Che organizzarsi non è occuparsi di sé. L’urgenza è mettersi in grado di aprire spazi e pensieri, libe-

rare l’immaginazione. Un lavoro di lunga lena.

(il manifesto, 26 agosto 2015)

 

3) ZENAB ATAALLA Le mutilazioni genitali femminili sono vietate dal 2008, ma sono ancora molte le bambine che subiscono questa terribile pratica

 

Il Cairo. Un’indagine della polizia sotto copertura portata avanti per alcuni mesi ha rivelato una

realtà ancora sconcertante nel cuore della capitale. Nelle via in cui si snoda il famoso mercato del

Venerdì nel quartiere di Sayeda Aicha, esiste un negozio nel quale al costo di quasi 6 euro le

bambine possono essere sottoposte alla pratica dell’escissione delle parti intime, tra cui il

clitoride. L’indagine, portata avanti dopo il servizio di uno dei giornalisti del quotidiano El Youm

Sabae, è stata diffusa dai media nazionali egiziani solo pochi giorni fa, accendendo ancora una volta

i riflettori su un problema tutt’altro che sradicato in Egitto.

Il video mostra chiaramente cinque ragazze, di età compresa tra gli 8 ed i 12 anni, che sono lì con i

loro parenti fuori un negozio, in attesa del loro turno. In fila attendono di entrare i padri, le madri, e

le bambine del tutto ignare di quello che subiranno. C’è poi lo zio di una delle ragazze che parla con

il mizayen, colui che eseguirà la circoncisione che prontamente risponde che tutto il lavoro viene

fatto in maniera veloce, utilizzando anestetici locali, forbici e lame in modo da permettere alla

piccola vittima di poter giocare il giorno dopo.

La notizia ha immediatamente portato le Ong femminili in prima linea per combattere le mutilazioni

genitali a chiedere un’azione forte e punitiva contro chiunque continui a sottoporre le proprie figlie

a questa pratica. Anche Al Azhar, la massima istituzione dell’Islam sunnita, ha ribadito in un

comunicato stampa che la pratica delle mutilazioni genitali femminili non ha nulla a che vedere con

la religione, ma è il risultato del retaggio di credenze ignoranti che pensano che la procedura sia un

rituale da osservare.

A confermare l’alto tasso delle donne che hanno subito un’escissione è stata la recente indagine

governativa “ Egypt Demographic and Health Survey (EDHS)” diffusa a maggio scorso, secondo

cui il 92% delle donne di età compresa tra i 15 ei 49 anni spostate hanno subito una qualche

forma di mutilazione genitale femminile, ed il dato sale al 95% nelle zone rurali del Paese nel

2014. La ricerca ha poi riscontrato che siano proprio le donne della famiglia, circa il 50%, a

sostenere questa pratica, credendo che l’escissione sia in accordo con gli insegnamenti religiosi,

mentre solo il 30% chiede che venga proibita.

Dati allarmanti solo se si pensa che nel 2008 le mutilazioni sono state di fatto vietato per legge. Lo

stabilisce l’art. 242 del Codice Penale egiziano che prevede una pena detentiva fino a due di carcere

e il pagamento di una multa fino a 5000 lire egiziane. E che ha portato al primo caso di

condanna nel gennaio del 2014, quando Raslan Fadlum, medico precedentemente assolto, è

stato accusato di aver ucciso la tredicenne Sohair al-Bataa dopo averla sottoposta ad un

intervento di mutilazione genitale femminile.

“Noi donne” 7/09/2015

 

4) Recensione RUTH REICHL “Mai come mia madre e altre cose che ho imparato da lei”

Ponte alle Grazie 2009

 

Per te mamma, finalmente.

Gridando o sussurrando, piangendo o ridendo, almeno una volta tutte abbiamo promesso a noi

stesse, pensando a nostra madre o guardandola: non sarò mai come te.

Ruth Reichl, critica culinaria di fama internazionale e affermata scrittrice, scopre, scendendo in

cantina e aprendo lo scatolone delle lettere e degli appunti lasciati da sua madre Miriam, che il

regalo più grande che ha ricevuto da lei è stato proprio: tu non sarai come me.

Per assecondare i genitori, per i quali, secondo la morale imperante, l’unica esperienza che dà senso

alla vita di una donna (specialmente se bruttina) è il matrimonio, Miriam rinuncia a studiare

medicina, si sposa e ha una figlia.

Sarà una donna delusa e insoddisfatta, il cui unico desiderio tuttavia, come scrive nelle sue

annotazioni, è che la figlia trovi la sua strada e la percorra tutta.

Miriam non è la donna rinunciataria che sembra; le sue parole, al contrario, rivelano forza, tenacia e

un amore immenso per la figlia.

Ruth Reichl è direttrice della rivista culinaria Gourmet Magazine. È stata critica gastronomica per il

New York Times e per il Los Angeles Times. È popolarissima negli Sati Uniti anche per i suoi libri:

La parte più tenera (2002), Confortatemi con le mele (2003), Aglio e zaffiri (2005).

Reperibile presso la Libreria delle Ragazze, via Pergolesi Grosseto