SOMMARIO
1) Anna Di Salvo – Lampedusa, la Porta della vita si chiude?
2) Antonio Mazzeo – Lampedusa, un avamposto di guerra nel Mediterraneo
3) Lea Melandri – La mamma è il primo e l’ultimo tabù
4) Michela Barzi – La città contemporanea, uno spazio misurato su un sesso solo,
che ha bisogno di essere ripensato
5) Recensione –  Willa Cather “Uno dei nostri”
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1) Anna Di Salvo – Lampedusa, la Porta della vita si chiude?
Un disastro si sta compiendo a Lampedusa, che rischia di non essere più avvistata dalle donne e
dagli uomini migranti che arrivano dal mare come “La porta della vita”. Che Lampedusa si avviasse
ogni giorno di più a essere trasformata in avamposto militare, all’insaputa e ai danni dei e delle
abitanti e dell’isola, era emerso chiaramente lo scorso settembre, quando io e altre delle Città Vicine
abbiamo partecipato all’edizione del LampedusaInFestival 2014 (vedi il contributo a questo sito di
Giusi Milazzo Lampedusa da Porta d’Europa ad avamposto militare?, 14 novembre 2014,
http://www.libreriadelledonne.it/lampedusa-da-porta-deuropa-ad-avamposto-militare/). Proprio
durante il festival, Alfonso Distefano della Rete Antirazzista di Catania ci aveva trasmesso un primo
documento sugli imminenti pericoli redatto da Antonio Mazzeo, scrittore e giornalista freelance di
Messina, studioso dei processi del riarmo e della militarizzazione nel Mediterraneo.
Da allora, l’espansione militare sull’isola è continuata. Nei giorni intorno al primo maggio scorso,
organizzate dall’associazione Askavusa, si sono svolte una serie d’iniziative al riguardo, alle quali
era presente Antonio Mazzeo che ha fornito i suoi importanti studi e informazioni, ma soprattutto ha
girato Lampedusa palmo a palmo, ha parlato con chi vi abita e ha visto con i suoi occhi cosa sta
succedendo davvero nella più bella isola del Mediterraneo. «Ero così straziato che in tutti quei
giorni non mi sono sentito neanche di fare un tuffo nel mare…» ha detto al suo ritorno, assicurando
che avrebbe scritto prestissimo e in maniera dettagliata.
“Libreria delle donne di Milano”14 maggio 2015

2) Antonio Mazzeo  – Lampedusa, un avamposto di guerra nel  Mediterraneo
La punta più avanzata nel Mediterraneo del dispositivo bellico italiano e Nato,
centro d’intelligence e spionaggio e potenziale trampolino di lancio per i raid
aerei in Nord Africa. Mentre mass media e politici offrono di Lampedusa
l’immagine di un remoto territorio sotto assedio e le aziende e le cooperative
sociali si spartiscono il business dei centri detentivi di migranti e richiedenti
asilo, l’isola delle Pelagie è stata segretamente convertita in uno degli
avamposti militari e strategici più moderni e aggressivi. Lo scalo aereo civile,
recentemente ampliato e ammodernato, è utilizzato dai velivoli cargo, dai
cacciabombardieri e dagli elicotteri delle forze armate italiane e dagli aerei-
spia di Frontex, la famigerata agenzia europea di sorveglianza e
“contenimento” dei flussi migratori. Le aree portuali e le coste sono presidiate
da navi da guerra della Marina e dalle imbarcazioni veloci della Guardiacoste,
della Guardia di finanza e dei Carabinieri. Jeep e furgoni blindati scorrazzano
per le vie del centro e i sentieri tracciati all’interno delle aree naturali e
paesaggistiche d’incomparabile bellezza; gli innumerevoli cartelli gialli con la
scritta Zona militare Divieto di Accesso Sorveglianza armata sui portoni di
antichi edifici trasformati in caserme; i fili spinati e le reti che delimitano
presidi e impianti vetusti o super sofisticati per le guerre elettroniche; selve –
ovunque – di tralicci, antenne di telecomunicazione e radar che bombardano
l’etere di pericolosissime onde elettromagnetiche.
