SOMMARIO

1) CLARA JOURDAN Due donne (o due uomini) e le loro creature

2) LEA MELANDRI Concorso nazionale per Miss Universita’

3) GIANNA URIZIO Più donne si ribellano alla violenza, troppa rimane ancora

nell’ombra

4) Le donne di Villa Pamphili Da Artemisia Gentileschi a Camilla Cederna passando per

Simone de Beauvoir il parco romano è un “Pantheon all’aperto” dell’universo femminile

5) Recensione ELVIRA DONES “Vergine giurata”

 

1) CLARA JOURDAN Due donne (o due uomini) e le loro creature

 

La notizia dell’Irlanda che ha detto sì al matrimonio omosessuale con un referendum popolare

(62,1% dei voti) ha riacceso le speranze di chi vuole introdurre in Italia, paese anch’esso cattolico e

tradizionalista, la regolarizzazione giuridica delle coppie dello stesso sesso che lo desiderino. Per

sostenerne la necessità, vengono però diffuse informazioni false e controproducenti sulla normativa

in vigore, in particolare riguardo al destino dei figli della coppia. Per esempio, ho sentito spesso dire

(anche alla radio) che in caso di morte della madre o del padre “ufficiale”, la creatura verrà portata

via all’altro genitore e dichiarata adottabile. Non è ciò che stabilisce la legge sul Diritto del minore

a una famiglia (l. 184/1983): i minori possono essere adottati anche da persone unite al minore da

vincolo di parentela fino al sesto grado o da preesistente rapporto stabile e duraturo, quando il

minore sia orfano di padre e di madre, e in questi casi l’adozione è consentita anche a chi non è

coniugato (art. 44). Questo non vuol dire che non possano insorgere problemi, per esempio un

conflitto tra i nonni e la compagna della madre “ufficiale”, in caso di morte di questa madre, ma

certo non che la creatura venga dichiarata in stato di adottabilità se c’è chi ha con lei un preesistente

legame come l’altra madre o l’altro padre. Quindi vorrei che si facesse più attenzione nel dare le

informazioni, quelle sbagliate possono provocare ansie e inutili sofferenze in una situazione ancora

abbastanza nuova.

Detto questo, si pone un altro problema, in termini più sostanziali, dato dall’enorme squilibrio

giuridico tra i due genitori dello stesso sesso (viventi): uno dei due addirittura non esiste per la

legge e dunque per l’ordine simbolico e sociale che essa esprime. Eppure le situazioni di fatto

esistono: conosco una coppia di donne che hanno una figlia ma solo una delle due madri lo è

ufficialmente, e so di una coppia di uomini che vivono con il figlio di uno di loro ma si considerano

padri entrambi. Sono situazioni non vietate, e questa è la cosa più importante perché permette di

agire il cambiamento nella pratica e sul piano culturale, che è la cosa più efficace come sappiamo

grazie al femminismo. Tuttavia mi domando se l’assoluto squilibrio giuridico non influisca

negativamente in un ambito delicato come questo delle relazioni genitoriali, «dove gli angeli

esitano».

Non sono mai stata una sostenitrice dell’introduzione del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Da cinquant’anni nel movimento delle donne lavoriamo a creare relazioni libere tra donne (e tra

donne e uomini), legami non previsti dall’ordine patriarcale e non inquadrabili giuridicamente,

forme che non hanno bisogno di essere istituzionalizzate. Io sono sempre in questa ricerca, che

diminuisce l’importanza simbolica e materiale del matrimonio e della famiglia, per una socialità più

libera, governata più dall’autorità che dalla legge. Ma mi rendo conto che quando in tali legami

liberi nascono o entrano creature piccole, il rapporto delle persone adulte con queste creature viene

inevitabilmente iscritto nelle forme giuridiche previste dall’ordinamento. Così, mentre in una

coppia donna-uomo non sposata entrambi sono genitori dei loro figli a tutti gli effetti, ormai, in una

coppia dello stesso sesso no, e si crea una situazione magari ben saldata dall’affetto ma certamente

difficile da vivere, sottoposta a continue prove, perché il rapporto tra genitori e figli minori è

sempre più pervasivamente controllato dalle istituzioni.

