SOMMARIO

 

1) Maria Pia Fontana – Donne, tra vizi we “virtù”

2) Silvia Acierno – Elsa Morante, dentro e fuori il femminismo
3) Giancarla Codrignani – Qualcuno informi la CEI………
4) Nadia Somma – F.Barakat, la sua morte
5) Recensione – Ursula Hegi – “Come pietre nel fiume”

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1) Maria Pia Fontana – Donne, tra vizi e “virtù”successi e tabù

Non è semplice parlare di virtù delle donne, se vogliamo evitare i luoghi comuni e le banalizzazioni.

Già la parola virtù sembrerebbe avere poco a che fare con il genere femminile, in quanto la sua

radice etimologica (da vir, viri) la riconduce all’uomo, come se le qualità che rendono una persona

virtuosa siano più facilmente accessibili al genere maschile che non a quello femminile.

Se comunque vogliamo identificare le qualità della “donna virtuosa” saremo influenzati dallo

stereotipo che ancora condiziona il nostro immaginario di una donna modesta, riservata, pudica e

tesa all’abnegazione nel lavoro di cura familiare.

C’è da chiedersi di quale considerazione godono oggi i virtuosismi femminili nel campo simbolico

della politica e dell’impegno civile, a fronte di una persistente tendenza a ricondurre in via

privilegiata le qualità morali ed etiche della donna all’ambito degli affetti primari. Tuttavia, la virtù,

in quanto tale, non dovrebbe incontrare delimitazioni di campo d’azione. Il coraggio e la giustizia,

ad esempio, tradizionali virtù politiche o civili, per le quali è peraltro facile trovare figure femminili

esemplari che nel corso della storia si sono distinte anche in azioni militari o di governo, sono

qualità nobili ed essenziali anche nella sfera delle relazioni private e familiari, non solo nella sfera

pubblica.

Inoltre, l’analisi delle virtù non può prescindere da quella dei vizi, giacché se consideriamo la virtù

come la capacità di conoscere i propri desideri (e talenti) e di modularli in vista del bene (1) e

condividiamo l’idea di Nietzsche che la grandezza non significa altro che dare una direzione alle

forze che ci agitano dentro,allora possiamo concludere che la base delle virtù è la medesima dei

vizi, cioè la carica passionale. La differenza tra vizi e virtù, quindi, consisterebbe quindi nella

misura e nella nostra capacità di indirizzare i moti del cuore verso scopi edificanti per noi e per la

vita comune. Est modus in rebus, avrebbe detto Orazio. A tal riguardo già Aristotele aveva

identificato la virtù con la ricerca e con la pratica del giusto mezzo, il coraggio quindi non sarebbe

altro che la mediazione tra la viltà e la temerarietà, così come la mitezza sarebbe il giusto mezzo tra

la mancanza di irascibilità e la collericità.

Posto che la perdita di questa posizione mediana, di ardua identificazione, fa scivolare la virtù in

vizio, viene da chiedersi se esistono virtù e conseguentemente vizi tipicamente femminili o

tipicamente maschili oppure se virtù e vizi prescindono dal genere. Secondo Platone, che pure

risentiva della cultura fortemente maschilista del suo tempo, le differenze tra i sessi valgono solo a

livello procreativo, mentre a livello morale e spirituale la donna, se è educata al pari dell’uomo,

potrà essere come lui. Al contrario, Aristotele, rigetta l’idea che le virtù di una donna possono essere

identiche a quelle di un uomo, in quanto ad un corpo diverso corrisponde una mente diversa, in un

sinolo di materia (corpo) e di forma (anima) (2) . Questa visione serviva a confermare la naturale

superiorità maschile rispetto alla donna, in quanto “il primo comanda e l’altra ubbidisce, nell’uno

v’è il coraggio della deliberazione, nell’altra quello della subordinazione”.

Oggi che gli studi in campo neurofisiologico ci hanno mostrato come l’evoluzione della specie

umana e i condizionamenti ambientali e culturali abbiano concorso nel determinare lievi differenze

nella morfologia cerebrale tra donna e l’uomo, che esercitano qualche effetto nella modalità di

selezionare e di rielaborare i dati informativi, si pone il problema di identificare una specificità di

attitudini cognitive ed emotive che tuttavia non ricada nelle trappole del modello della

complementarietà tra i generi, posto alla base delle diadi pubblico/privato, razionalità/emotività,

logica/corporeità, cielo/terra che identificano il primo polo con l’universo simbolico maschile e il

secondo con quello femminile. In questo senso occorrerebbe superare sia gli schematismi posti alla

base del modello identitario, che annulla le differenze omologando le specificità, e sia le rigidità e i

rischi connessi al modello della differenza/complementarietà. Infatti, si ritiene che ciascun polo

della relazione sia portatore di tutta la gamma delle potenzialità delle doti umane affettive ecognitive,

sebbene declinate con delle specificità riconducibili più all’unicità della sua individualità

e alle influenze culturali, che alle differenze biologiche proprie dei sessi, senza che tuttavia ciò

voglia dire annullare o misconoscere tali differenze o i loro riverberi psicologici.

