Sommario

1) Michela Marzano – Fra la vergogna e l’orgoglio di quel vuoto da colmare

2) Silvia Baratella – La controversa libertà di prostituirsi

3) Lea Melandri – Il genere della violenza, gli orrori hanno un sesso

4) Recensione – Anita Desai “Chiara luce del giorno”

 

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1) Michela Marzano – Fra la vergogna e l’orgoglio di quel vuoto da colmare

Avere o non avere figli è uno dei tanti elementi della vita. Una di quelle cose che contribuiscono a

fare di ognuno di noi quello che è.

Ma perché sempre assieme, perché corpo e madre?” chiede la protagonista di Pelle di marmo, uno

dei romanzi più belli della scrittrice croata Slavenka Draculic. Riassumendo così quello che, per

secoli, è stato considerato il cardine della femminilità: diventare madre. Senza figli, una donna era

necessariamente incompleta, insoddisfatta, imperfetta. Al punto che, non averne, era più che un

semplice tabù; era una vera e propria maledizione. Da allora, di strada ne è stata fatta molta. Le

donne hanno cominciato a rivendicare la possibilità di scegliere se, e quando, diventare madri.

Hanno capito di avere il diritto di rifiutare il ruolo procreativo. Hanno scoperto di poter essere

altro”. Fino a trasformare la vergogna in orgoglio: fiere di non avere figli, molte di loro parlano

oggi di libertà ritrovata, di autonomia raggiunta, di coraggio. Ma è per forza necessario schierarsi da

una parte o dall’altra di una dicotomia che, forse, non ha più ragion d’essere? Perché passare dalla

vergogna all’orgoglio?

C’è chi, ancora oggi, pensa che una vita senza figli non abbia senso. È convinto che sia giusto

lasciare dietro di sé una traccia e avere almeno un motivo serio per cui alzarsi la mattina e coricarsi

la sera. E allora organizza la propria esistenza in modo da conciliare vita lavorativa e vita affettiva,

oppure decide di sacrificare la carriera ai figli. E dopo un po’ tutto gira intorno ai bambini da

accudire, all’avvenire da costruire, ai valori da trasmettere. Ma c’è anche chi la pensa in maniera

diametralmente opposta. Chi si vuole dedicare interamente alla carriera e al successo personale. Chi

immagina che i figli siano solo un peso o una responsabilità troppo grande. Chi rinuncia oppure non

ci pensa mai. E quando qualcuno gli chiede perché non ha avuto figli, risponde che è stata una

scelta e che nessuno dovrebbe permettersi di giudicarlo. E allora si passa dalla vergogna

all’orgoglio, anche se forse, con l’avere figli, non c’entrano né la vergogna né l’orgoglio. E come

tante altre cose che nell’esistenza si immagina di poter controllare e di poter decidere, anche

diventare o meno genitori è qualcosa che accade, oppure no. Ci sono gli incontri che si fanno e le

persone che si amano. Le opportunità. Il caso. E poi c’è il passato che ognuno di noi si porta dentro,

l’infanzia che si è vissuta e le cose che si vogliono o meno riparare. Riprendere il filo interrotto di

una narrazione affinché la fine della storia sia diversa. Oppure rompere con l’infanzia e evitare che

la storia si ripeta.

Avere o non avere figli è uno dei tanti elementi della vita. Una di quelle cose che contribuiscono a

fare di ognuno di noi quello che è. Né migliore né peggiore, in fondo. Esattamente come il lavoro

che si sceglie o che si subisce. O le persone che si amano, che talvolta sono esattamente come

pensavamo che dovessero essere, ma che tante volte sono del tutto diverse. Ebbene, per i figli vale

lo stesso. Talvolta sono un modo per coronare un sogno, e allora ci si dichiara orgogliosi di averli e

si appiccica addosso a chi non ne ha l’etichetta di “infelice”. Talvolta si vorrebbe averli e non

arrivano, e allora si fa di tutto per riorganizzare la propria esistenza in modo da colmare

differentemente quel vuoto, riuscendo nonostante tutto a essere felici. Talvolta arrivano senza averli

voluti, e poi si scopre che sono la cosa più bella che ci sia mai capitata. Talvolta proprio non li si

vuole e si è orgogliosi di definirsi childfree. Niente è semplice come sembra. Ognuno si aggiusta

come può con i fatti della propria esistenza. E, in fondo, va bene così. Basta imparare a fare i conti

con quello che si ha e con quello che non si ha. Tanto nessuno ha mai tutto. E c’è sempre “qualcosa

di assente che ci perseguita”, come scriveva Camille Claudel in una lettera al fratello, dandoci in

poche parole una delle definizioni più belle della condizione umana. Senza bisogno di evocare la

vergogna o l’orgoglio. Anche quando si tratta dei figli. Che li si sia avuti oppure no.