Se la legge è ferma, qualcosa però si sta muovendo in ambito giurisdizionale: con un decreto datato

29 ottobre 2014 e depositato ai primi di gennaio (1), la Sezione famiglia della Corte d’appello di

Torino (presidente Renata Silva, consigliera Federica Lanza, estensora Daniela Giannone) per la

prima volta in Italia ha accolto la richiesta di due donne (indicate come «madre A» e «madre B»), di

trascrivere l’atto di nascita del figlio concepito con l’inseminazione e registrato nel Comune diBarcellona. Le due donne, una di nazionalità italiana, sposatesi in Spagna nel 2009 hanno divorziato

nel 2014, pur mantenendo la condivisione della responsabilità genitoriale (www.ilsole24ore.com, 8

gennaio 2015). Non so se l’ufficiale di stato civile di Torino ha poi trascritto l’atto, perché il prefetto

ne ha chiesto la sospensione in attesa di un parere del ministero dell’Interno, e non ho più trovato

notizie al riguardo. Comunque la scelta delle giudici della Corte (che ha ribaltato l’iniziale “no” del

Tribunale dell’ottobre 2013) è un fatto e un segno che va nella direzione giusta, secondo me: di dare

sicurezza anche giuridica al legame della creatura con entrambi i genitori nelle coppie omosessuali,

perché entrambi possano sentirsi tranquilli come genitori, al di là delle vicissitudini di coppia, per

dare il meglio di sé come madri o padri.

(www.libreriadelledonne.it, 4 giugno 2015)

 

2)

LEA MELANDRI Concorso nazionale per Miss Università È questa la «buona scuola»?

 

Che dire della sorprendente iniziativa del Magnifico Rettore de La Sapienza, Eugenio Gaudio,

che l’8 maggio ha dato il via ufficialmente al Concorso di Miss Università 2015, La studentessa

più bella e Sapiente degli Atenei italiani ?

Da quando si è cominciato a parlare della proposta di legge sulla «Buona scuola», non pochi dubbi

erano già stati espressi su che cosa sarebbe passato sotto la voce “merito”, “apertura all’esterno”,

“sponsorizzazione”, adeguamento della figura di Preside a quella di manager. Adesso ne abbiamo

un esempio che non lascia dubbi su quali imprevedibili, perverse interpretazioni se ne possono dare.

Nel locale affollato dove si è svolto l’evento, il BillionS di Roma, il punteggio di “merito” delle

studentesse in gara è sembrato che potesse cominciare dal numero degli esami e dai voti ottenuti per

finire con quello assegnato da una giuria di illustri professionisti, docenti e imprenditori alla

gradevolezza delle loro fattezze fisiche.

Tra i “giudici di bellezza”, oltre al Rettore de La Sapienza, un docente dell’Università Cattolica,

alcuni chirurgi plastici. Sponsor ufficiale: il Centro LaClinique, «prima organizzazione italiana di

specialisti in chirurgia e medicina estetica». Il premio prevedibile per le prime dieci classificate:

una settimana gratis al Resort la Casella, dove potranno fare qualche ritocco alla loro naturale

bellezza.

Il corpo a scuola è già presente da sempre, ma è rimasto a lungo il “sottobanco”. Chi, nella

stagione lontana dei movimenti non autoritari ha provato a dargli voce, a riconoscergli l’attenzione

dovuta a una componente non trascurabile della nostra umanità -passioni, sentimenti, fantasie e

desideri non sempre confessabili- ha conosciuto l’intervento tempestivo della mano ferma con cui

lo Stato e la Chiesa hanno tenuto per secoli l’educazione sotto il loro controllo.

Oggi, chi rischia sono, al contrario, coloro che vorrebbero sollevare qualche interrogativo sul

discutibile connubio tra impegno intellettuale e doti fisiche, tra il ruolo di studioso, insegnante,

responsabile di una università e quello di produttore di cosmetici, chirurgo plastico, dirigente di

Beauty Farm. Oppure, volendo spingere oltre l’analisi di una iniziativa che fa temere il peggio,

quando fosse approvata la riforma della “buona scuola”, sarebbe ancora meno al sicuro chi, come

me, azzardasse qualche considerazione su che cosa ne è stato dell’intuizione di partenza del

femminismo: la “riappropriazione del corpo”, la costruzione di una individualità femminile

liberata da modelli imposti e forzatamente interiorizzati.

Se è facile mettere in discussione il potere che ha ancora il sesso maschile dominante di dare forma

al suo immaginario, senza alcuna remora, lo è molto meno chiedersi perché giovani studentesse

accettino che la loro bellezza diventi oggetto di merito quanto il loro impegno nello studio, che

cosa le spinge a legittimare un antico pregiudizio, solo perché viene loro abilmente riproposto

confuso con gli interessi di una scuola sempre più conforme a interessi aziendali.