La zona più intensamente militarizzata, con ben quattro grandi infrastrutture
destinate alle operazioni d’intelligence, è senza alcun dubbio la punta
occidentale di Lampedusa, un tempo occupata dai tralicci che sostenevano
l’antenna di 190,5 metri d’altezza della stazione Loran C della Guardia Coste
degli Stati Uniti d’America, target mancato degli Scud libici lanciati nell’aprile
del 1986 in ritorsione ai ripetuti attacchi aerei di Washington su Tripoli e
Bengasi. A Capo Ponente ci sono antenne radar, ponti radio e
telecomunicazione; nella contigua area di Albero Sole, una serie di fabbricati
che ospitano attrezzature top secret e centrali elettriche, la grande base radar
dell’Aeronautica (oltre 2,900 metri quadri di superficie), una stazione della
Marina militare, le postazioni di avvistamento avanzato (reporting post) per
intercettare e analizzare le frequenze, le caratteristiche e le procedure delle
trasmissioni radio, vocali e radar “nemiche” e “alleate”. Centro d’eccellenza è
la Stazione della 4^ Squadriglia AES (Analisi ed Elaborazioni Speciali)
dell’Aeronautica Militare, preposta all’individuazione e alla raccolta di tutte le
emissioni elettromagnetiche d’interesse strategico e alla guerra elettronica.
Nello specifico, le sofisticate apparecchiature in dotazione dell’AES sono in
grado di rilevare i segnali elettromagnetici emessi dalle strumentazioni
nemiche (Signal Intelligence – SIGINT), identificare le emissioni diverse dalle
comunicazioni radio (Electronic Intelligence – ELINT), ottenere informazioni
su come operano i sistemi di guerra elettronici e testare le loro capacità di
risposta. “Le attività ELINT sono ad alto livello di segretezza e comprendono
pure la raccolta di dati relativi alle emissioni radar, dei centri di comando e
controllo, dei sistemi di difesa aerea e di guida missili installati a terra o
imbarcati su aerei o navi”, riportano i manuali delle forze armate. I dati
intercettati a Lampedusa sono poi inviati per la loro elaborazione al Reparto
Supporto Tecnico Operativo Guerra Elettronica (Re.S.T.O.G.E.) di Pratica di
Mare, transitato dal 1° dicembre 2013 alle dipendenze della neocostituita 9^
Brigata Aerea Intelligence, Surveillance, Target Acquisition and
Reconnaissance – Electronic Warfare (ISTAR-EW). Come specificato dal
ministero della Difesa, questa importante brigata dell’Aeronautica ha il
compito di “fornire il supporto operativo di guerra elettronica attraverso attività
tecniche ed addestrative finalizzate a migliorare l’autoprotezione degli
aeromobili e ad assicurare una tempestiva risposta alle evoluzioni della
minaccia presente in uno scenario operativo”.
Sempre nel settore dell’intelligence militare, dal 12 gennaio 2007 opera a
Lampedusa il 9o Nucleo controllo e ricerca (N.C.R.) che ha assorbito le
attività sino ad allora svolte dal 7° Distaccamento autonomo interforze
(D.A.I.). Il 9° N.C.R. dipende dal Centro Intelligence Interforze di Castel
Malnome, Roma, a sua volta subordinato con la Scuola interforze
intelligence-guerra elettronica (S.I.I./G.E.) al 2° Reparto informazioni e
sicurezza dello Stato maggiore della difesa che ha unificato e posto sotto il
proprio controllo le diverse strutture di spionaggio delle forze armate italiane.
L’Aeronautica militare è presente a Lampedusa dal 1958 con un Teleposto
Telecomunicazioni e una Stazione di Meteorologia. La prima grande
installazione radar è entrata in funzione nel 1983, mentre tre anni dopo, a
seguito della crisi Usa-Libia, fu costituita nell’isola la 134a Squadriglia Radar,
con lo scopo di garantire la sorveglianza e il controllo dello spazio aereo in
ambito nazionale e Nato. Nel 1993 fu attivato pure un Distaccamento per il
supporto logistico, tecnico e amministrativo di tutti gli enti dell’Aeronautica
militare, attualmente ospitato in alcune palazzine nella parte sud-orientale
dell’isola, adiacenti al sedime dell’aeroporto civile. Nel 1998 la sala controllo
della 134^ Squadriglia radar, collocata geograficamente con i suoi sensori
nell’area già occupata dalla Stazione Loran Usa, ha assunto la
configurazione di sensore remoto con riporto dei data link al 34° Gruppo
Radar di Noto – Mezzogregorio (Siracusa) e ai centri operativi del Gruppo
Riporto e Controllo Difesa Aerea di Poggio Renatico (Ferrara) e del 22o
Gruppo Radar di Licola (Napoli).