L’“intuito femminile”, ad esempio, troverebbe il suo corrispettivo fisiologico nella maggiore

capacità delle donne di collegamento tra emisfero destro e sinistro del cervello, ossia tra la sede del

ragionamento logico-analitico e quella che governa i processi creativi. E’ facile dedurre come da

tale caratteristica possa discendere una tendenziale attitudine della donna ad un accesso facilitato al

mondo emozionale e una maggiore capacità di dialogo tra pensiero, parola, emozione ed azione,

fatte comunque salve le specificità individuali, che concretamente possono far sì che un dato uomo

disponga di maggiori abilità di una donna determinata rispetto a tale facoltà.

Tuttavia, se una donna sa mettere a frutto questa capacità di sintesi e di dialogo, è facile che possa

pervenire a visioni o a prospettive globali su temi astratti mantenendo tuttavia un forte ancoraggio

ad aspetti a forte coloritura relazionale ed affettiva. Potrebbe riuscire così, ad esempio, a sposare

principi ideali senza perdere di vista l’uomo concreto con i suoi bisogni, le sue esigenze e i suoi

limiti. Emblematico, ad esempio, è il caso di Antigone di Sofocle, nella sua dialettica con il tiranno

Creonte, in quanto l’una incarna un modello di giustizia e di coraggio fondato sugli affetti e sulle

relazioni, e l’altro invece rappresenta il modello dell’astratta ed impersonale legalità. E il mondo

della politica, che continua ad ostacolare la donna, forse anche per la paura connessa alla sua

eccessiva aderenza al dato personale, troverebbe beneficio e rinnovamento dall’umanizzazione

femminile, che riporti ai fondamenti di fraternità e di solidarietà del nostro ordinamento, cosa ben

diversa dalle pratiche clientelari e di corruzione di cui la politica prevalentemente maschile di questi

ultimi anni ha dato numerosi esempi.

Eppure talvolta la donna usa male questa via d’accesso facilitata alle emozioni e ai sentimenti, e il

corrispettivo patologico del suo virtuosismo nell’accogliere, dare nutrimento affettivo, sostenere,

accompagnare, condividere, ascoltare, promuovere, in assenza di un’adeguata valorizzazione della

sua specificità dialogica tra ragione e sentimento, può diventare l’abilità nel circuire, soggiogare,

sedurre, manipolare, istigare, irretire e creare dipendenza. Non è un caso, ad esempio, che in quelle

circostanze in cui assistiamo a delle forme di prevaricazione, dal bullismo, al nonnismo o alle varie

manifestazioni di mobbing o stalking, la donna si distingua per l’esercizio di forme di aggressione o

di violenza più raffinate e subdole rispetto all’uomo. Infatti, non entrano in gioco di norma attacchi

di tipo fisico o diretto, in quanto essi generalmente riguardano l’esercizio di un ascendente emotivo

o relazionale per manovrare o per squalificare l’altro o l’altra in modo indiretto, psicologico o

sotterraneo. Si tratta frequentemente di forme di aggressione verbale, che di norma si esprimono nel

pettegolezzo, nella critica, nel sarcasmo o nel complotto, oppure di sofisticate strategie di ricatto

affettivo. E non è infrequente che queste manifestazioni patologiche siano anche tinte di rosa, cioè

infiocchettate” e mascherate da plateali esibizioni di affetto o da sorrisi di circostanza e da graziosi

convenevoli, in linea con ciò che suggerisce il bon ton.

Questa caratteristica si collega anche alla nota rivalità femminile che, secondo una prospettiva

psicologica, discenderebbe dalla competizione ambigua e segnata da tanti sensi di colpa e

mistificazioni, che la figlia può sperimentare nei confronti della propria madre nel contendersi le

attenzioni paterne. A questi fattori di ordine psicologico vanno comunque aggiunti anche fattori di

tipo storico in quanto la donna tradizionalmente ha vissuto una condizione di sottomissione e di

ritiro sociale, imparando a considerare disdicevole l’agonismo, prerogativa tipicamente maschile,

che conseguentemente è stato confinato nell’area del non detto, del mondo dell’ipocrisia, del

sotterfugio e dell’inconfessato. Eppure anche la competizione di per sé può essere positiva. A ben

vedere l’etimologia della parola cum-petere, ci riporta alla necessità di misurarci con gli altri e

letteralmente vuol dire domandare insieme delle cose. Peraltro, è la stessa radice della parola

competenza, per cui noi riusciamo a verificare e a valutare le nostre effettive capacità solo in

relazione ai contesti concreti e al rapporto con altre persone. E’ vero quindi che la gara verso il

virtuosismo è soprattutto con noi stessi, ma è anche vero che per raggiungere l’eccellenza non

possiamo prescindere dal confronto con gli altri e con chi è più bravo di noi, anche solamente per

misurarci con un modello ideale o con qualcuno che ci ha preceduto in una data azione o impresa.