La Repubblica 11-Apr-2015

 

2) Silvia Baratella – La controversa libertà di prostituirsi

Leggendo Sesso al lavoro – da prostitute a sex workers della Tatafiore (1994), in cui è riportato

anche il pensiero di Carla Corso e Pia Covre, e leggendo alcune prostitute blogger, si trovano voci

di donne che rivendicano la loro scelta. Condivido molte cose che dicono, apprezzo la capacità che

hanno di svelare la miseria simbolica degli uomini e il moralismo arrogante di chi le compatisce e

pretende di “salvarle”. Anche i casi Ruby e D’Addario ci mostrano donne con un loro progetto di

vita e determinate a realizzarlo. Non si sentono costrette a prostituirsi, l’hanno scelto.Leggendo sul

web la prostituta inglese Spin, scopro che rifiuta la definizione di sex work, “lavoro sessuale”,

perché a suo avviso mira ad ammantare la prostituzione di una dignità che non ha per assolvere

protettori e clienti che la sfruttano. Racconta che non è un lavoro “come un altro”, infatti lo si fa di

nascosto, che non è una libera scelta e farla passare per tale non vuol dire rispettare le prostitute, ma

perpetuare lo sfruttamento sessuale delle donne. In effetti… se non è “sfruttamento” ma “libera

scelta”, la società non ha motivo di biasimare gli sfruttatori e i clienti, ma può mantenere il suo

disprezzo storico per le prostitute.Leggo le interviste all’ex-prostituta francese Rosen Hicher. Dice

che la prostituzione, anche “scelta” come nel suo caso, è una violenza costante e che la colpa di

tutto è dei clienti: è la domanda degli uomini a creare la prostituzione. Anch’io ritengo i clienti, i

prostitutori” come alcune iniziano a chiamarli, i veri responsabili dell’esistenza della prostituzione,

persino più dei protettori. Rosen Hicher chiede una legge che punisca i clienti e che aiuti le

prostitute a uscire dalla loro condizione: lei avrebbe voluto essere “salvata”. Pur pensando con

Tatafiore che punirli per legge non servirebbe, vedere i clienti in galera farebbe piacere anche a me.

Come posso essere d’accordo sia con quelle che rivendicano la libertà di scegliere di prostituirsi, sia

con quelle che dicono non è una libertà? Con quelle che non vogliono e che vogliono essere

salvate”?Non voglio “schierarmi”, voglio capire. Dovrò trovare il mio filo conduttore tra le loro

parole. Per riuscirci provo a partire dal mio desiderio senza annullarlo nell’accoglienza del loro.

Ebbene, io desidero un mondo in cui nessuna donna abbia un rapporto sessuale che non sia per il

proprio piacere. Dunque un mondo senza prostituzione. Desidero anche un mondo in cui il lavoro

non sia sfruttato, ma la realtà è quella che è. La scelta di prostituirsi si fa perché l’alternativa è

disoccupazione o lavori duri, usuranti, malpagati e precari, o – più raramente – perché si vuole

guadagnare molto e questa società offre alle donne poche strade per farlo. È una scelta rischiosa,

pagata da chi la fa. Anche l’alternativa, il lavoro supersfruttato, ha i suoi prezzi e i suoi rischi,

spesso in termini di salute.

Allora rispetto entrambe le scelte, senza moralismi. Ma ha ragione Spin quando dice: «chiamiamola

col suo nome: è prostituzione». Non chiamiamola, come hanno fatto alcune da Ilona Staller in poi,

libertà sessuale”. Al massimo è una “libertà commerciale”. Non esaltiamo la prostituzione come

antidoto alla sessuofobia e la sua regolamentazione come atto di modernità e civiltà: dietro la

pretesa maschile di soddisfazione sessuale a spese del desiderio femminile c’è la negazione delle

donne come soggetti, e questo non è “regolamentabile”.

C’è bisogno invece di gesti politici che affermino l’irriducibilità delle donne come soggetto di

desiderio, e forse è questo il filo conduttore che cercavo: le diverse verità di Spin o di Corso e

Covre sono giudizi femminili sugli uomini, espressioni di quella soggettività femminile che con la

prostituzione si tenta di cancellare. Per questo le riconosco entrambe.

(www.libreriadelledonne.it,14 aprile 2015)

 

3) Lea Melandri – Il genere della violenza, gli orrori hanno un sesso

È vero che non tutti gli uomini uccidono, che la cultura maschile da secoli non ha seminato solo

morte, ma dato vita anche a opere sublimi di civiltà; è vero che l’amore, la solidarietà, il pacifismo

non le sono estranei. Forse è per questo che esitiamo a nominare alcune verità.