L’ideologia che ha costruito il femminile come seduzione e maternità non si è eclissata con la

rapidità che ci si aspettava, e oggi purtroppo sono le donne stesse a farla attivamente propria. La

strada dell’autonomia o della liberazione –come si diceva in passato- è ancora lunga.

Nel frattempo, non possiamo che registrare l’illusione di molte donne di potersi emancipare come

corpo, di poter volgere a vantaggio gli stessi “requisiti”, considerati “naturali”, sulla base deiquali sono state per millenni tenute lontano dall’istruzione, dal potere, dal governo del mondo.

A chi obbietta che la bellezza è una dote femminile in più di cui non ci si dovrebbe vergognare,

rispondo che le donne l’hanno sempre usata in sostituzione di altri poteri loro negati, così come

d’altro canto gli uomini l’hanno piegata al loro piacere, sfruttata per altri fini all’interno della

comunità dei loro simili. Il desiderio di cambiamento comincia con la presa di coscienza di che cosa

sono stati finora i rapporti tra uomini e donne. Mi rendo conto che tale consapevolezza stenta a farsi

strada, ma ormai è affiorata alla storia, e da lì non si torna indietro.

La generazione delle figlie e delle nipoti ha ereditato dai movimenti femministi una eredità

controversa: gode di diritti fino a pochi decenni fa impensabili, ma che rischiano di rimanere solo

formali quando urtano contro un sentire intimo che conserva abitudini, pregiudizi, adattamenti

inconsapevoli al passato. Altrettanto si può dire di una libertà che vede il corpo e le attrattive che

il desiderio maschile vi ha attribuito scrollarsi di dosso un controllo secolare, senza perdere per

questo la possibilità di tornare a essere “oggetto”, “complemento” di un ordine esistente.

I corpi femminili che si prendono oggi la loro rivalsa sulla scena pubblica si poteva immaginare che

avrebbero prima di tutto, e forse ancora a lungo, conservato i segni che la storia, la cultura

dominante, vi ha impresso sopra.

Ma che sia la “buona scuola”, che si proclama distruttrice degli stereotipi di genere, a rimetterli in

auge così sfacciatamente, non dovrebbe lasciare indifferenti.

“La 27 ora” maggio 2015

 

3) GIANNA URIZIO Più donne si ribellano alla violenza, troppa rimane ancora nell’ombra

 

Numeri che parlano da soli e che continuano a stupirci: il 31,5% delle donne in Italia nella loro vita

ha subito o violenza fisica e/o sessuale, vale a dire 6milioni e 788mila donne. Lo stesso dato del

2006.

E’ il primo dato assoluto che emerge dalla nuova ricerca, molto attesa, dell’ISTAT sulla violenza

sulle donne. E’ un dato assoluto che però va ragionato sulle molte altre novità che la ricerca, svolta

tra novembre e dicembre 2014, evidenzia.

Ma certamente non irrilevanti sono le percentuali interne di questo dato assoluto.

Intanto il 20,2% delle donne (4 milioni 353 mila) denuncia violenza fisica, quasi simile è il dato

sulla violenza sessuale: il 21% (corrispondente a 4 milioni 520 mila) e il 5,4% denuncia stupri o

tentati stupri.

Cercando di definire le violenze queste si possono identificare in spintonamenti/strattonamenti

(11,5%), schiaffi, pugni, e morsi (7,3%), colpi con oggetti che possono far male (6,1%), meno

frequenti, ma presenti, forme più gravi come tentativi di strangolamento ustione, soffocamento

(1,5%) e la minaccia o uso delle armi (1,7%).

Un quadro che colpisce, soprattutto se accompagnato dai dati su chi commette queste violenze e

dove. La ricerca conferma che l’ampia maggioranza della violenza vissuta dalle donne nella loro

vita è esercitata da partner ed ex partner. Anche se negli ultimi cinque anni c’è stata una

diminuzione della violenza rispetto ai 5 anni precedenti al 2006; una differenza lieve (dal 13,3%

all’11,3%) ma sicuramente un segnale di miglioramento da cogliere.

Rimangono invariati i dati che confermano la trasversalità della violenza rispetto alla cultura e

status sociale. Anche se la ricerca rivela che le donne che subiscono più violenze fisiche o sessuali

nel corso della vita sono le separate e divorziate (51,4%).

Da evidenziare poi la percentuale particolarmente alta delle donne disabili o con problemi di salute

che subiscono violenza (36% contro il 31,5%) con un numero più che doppio di stupri rispetto alle

altre donne (il 10% contro il 4,7% delle altre). Questo è un dato particolarmente grave su cui

riflettere. Si direbbe che la maggiore debolezza di queste donne consente un aumento della violenza

fisica, ma soprattutto sessuale.