Quindi le donne dovrebbero recuperare sia la capacità di collaborare e di essere solidali con

generosità, come quella di competere in modo franco e leale.

Secondo una prospettiva classica riconducibile a Platone, la virtù si lega al bello oltre che al bene.

Questa idea è bene espressa dalla parola greca aretè, che appartiene alla stessa famiglia di aretào,

che significa prosperare, essere fortunati, fertilità. In un contesto sociale dominato da modelli

castranti ed impoverenti di bellezza meramente estetica, dei quali la donna oggi è la prima vittima,

anche quando pensa di potersene avvantaggiare, sarebbe edificante recuperare l’idea platonica di

bellezza come splendore del vero oltre che come matura realizzazione delle proprie dotazioni

individuali. E se il “vero umano” non è altro che la consapevolezza rispetto alla propria condizione

oggettiva e soggettiva, ai movimenti femministi dobbiamo riconoscere il merito di aver smascherato

le ingiustizie e le mistificazioni della società maschilista e patriarcale riportando a verità la

condizione della donna. Una storia millenaria di sottomissione e di sacrificio è stata svelata,

guardando dentro la stanza buia delle discriminazioni che la donna ha patito e che continua

grandemente a patire, specie in alcuni paesi del mondo. Oggi tuttavia questa consapevolezza si è

accresciuta ancora e la donna riesce anche a guardare dietro il back stage di sé stessa e dei suoi

limiti e rischi, dei vizi in cui il femminile può scivolare se non è amorevolmente curato nello stesso

modo in cui si sono da sempre elargite cure agli altri. E in questa consapevolezza di sé e della sua

verità profonda, del genio femminile, come dei vizi di genere, ogni donna può rifondare le ragioni di

una bellezza nuova e piena.

(1) Natoli S., L’edificazione di Sé, Istruzioni sulla vita interiore, Editori Laterza, Roma, 2010

(2) Benedetta Selene Zorzi, Al di là del genio femminile. Donne e genere nella storia della teologia

cristiana, ed. Carocci, 2014

Libera università delle donne” 27 marzo 2015

 

2) Silvia Acierno – Elsa Morante dentro e fuori il femminismo

Simone de Beauvoir sentì parlare di Elsa da Moravia a Capri negli anni ’50. Lui la lodò. Beauvoir

voleva incontrarla, ma Moravia rimase evasivo. Fece una boutade, dicendo che Elsa frequentava

solo omosessuali. L’incontro tra le due scrittrici avvenne alcuni anni dopo. Non saltarono scintille

come temeva Moravia. A quell’incontro Elsa allude in una lettera a Beauvoir del 1963.

Quell’incontro era stato per lei un «grand événement» (L’Herne Beauvoir, Parigi, 2012). Eppure

nella stessa lettera si indovina una distanza tra le due scrittrici. Elsa dice di attraversare un periodo

difficile. Di Beauvoir ammira invece «le naturel» con cui si relazionava agli altri e al mondo. Elsa

nell’oscurità. Beauvoir nella luce.

La complessità della posizione della donna nell’opera di Elsa Morante va oltre il discorso

femminista moderno inaugurato da de Beauvoir, anticipando il dibattito femminista postmoderno e i

suoi temi. Nei suoi romanzi Elsa non sceglie come eroina la donna emancipata, quella donna che lei

stessa fu molto presto. Il nodo della questione femminile lo vede nella donna debole, imprigionata

tra l’affermazione e la negazione della maternità, in questo corpo di donna che lei stessa portava

dentro, che lei stessa era. Reliquia chiara e allo stesso tempo oscura che sua madre le aveva

consegnato. Corpo che genera e che non può generare, corpo che si apre e si chiude, corpo unico e

multiplo nelle sue cicatrici e nelle sue sensazioni. Corpo fuori del quale sempre ci proiettiamo e in

cui sempre ritorniamo.

Una parte del discorso femminista postmoderno esplora l’identità femminile, cosa vuol dire essere

donna. Se, come aveva intuito Simone de Beauvoir, la donna è un artefatto culturale, allora cosa c’è

sotto questa maschera?