La prima è che la violenza, dalle guerre tra Stati alle guerre civili dovute al fanatismo o a problemi

sociali, alla persecuzione delle minoranze, è stata praticata dal sesso maschile, sia pure con l’aiuto

e la complicità delle donne.

La seconda considerazione è che l’amore e l’odio, considerate pulsioni contrapposte, non si danno

mai isolatamente, vincolate come sono l’una all’altra.

Ad Albert Einstein, che in una lettera del settembre 1932 gli chiedeva «metodi educativi», «modi di

azione» per frenare la «fatalità della guerra», Freud rispondeva: «…la pulsione di autoconserva-

zione è certamente erotica, ma ciò non toglie che debba ricorrere all’aggressività per compiere

quanto si ripromette. Allo stesso modo la pulsione amorosa, rivolta ad oggetti, necessita di un quid

della pulsione di appropriazione, se veramente vuole impadronirsi del suo oggetto. La difficoltà di

isolare le due specie di pulsioni nelle loro manifestazioni ci ha impedito per tanto tempo di ricono-

scerle». (Freud, “Il disagio della civiltà e altri saggi”, Bollati Boringhieri 1987, p. 93).

Come è possibile che ancora oggi, dopo tanto parlare di patriarcato e di maschilismo, non si riesca

a scalfire la maschera di neutralità che impedisce di riconoscere ai responsabili di tanti orrori

l’appartenenza a un sesso? Che cosa impedisce agli uomini sinceramente convinti di dover operare

per la pace nel mondo di interrogarsi sulla matrice “virile” della violenza? Perché, a loro volta, le

donne sono così poco inclini a chiedersi quando e come un figlio, un marito, un amante passano

dalla tenerezza alla violenza?

Può darsi che il rapporto di potere tra i sessi e le inevitabili complicità che ne hanno permesso una

così lunga durata non siano, come sono portata a pensare, il maggiore ostacolo materiale e psicolo-

gico a una convivenza più umana, più giusta e solidale. Ma finché non vengono portati alla

coscienza e fatti oggetto della riflessione che meritano, non sapremo mai se dobbiamo rassegnarci

a una “naturale” violenza maschile, o sperare nella possibilità di un cambiamento che non riguarde-

rebbe solo il sessismo, ma tutte le forme di distruzione e di morte che gli uomini hanno agìto contro

i loro simili.

A questo punto arriva puntuale la domanda: «Allora le donne che uccidono cosa sono?». Che anche

le donne abbiano pulsioni aggressive mi pare fuori di dubbio. Aggiungo anche che, se avessero

avuto fin dall’inizio della storia umana la forza fisica, il possesso delle armi e tutto il potere che si

è arrogato l’uomo, non è da escludere che avrebbero potuto farne un uso altrettanto selvaggio. Non

ho mai pensato che l’esperienza della gravidanza e del parto potessero agire in modo deterministico

su quelle che artificiosamente sono state considerate le “naturali” doti femminili di oblatività, dol-

cezza, altruismo. Gli infanticidi, la violenza sui bambini non sono purtroppo estranei alla maternità.

Sta di fatto che non è andata così e, che piaccia o meno, le guerre, le devastazioni, gli stupri privati

e pubblici, gli stermini di interi popoli li ha fatti il sesso maschile. Dagli uomini che non si ricono-

scono in questa brutalità dei loro simili ci si aspetterebbe quanto meno che si ponessero il

problema,ognuno a partire dalla propria esperienza , e che cominciassero a riflettere sulla cultura

che loro –nostro– malgrado abbiamo ereditato.

Ma già il fatto che sorga così immediata un’obiezione che non trova fondamento in realtà lontane

dal poter essere confrontate, è la prova che la denegazione è ancora il sentimento più diffuso al

riguardo. Come spiegare altrimenti che in tanti incontri, convegni, dibattiti sulla violenza contro le

donne, così come quando si parla di un’educazione a un rapporto diverso tra i sessi, gli uomini sono

pressoché assenti, quasi fosse solo una “questione femminile”? Sono sempre state le vittime a testi-

moniare la violenza, questo è vero, ma qui stiamo parlando di un male che, nelle sue forme meno

visibili e per questo più insidiose, si annida –come scrive Pierre Bourdieu nel suo libro “Il dominio

maschile” (Feltrinelli 1998) – nelle istituzioni, nei poteri, nei saperi della vita pubblica e

«nell’oscurità dei corpi», cioè nel sentire, ragionare e agire di ogni individuo, maschio o femmina.