Da qualche mese l’Aeronautica ha sostituito il suo radar di sorveglianza
FADR (Fixed Air Defence Radar) RAT 31-SL (operante in banda S con
emissioni da 2 a 4 GHz) con il modello RAT 31-DL (operante in banda D con
emissioni da 1 a 2 GHz). “L’operazione fa parte di un programma nazionale di
sostituzioni per liberare le frequenze della banda D e renderle disponibili per
le comunicazioni dei dispositivi WiMax”, spiega il prof. Massimo Coraddu, il
fisico sardo co-autore dello studio del Politecnico di Torino che ha
documentato i gravi rischi per la salute umana e il traffico aereo delle
emissioni del sistema satellitare MUOS di Niscemi. “I due diversi modelli di
radar RAT sono stati realizzati dall’industria italiana Selex (Finmeccanica) ed
emettono impulsi di microonde molto brevi e di elevata potenza. Il RAT 31-DL
ha una potenza media di 2,5 KW e forma brevi impulsi in cui la potenza
concentrata è di 84 KW. Del radar RAT 31-SL non è invece nota la potenza
media, mentre sappiamo che ha una potenza concentrata di 155 KW.
Purtroppo non sono pubblici altri dati radiotecnici indispensabili per
un’accurata analisi delle emissioni e né i militari e né Selex hanno fornito le
previsioni sui livelli di irraggiamento nel territorio circostante”.
Secondo un primo censimento delle sorgenti elettromagnetiche presenti a
Lampedusa effettuato da Massimo Coraddu e dall’Associazione culturale
“Askavusa”, oltre al nuovo FADR RAT 31-DL nella zona occidentale dell’isola
sono operativi pure due radar di sorveglianza costiera, un radar GEM e un
radar EL-M 2226 prodotto dall’azienda israeliana ELTA-System di cui esiste
un esemplare identico anche a Capo Grecale. “Ad Albero Sole sono presenti
inoltre numerose antenne operanti su bande diverse e altri dispositivi non
chiaramente identificabili, tra cui una cupola che potrebbe ospitare un altro
radar”, spiega Coraddu. “Altri due radar per la sorveglianza costiera si
trovano nel vicino sito della Marina militare. Le caratteristiche tecniche di
questi dispositivi non sono note ma nel 2014 la Marina ne ha proposto la
sostituzione con due nuovi radar, sempre per la sorveglianza costiera, il
Gabbiano T200C e il RASS CI (Radar di Scoperta di Superficie), entrambi
prodotti da Selex. Nello studio di fattibilità ambientale fornito dall’azienda
italiana, ci sono alcuni dati tecnici solo per il primo modello radar (frequenza
9.1-9.7 GHz, potenza media 215 W, potenza di picco 3.45 KW, guadagno
d’antenna 28.5 db). In base alle nostre conoscenze è però verosimile che il
RASS CI sia molto più pericoloso del Gabbiano T200C: si tratta infatti di una
versione costiera del radar RASS C imbarcato nelle unità militari, come si
deduce dalla presentazione fatta da Selex alla fiera internazionale degli
armamenti di Bourget 2011”.
Nella parte restante dell’isola ci sono però altri pericolosi dispositivi emittenti:
ripetitori radiotelevisivi e per la telefonia cellulare, trasmettitori VHF per le
comunicazioni in mare e per quelle aeroportuali, il radar per la sorveglianza
costiera avanzata EL-M 2226 di Capo Grecale installato dalla Guardia di
finanza all’interno di un’area di proprietà del Comune di Lampedusa e Linosa
affidata in concessione a Telecom. “I radar EL-M 2226 sono stati acquistati in
Israele grazie al Fondo per le frontiere esterne Ue 2007-13 e dovevano
essere attivati pure in tre località sarde e a Capo Murro di Porco a Siracusa,
ma le proteste popolari e ben tre sentenze del Tar di Cagliari hanno costretto
la Guardia di finanza a rimuovere gli impianti e congelare sine die il
programma finalizzato ad un impiego militare contro i migranti”, ricorda
Giacomo Sferlazzo di “Askavusa”. “Il radar di Capo Grecale emette
un ’ energia estremamente concentrata in un fascio ristretto (EPR – Equivalent
Power Rate)”, allerta il prof. Coraddu. “A prima vista, la potenza di 50 W
dell’EL-M 2266 israeliano potrebbe apparire bassa, ma questa impressione è
erronea. Per ottenere la potenza equivalente emessa nella direzione del
fascio, bisogna moltiplicare infatti i 50 W per il guadagno d’antenna di 37-38
db, che equivale a un’amplificazione di 10G/10, cioè 5.000 – 6.000 volte
maggiore. Nella direzione di emissione, l’intensità del fascio equivarrà dunque
a 250-300 KW”.