Ci sono poi i dati sulle donne in gravidanza. Per il 5,9% delle donne che hanno subito violenza in

gravidanza, questa è iniziata con la gravidanza stessa. Per chi subiva già violenza prima della

gravidanza, nel 23,7% dei casi è diminuita, non sparita! Mentre per 11,3% è aumentata.

In questa marea di dati su cui sicuramente bisognerà ritornare per riflettere e per mettere in atto

strategie di contrasto soprattutto culturali, non va dimenticato il grave problema che la violenza in

famiglia significa per i figli essere vittime della violenza assistita che lascia gravi segni sulla loro

formazione di uomini e donne. Già solo questa considerazione meriterebbe di accendere con

decisione i riflettori sulla violenza domestica. Al di là del fatto che la violenza di genere sulle donne

è una vera e grave violazione dei diritti della persona.

Ma qualcosa di importante è cambiato ed è la percentuale di donne che si è ribellata a questa

violenza.

Il 68,6% delle donne che avevano un partner violento in passato, lo ha lasciato e lo ha fatto a causadella violenza subita. E la violenza per il 41,7% dei casi è stata la causa principale della

separazione.

E ancora più importante è che le donne giovani sono le protagoniste del cambiamento. Le donne

giovani (16-24 anni), rispetto la ricerca del 2006, denunciano meno casi di violenza (passati dal

31,7% al 27,1%). Diminuzione confermata sia per la violenza fisica, che sessuale esercitata sia da

partner sia da ex-partner. Si potrebbe valutare che la coscienza femminile sta crescendo ed intacca i

livelli di violenza fisica, sessuale e psicologica.

Però ugualmente lo zoccolo duro della violenza non viene intaccato ma, cosa ancora più grave non

diminuiscono né le uccisioni di donne, né gli stupri e i tentati stupri e la gravità della violenza è

aumentata. Ancora. Un discorso poi a parte meriterebbe i dati, nuovi ed interessanti, sulle donne

immigrate, ma anche questo è un tema ampio su cui vale la pena di ritornare in un altro momento.

“La violenza continua ad essere un fenomeno grave, ampio ed esteso” – ha affermato Linda Laura

Sabbadini, responsabile della ricerca ISTAT sia del 2006 che del 2014 alla conclusione della

conferenza stampa – “e anche se è aumentato il numero delle donne che riconoscono la violenza

come reato, questa percentuale resta ancora troppo bassa (7% contro il 4,6% del 2006) così come

bassa è la percentuale delle donne che denunciano o che si rivolgono ai centri o ai servizi per essere

aiutate. Ma la situazione è in movimento e le donne stanno reagendo”.

“Zeroviolenza” 9 giugno 2015

 

4) Le donne di Villa Pamphili Da Artemisia Gentileschi a Camilla Cederna passando per Simone de Beauvoir il parco romano è un “Pantheon all’aperto” dell’universo femminile

 

Le intitolazioni di vie e piazze delle nostre città riflettono una cultura storica e una dimensione

sociale ancora molto misogine; lo squilibrio in favore dei personaggi maschili è l’espressione del

potere degli uomini che hanno fatto e hanno scritto la storia, rendendo invisibile il genere

femminile.

Al contrario la natura suggestiva del parco romano di Villa Pamphili fa da sfondo a viali quasi tutti

dedicati alle donne, un ribaltamento del sessismo che prevale nell’odonomastica cittadina.

A partire dalla fine degli anni Settanta, ma con una maggior frequenza negli anni successivi fino al

2007, si è seguita la politica di intitolare a donne di valore i viali interni del parco. Le figure

commemorate costituiscono un’inversione di tendenza rispetto alle scelte odonomastiche del

passato, che privilegiavano nomi di sante, figure religiose o legate all’impegno sociale di tipo

assistenziale e caritatevole.

Le protagoniste di Villa Pamphli hanno avuto ruoli attivi e paritari nella società, dimostrando

capacità di pensiero e di azione, indipendenza intellettuale e morale. Con questo caleidoscopico

panorama di genere si è voluto rimediare alle evidenti e continue “distrazioni” delle

amministrazioni politiche, creando una sorta di “Pantheon all’aperto” dell’universo femminile, un

risarcimento tardivo alla memoria delle donne e alla loro storia.