Da dove cominciare a snidarlo? Ma, soprattutto, come fermare l’attenzione su un dominio così

esteso e al medesimo tempo così sfuggente, che passa attraverso le più tenere cure dell’infanzia, le

prime esperienze scolastiche, l’aria stessa che si respira negli interni delle case e per le vie della

città, e che, ciò nonostante, si continua a considerarlo “privato”?

Eppure le tracce o gli antefatti di tanti orrori che sono passati e passano nella storia del mondo non

sarebbero difficili da rintracciare. In un testo pedagogico che ha goduto di grande rinomanza fino

a tempi non lontani — Erik H.Erikson, “Infanzia e società” (Armando Editore, Roma 1966)- gli

attributi che differenzierebbero il comportamento femminile da quello maschile, la «staticità» e la

«mobilità», sono definiti come «reminiscenze», «modi strettamente paralleli alla morfologia degli

organi genitali». Il «fare sociale», che è dell’uomo — dice Erikson– , comporta «l’attacco, il piacere

della competizione, l’esigenza della riuscita, la gioia della conquista», mentre quello della donna

appare legato esclusivamente alla seduzione, al «desiderio di essere bella e di piacere», e alla «capa-

cità di assecondare il ruolo procreativo del maschio», capacità che fa della donna una «compagna

comprensiva e una madre sicura di sé».

Se «le virtù apparentemente naturali del maschio (forza, coraggio, sicurezza, onore, senso del

comando e della superiorità)» –come si legge in un interessante saggio di Sandro Bellassai ,

L’invenzione della virilità”, Carocci 2011– vengono amplificate fino a produrre forme di virilismo

guerriero in determinati momenti storici, ed esasperate fino alla follia omicida, quando appaiono

minacciate da una imprevista libertà delle donne, si può pensare che la ‘preistoria’ famigliare

e sociale attraverso cui passa il bambino per diventare adulto non lasci il suo segno?

Portare allo scoperto tutto ciò che trattiene la memoria del corpo di quelle prime esperienze – confi-

gurazioni immaginarie, fantasie, schemi cognitivi, habitus mentali– presenti sia nella formazione

del singolo che dei popoli, ci aiuterebbe a capire da dove nascono e come si trasmettono fenomeni

duraturi come il sessismo, il razzismo, i nazionalismi, le guerre.

Il Manifesto” 9.4.2015

4) RecensioneAnita Desai – “Chiara luce del giorno”

Einaudi 2005 € 11,00

Prima di recarsi al matrimonio della figlia di suo fratello Raja che abita in

Pakistan, Tara, dopo anni di lontananza, passa a trovare la sorella Bim e

l’altro loro fratello, Baba, che abitano ancora nella vecchia casa di

famiglia nel cuore della vecchia Delhi.

Quel breve soggiorno sarà l’occasione, per le due sorelle, di fare i conti

con il passato. Tornano alla memoria i giochi, i colori e i profumi

dell’infanzia. Ma si rifanno vive, da un luogo in cui entrambe le avevano

sepolte, anche le sofferenze: la malattia della madre e l’assenza del

padre, l’affetto per zia Mira e la sua morte, la nascita di Baba, cresciuto

nel fisico ma rimasto piccolo nella mente.

E con i ricordi, riaffiorano i rancori di chi è rimasto e di chi è partito.

Sullo sfondo la storia dell’India prima e dopo l’Indipendenza, le divisioni, i

cambiamenti radicali e le tradizioni millenarie. Al centro di tutto la casa

ormai decrepita, il vialetto delle rose, la chiara luce del giorno e il fresco

delle notti illuminate dalla luna.

Da troppo amore per la vita,

Da speranza e paura affrancati,

Rendiamo una grazia breve

Agli dei, quali che siano,

Che nessuna vita è per sempre

Che i morti non risorgono

Che anche il fiume più asciutto

S’insinua in qualche dove, salvo, fino al mare.

Anita Desai è nata a Mussoorie, in India, nel 1937 da madre tedesca e

padre bengalese. Ha studiato a Delhi, vive tra l’India e gli Stati Uniti ed è

considerata la più importante scrittrice indiana. Chiara luce del giorno,

scritto alla fine degli anni Settanta, è considerato dalla critica una delle

sue migliori prove. In Italia sono stati pubblicati: Notte e nebbia a

Bombay, Digiunare, divorare, In custodia, Il villaggio sul mare, Polvere di

diamante ed altri racconti, Viaggio a Itaca, L’artista della sparizione.

 

Reperibile presso la Libreria delle ragazze via Pergolesi Grosseto