Lampedusa, la sua popolazione, la flora e la fauna sono senza alcun dubbio
le vittime inconsapevoli di un insostenibile inquinamento elettromagnetico,
colpevolmente ignorato o occultato dalle autorità militari e sanitarie e dagli
amministratori locali e regionali. “Dato il gran numero di sorgenti diverse, tutte
di notevole intensità e la piccola superficie a disposizione, l’isola di
Lampedusa presenta una densità molto alta e del tutto inusuale di emissioni
elettromagnetiche”, denuncia il prof. Coraddu. “Sono state già evidenziate
situazioni critiche, duplicazioni di funzioni (si pensi che sono presenti
perlomeno sei radar di sorveglianza costiera da terra), mentre di molti
dispositivi non sono note le caratteristiche radioelettriche e non è mai stata
fatta una stima delle loro emissioni. La situazione appare in larga misura fuori
controllo. Non esiste un’anagrafe completa e organica delle sorgenti
elettromagnetiche operanti e della loro collocazione. Sarebbe quanto mai
necessario uno studio di tutte le sorgenti, del loro irraggiamento complessivo,
dei possibili effetti sulla salute della popolazione e sull’ambiente naturale, per
procedere poi a una riduzione delle emissioni e alla ridistribuzione delle
sorgenti in modo da evitare, per quanto possibile, le situazioni di rischio”.
“ La proliferazione del tutto ingiustificata e con effetti pericolosissimi per la
salute della popolazione, il territorio e l’ambiente, di sistemi radar e
telecomunicazione militare e delle antenne della telefonia cellulare, localizzati
vicinissimi agli abitati o in luoghi utilizzati per attività ecoturistiche,
pregiudicando l’immagine e le attività socioeconomiche dell’Isola”, afferma
Annalisa D’Ancona, rappresentante legale dell’Associazione “Askavusa”. “Il
preoccupante quadro epidemiologico registrato dalle autorità sanitarie e dai
ricercatori tra la popolazione lampedusana, con un’alta incidenza di alcune
forme tumorali, ben al di sopra delle medie regionali, impone l’adozione
immediata di misure che riducano drasticamente l’inquinamento
elettromagnetico. Per questo, in occasione della mobilitazione antirazzista del
1° maggio abbiamo lanciato una sottoscrizione popolare per chiedere alle
autorità militari e alle compagnie telefoniche di eliminare i radar, gli impianti di
guerra elettronici e le infrastrutture telefoniche che svolgono funzioni
analoghe e di di bloccare tutti i nuovi insediamenti previsti nell’isola.
All’Amministrazione comunale chiediamo invece di varare un regolamento
che imponga il rispetto dei limiti di legge alle esposizioni elettromagnetiche e
vieti la presenza di fonti di emissioni in vicinanza di asili, scuole, presidi
sanitari e nei pressi del centro abitato”.
Antonio Mazzeo Blog venerdì 8 maggio 2015

3) Lea Melandri – La mamma è il primo e l’ultimo tabù
Si dà il caso che il 10 maggio, festa della mamma, fosse anche il giorno natale della donna che mi
ha messo al mondo e amato tanto da farmi studiare, nonostante la condizione economica della
famiglia non lo permettesse.
Ma il dono più grande e inaspettato da chi aveva conosciuto il destino femminile come dedizione e
obbedienza al comando altrui, amore e maltrattamenti, era racchiuso in una frase impensabile in
quell’epoca, in quella cultura contadina: “Stai libera!”.
Che cosa significasse come scelte di vita devo averlo intuito e incorporato tanto da muovere i piedi,
appena ho potuto, fuori dal cortile di casa, in fuga verso la città.