Sono trenta le aree intitolate a donne vissute in un arco temporale che va dal XVII secolo (con il

ponte dedicato ad Artemisia Gentileschi) fino ai giorni nostri (con le targhe ad Anna Politkovskaja e

Oriana Fallaci, collocate pochi mesi dopo la loro morte).

Sono figure storiche, dalle protagoniste della difesa della Repubblica Romana a quelle che difesero

Roma dalla violenza nazifascista; sono donne “di scrittura”, come le sorelle Bronte, Camilla

Cederna o Sigrid Undset, premio Nobel per la letteratura nel 1909; sono esponenti del pensiero

femminista, come Anna Maria Mozzoni o Simone de Beauvoir.

Chiuse all’interno del parco le strade femminili possono apparire isolate in una sorta di ghetto che

le sottrae allo spazio fisico della città e alla sua sfera simbolica; ma passeggiare fra gli alti pini della

villa può offrire un’interessante prospettiva di genere e un’utile occasione per ricordare o scoprire

l’altra voce del mondo.

Il progetto didattico Orienteering: lungo sentieri di parità, organizzato da Toponomastica femminile

per le scuole primarie del Comune di Roma, ha trasformato Villa Pamphili in un grande laboratorio

nel quale, attraverso il gioco, lo sport e la cultura, si sono avviate nuove opportunità per conoscere

la storia e la cultura femminili.

La consapevolezza di quanto è stato creato, inventato, realizzato dalle donne consente significativi

rispecchiamenti ed educa le nuove generazioni al rispetto delle differenze e al superamento degli

stereotipi culturali, percorso fondamentale per prevenire la discriminazione e la violenza contro le

donne.

08 Giugno 2015 “Noi donne”

 

5) Recensione ELVIRA DONES “Vergine giurata”

Feltrinelli 2007, 2015

 

Lassù, sulle catene montuose nel nord dell’Albania, vige la legge del Kanun.

Il Kanun è il più antico codice consuetudinario albanese, che da secoli regola tutti gli aspetti

della vita delle comunità di questa zona, tra le più arretrate del Paese.

Il codice si fonda su un sistema patriarcale alla cui base è l’appartenenza al clan.

Secondo il Kanun “la donna è un otre, che sopporta pesi e fatiche”. Proprietà esclusiva,

prima del padre e poi del marito, il suo destino è segnato dalla nascita.

L’unico diritto che le viene riconosciuto è quello di proclamarsi uomo e diventare una

vergine giurata. Con il giuramento la donna si obbliga per sempre all’astensione dalla vita

sessuale, prende un nome da maschio e acquisisce tutti i diritti che il Kanun riserva agli

uomini: muoversi liberamente, vendere e comprare proprietà, partecipare alle vendette dei

clan, bere e mangiare in compagnia.

La figura della vergine giurata nacque dall’esigenza di consentire la continuità della

famiglia, qualora il patriarca che ne stava a capo fosse morto senza un erede maschio.

È proprio alla morte di zio Gjergj, che Hana (Luna in albanese) Doda, la protagonista di

questo libro, per salvare l’onore della famiglia diventerà una vergine giurata col nome di

Mark Doda.

Dopo quattordici anni passati da sola su quelle Montagne Maledette, abbrutita dalla fatica,

stanca di portare vestiti da uomo e di tenere fede al giuramento, Hana si trasferisce negli

Stati Uniti dalla cugina Lila.

Accolta con calore ed affetto, riuscirà a poco a poco, con l’aiuto della cugina e di sua figlia

Jonida, a liberare la Hana che Mark ha tenuto prigioniera dentro di sè. Troverà un lavoro,

ritroverà il gusto di indossare gonne e camiciette, ma sopratutto accetterà il suo corpo di

donna, e come tale, ad amarlo e farsi amare.

Elvira Dones, albanese di origine, è scrittrice, sceneggiatrice e autrice di documentare

televisivi. È stata lei a realizzare un filmato con protagoniste sei donne anziane che vivono

come uomini. La scrittrice aveva scoperto l’esistenza di queste donne per caso, in una foto di

una famiglia kosovara dove spiccava un uomo dal volto estremamente femminile.

Vergine giurata ha vinto il premio Fondazione Carical Grinzane Cavour per la cultura

euromediterranea nel 2008. Liberamente tratto dal libro è stato realizzato un film, diretto da

Laura Bispuri e interpretato da Alba Rohrwacher, presentato al Festival di Berlino 2015.

Reperibile presso la LIBRERIA DELLE RAGAZZE via Pergolesi 3/a Grosseto