Solo più tardi, dopo aver incontrato il femminismo, avrei capito “per virtù di analisi” – sono le
parole di Sibilla Aleramo – la dolorosa ambiguità che tiene annodate nell’esistenza femminile la
donna e la madre, la forza e la debolezza, l’esaltazione immaginativa e l’insignificanza storica a cui
l’ha consegnata la cultura del sesso dominante.
In tutti gli anni che sono vissuta lontano, fino alla sua morte, non ho mai capito se il richiamo che
mi faceva perché ricordassi il 10 maggio fosse per il compleanno di una persona generosa che
amavo o per la “festa” che ipocritamente, retoricamente, si fa alle “mamme”, perché restino tali,
perché continuino a “vivere in funzione degli uomini” (Rousseau), consolarli, sostenerli, avere cura
di bambini, malati, anziani e adulti in perfetta salute.
La madre è il primo e l’ultimo tabù, monumento intoccabile della potenza originaria che l’uomo ha
conosciuto inerme, in totale dipendenza, e poi sottomesso con le armi che – come scrive Jules
Michelet – gli ha dato un “privilegio naturale”, “rafforzato dalla storia con le sue istituzioni e con le
sue leggi”. È solo per “magnanimità” che il progresso “civile” l’avrebbe poi accolta nel corso dei
secoli come fonte di sussistenza e di rinnovamento morale.
Che altro sono oggi il “Valore D”, i “talenti femminili” – capacità di ascolto e di mediazione,
sensibilità e attitudine alla cura –, se non le tradizionali doti attribuite per “natura” al materno?
Che la donna non dovesse mai aver bisogno di affermare la sua individualità, che fosse destinata a
“vivere per gli altri”, “amare e partorire”, e che questo sacrificio di sé facesse di lei una “religione”,
era stato il massimo tributo che pensatori del secolo precedente, come Michelet, Bachofen,
Mantegazza, avevano creduto di fare alla “differenza” femminile.
La donna madre è la donna completa: la donna giovane, bella, ricca non è né può essere felice se in
lei non palpita la maternità. La donna che non è madre è l’eunuco del proprio sesso, e l’intricato
meccanismo della nostra società civile fabbrica purtroppo ogni giorno a mille di queste mutilate.
Con la messa a tema di un conflitto ancora più provocatorio – La donna clitoridea e la donna
vaginale, di Carla Lonzi – all’inizio degli anni settanta comincia la stagione di un femminismo
radicale che avrebbe terremotato ruoli tradizionali, certezze identitarie, equilibri tra natura e storia,
famiglia e società, individuo e collettivo, sopravvissuti a cambiamenti secolari.
Evidentemente, separare la sessualità dalla procreazione, legittimare l’aborto, scrollarsi di dosso le
tante illibertà di cui hanno sofferto le donne, a partire dalla cancellazione di esistenza propria, non è
bastato a scalfire il carattere fondativo dell’identità femminile, che ancora viene attribuito all’essere
madre. C’è ancora una comprensibile resistenza delle donne ad abbandonare un potere – sostitutivo
di altri a loro negati – che viene dal rendersi indispensabili, necessarie a uomini che non hanno mai
smesso di affidarsi alle loro cure come figli, mettendo a rischio la loro maschera virile.Ma c’è anche chi, forte di una sia pur controversa libertà ereditata dalla generazione di donne che
l’ha preceduta, scrive:
Perché dovrei essere madre per forza? Per il solo fatto di essere donna? C’è un gusto selvaggio nel
dire no. C’è piacere nel dire: che le mie mani restino libere da vincoli. Ho troppo da dare al mondo
per dare a uno soltanto. Ho bisogno di stare con me stessa, ora e qui su questo mondo. Non voglio
essere due solo perché si deve. Pare che, quando l’occupazione principale di una donna non sia
quella di madre ma di cittadina, c’è sempre qualcuno che si preoccupa di metterla a posto.
(Eleonora Cirant, Una su cinque non lo fa. Maternità e altre scelte, Franco Angeli 2012)
Tra i molti modi per “rimettere le donne al loro posto” ci sono le mimose dell’8 marzo, i cuoricini
di cioccolata del 10 maggio e i penosi attestati di solidarietà del 25 novembre alle vittime della
violenza maschile.
“Internazionale” 10 Mag 2015

4) Michela Barzi  – La città contemporanea, uno spazio misurato su un sesso  solo,
che ha bisogno di essere ripensato
Nell’organizzazione spaziale delle città le disparità di genere tendono ad assumere le stesse
caratteristiche che si riscontrano nella struttura sociale. Lo spazio urbano è stato modellato a misura
del genere ‘dominante’: il modo in cui le donne vivono e si muovono nella città si differenzia in
relazione al diverso ruolo che esse ricoprono nella società. A decidere sul corpo delle città sono
principalmente gli uomini, dato che la politica è un ambito ancora fortemente dominato dal genere
maschile, malgrado il crescente numero di donne in posti di comando. Nella polis, così come nella
città, infatti, il pensiero e l’opera delle donne continua ad essere poco influente, anche se da tempo
le professioni dell’ambiente costruito attingono dal genere femminile.
Kate Henderson, la direttrice della Town and Country Planning Association, che nel Regno Unito
rappresenta una tradizione lunga un secolo nell’ambito della pianificazione urbanistica, ha
dichiarato di avere spesso modo di sentirsi isolata, in quanto ad appartenenza di genere, nel
contesto professionale in cui opera. La sua esperienza può essere spiegata con il fatto che malgrado
sia aumentato negli anni il numero delle professioniste del settore, sono rimaste basse le possibilità
che esse siano influenti sulle politiche urbane.
Eppure è stata una donna, Jane Jacobs, a scrivere oltre mezzo secolo fa Vita e morte delle grandi
città americane, una delle letture critiche più note dello sviluppo urbano contemporaneo. Due anni
più tardi, nel 1963, Betty Friedan descrisse la storia dello sviluppo delle città americane durante il
ventesimo secolo come una vicenda di puro esercizio del potere di un genere sull’altro. The
Feminine Mystique è una spietata denuncia dell’oppressione delle donne attraverso il grande
progetto suburbano che ha portato oltre la metà della popolazione statunitense a vivere in
agglomerati monofunzionali, destinati ad essere i settori residenziali di metropoli in continua
espansione e luoghi di confinamento delle frustrazioni femminili. La situazione descritta da
Revolutionary Road – il romanzo di Richard Yates del 1961 – diventava indagine sociologica e
denuncia di una strategia per confinare le donne nello spazio domestico.
In molti paesi le donne hanno assunto un ruolo determinante nelle economie nazionali, ma il tema
di come la forma della città ed il paesaggio urbano tengano conto dell’universo femminile
difficilmente viene affrontato. Nello spazio pubblico i corpi femminili sono ancora relegati
nell’immaginario della domesticità o ancorati al desiderio sessuale maschile e tutto ciò è
considerato normale, basta percorrere le strade di una città qualsiasi. Non è certo una novità che il
corpo femminile sia utilizzato per finalità commerciali, ma che sia possibile evitare questa
interferenza con il paesaggio urbano, soprattutto se essa finisce per rafforzare i peggiori stereotipi di
genere, lo prova la decisione della città di Grenoble di rinunciare ai proventi derivanti dalla
cartellonistica pubblicitaria.
La recente proposta di regolamentare la prostituzione di strada nel quartiere dell’EUR a Roma –
non a caso un’area della città a forte specializzazione funzionale, che sta facendo i conti con una
fallimentare gestione urbanistica – rappresenta molto bene quanto il vecchio immaginario maschile,
che associa prostituzione a degrado, sia diventato l’argomento che consente di non prendere in
considerazione i veri problemi di quell’area. C’è una evidente ipocrisia nel far credere all’opinione
pubblica che la priorità sia mettere ordine nella situazione attuale, già dominata dalla forte presenza
di prostitute, e nel non affrontare le conseguenze di scelte urbanistiche che hanno lasciato in eredità
una serie di contenitori non finiti, come La Nuvola sede del Nuovo Centro Congressi, o
abbandonati, come nel caso del vecchio parco di divertimenti Luneur.
Se almeno a livello simbolico la città continua ad essere lo spazio degli uomini e, implicitamente, la
casa quello delle donne, non saranno certo gli edifici disegnati da architetti donna a fare la
differenza, nemmeno se essi ricordano parti del corpo femminile come nel caso del progetto di ZahaHadid per lo stadio dei mondiali di calcio in Qatar. Il tema della rigida separazione funzionale delle
città, che ha penalizzato le donne in virtù del tributo che pagano alle necessità della specie – per
usare le parole di Simone de Beauvoir – è stato affrontato da Dolores Hayden nel 1980 in What
Would a Non sexist City Be Like? Da urbanista, Hayden, riconduce la questione del sessismo insito
nell’organizzazione urbana ai suoi aspetti spaziali, riconoscendo tuttavia che il problema è politico,
nel senso più pieno del termine. Il saggio, che ha evidenziato la necessità di considerare lo spazio
costruito non più secondo categorie rigide, contiene una serie di soluzioni progettuali in grado di
superare la separazione tra abitazioni e luoghi di lavoro. L’intento è di scardinare le basi dello
sviluppo urbano contemporaneo al di là di un diverso progetto spaziale: sono le basi sociali ed
economiche, che affidano alle donne il lavoro domestico non retribuito, a dover essere radicalmente
trasformate.
La questione da porre al centro della progettazione delle città, resta quindi la stessa contenuta nel
libro di Jane Jacobs. Qui, l’autrice, attraverso la sua esperienza di donna che vive, osserva, si misura
con lo spazio urbano, ha saputo mettere in crisi i dogmi dell’urbanistica novecentesca e i suoi effetti
sulla città contemporanea, individuando la necessità di scardinare le categorie funzionalmente rigide
attraverso una serie di soluzioni progettuali in grado di superare la separazione tra abitazioni,
luoghi di lavoro, servizi e spazio pubblico, dentro le quali le donne hanno finito per essere
categorizzate secondo codici dettati da una visione dominante e maschile. La città contemporanea,
in altre parole, può essere frutto di un diverso progetto spaziale, a patto che il suo ordinamento
sociale sia radicalmente trasformato.
“In Genere”   21/04/2015

5) Recensione – Willa Cather – “Uno dei nostri”
Traduzione di Anna Maria Paci Elliot, 2014 € 18,50
Gli Wheeler erano una delle più grandi e antiche famiglie di propritari terrieri del Nebraska. Le loro
terre occupavano un’intera vallata. Dalla loro fattoria, posta sulla cima della collina, si potevano
vedere il bosco, i grandi appezzamenti coltivati a cereali e quelli lasciati a pascolo.
Mentre il maggiore dei fratelli Wheleer, Bayliss, aveva trovato la sua strada nel commercio, e il
minore, Ralph era attratto dai macchinari, Claude, tanto vitale quanto sensibile, cercava un senso al
suo essere nel mondo, convinto che ci fosse qualcosa di meraviglioso che lui non riusciva a trovare.
Per un breve momento, mentre frequentava un corso sulla storia europea alla State University,
Claude pensa di aver trovato gli stimoli che cerca, e intravede nuovi possibili orizzonti. Ma il padre,
convinto invece che il futuro del ragazzo sia nell’agricoltura, gli affida la responsabilità di tutta la
tenuta.
Siamo nel 1917, e quando gli Stati Uniti entrano in guerra, Claude, che la immagina come una
possibilità di riscatto e un’occasione per nuove conoscenze, si arruola volontario.
Claude rimase da solo per mezz’ora e più, assaporando un nuovo genere di felicità, un nuovo
genere di tristezza. Rovina e rinascita: il brivido delle cose brutte del passato, l’immagine
tremolante delle cose belle all’orizzonte. Trovare e perdere: questa era la vita, aveva capito.
Ma è troppo tardi: insieme al suo migliore amico rimarrà in Francia, vittima di quella carneficina
che fu la Grande Guerra.
Una scrittura scorrevole, una descrizione dettagliata e raffinata di luoghi e personaggi ci
accompagnano lungo questa storia di formazione e ci portano nelle grandi praterie del Nebraska,
incantandoci.
Willa Cather (Back Creek Valley,Virginia, 1873 – Manhattan, 1947) visse i suoi anni giovanili in
Nebraska nel periodo in cui quel territorio vedeva la colonizzazione da parte di immigrati
provenienti dall’Europa; nel 1893 si trasferì a Pittsburgh per collaborare alla rivista Home Monthly.
Oltre a molti articoli, scrisse raccolte di racconti e romanzi; tra le opere tradotte in italiano, Pionieri
(1913), La mia Antonia (1918), Una signora perduta (1923), La casa del professore (1925), Il mio
mortale nemico (1926), La morte viene per l’arcivescovo (1927), La nipote di Flaubert (1930).
Con Uno dei nostri nel 1923 vinse il Premio Pulitzer per la narrativa.
Reperibile presso la LIBRERIA DELLE RAGAZZE via Pergolesi 3/A Grosseto