Julia Kristeva scrive che per ritrovare questa identità bisogna tornare ad un epoca anteriore a

qualsiasi dicotomia. Bisogna ritornare al corpo della madre. Luce Irigaray invece crede nella

molteplicità del sesso femminile. Con Hélène Cixous, questa libídine eterogenea diventa «cosmica»

e la molteplicità delle zone erogene si deforma in una «erogenità dell’eterogeneo», un incosciente

comune dal quale sorgono forme, suoni, desideri e bellezza. Wittig vede nei corpi degli artefatti

politici modellati con violenza attraverso il linguaggio. Solo con il recupero di un linguaggio

universale e originario la donna potrà esistere come soggetto.

Cos’è allora la donna? Una costruzione dell’uomo? Un sesso che non esiste? L’unico sesso che

esiste? Oppure una categoria da distruggere?

Judith Butler spinge questo discorso ancora oltre. La donna è un prodotto della cultura eterosessuale

che in un circolo vizioso genera identità fittizie nel momento stesso in cui le proibisce. Non

esisterebbe un momento anteriore (anteriore alla Legge del Padre). Tutto si svolge all’interno di

questo circolo. Qualsiasi strategia di emancipazione sarebbe solo una concretizzazione ulteriore

della legge del Padre. Dietro non c’è niente.

L’affanno postmoderno di stravolgere tutto ha il merito di vedere nei generi solo delle nozioni

artificiali e aperte. Però in qualche modo, al di là della critica di qualsiasi ontologia e metafisica, la

teoria postfemminista sembra a volte persa nei meandri di una ricerca di cui nega l’esistenza,

nascosta in un discorso troppo complesso e alla lunga sterile. Che fare allora? Come costruire

questa differenza?

Azzerare tutto, come vorrebbe Nancy Huston, tornare al punto di partenza e riconoscere che siamo

diversi. Che lo siamo prima ancora che la cultura ci faccia diversi.

Oppure tornare indietro, al ventre materno, a un linguaggio arcaico, poetico, recuperando la

jouissance per sempre perduta. Cixous ci esorta: scrivi, scrivi! Scrivere in un linguaggio che si

scioglie in mille lingue, capace di uscire dagli schemi della psicoanalisi, di “volare”, di “entrare” in

me, in te, nell’altro che è in me, nell’altro che è in te, senza fine. O ancora chiudersi in una strategia

di trasgressione, di disintegrazione.Resta la dispersione della rinuncia a qualsiasi utopia di una preistoria

dove si nasconderebbe il nostro essere autentico e al sogno di un nuovo ordine futuro:

la reificazione della maternità o qualsiasi altra strategia finirebbero solo per sostituire alla Legge

del Padre un altro principio univoco e chiuso. E allora? Possiamo solo essere sublimazione o psicosi?

L’opera di Elsa si nutre di queste domande. Nei suoi romanzi l’esaltazione della maternità si

accompagna a una denuncia profonda dei meccanismi attraverso i quali la cultura dominante

modella il desiderio di maternità. La madre è una figura ambigua che ama e castra. La maternità

permette alla donna di avvicinarsi ad una memoria istintiva (le donne del ghetto nella Storia), la

espone ad una specie di rivelazione (Ida si reca nel ghetto in uno stato di trance), e la rende molto

più critica dell’Ordine Simbolico. Ma in questa implacabile genealogia femminile in cui la figlia si

confonde con la madre, con la madre di sua madre, con le donne della sua famiglia, con la stirpe

intera, che rinasce nel suo corpo e di cui condivide il destino, l’identità femminile si perde in un

processo incerto”.

Nel romanzo Aracoeli, Elsa esplora la possibilità del viaggio verso un passato di jouissance

attraverso la narrazione e si interroga sulla “realtà” di questo passato che solo riesce ad entrare nella

narrazione di Manuele come una specie di fêlure. Ma, forse, la terra arida di El Almendral vuole

comunicare l’impossibilità di ritrovare questo “punto di partenza”. E il gioco continuo tra memoria,

ricordi apocrifi e narrazione, che caratterizza tutta l’opera della scrittrice, pure si muove tra la

possibilità e l’impossibilità (linguistica) di recuperare questo mondo che precede ogni separazione.

Nelle intenzioni di Elsa, Aracoeli, senza saperlo, attraverso la propria degradazione, doveva

ribellarsi ai crimini collettivi. Eppure nelle pagine del romanzo si sente anche una certa

ambivalenza rispetto a questa Rivolta. Manuele non sa bene cosa voglia Aracoeli, la ama e la

maledice. Assieme a Manuele anche Elsa sembra interrogarsi sulla possibilità di questa ribellione.

Secondo Judith Butler, lo scenario della ribellione non potrebbe mai collocarsi “fuori”. Si trova

sempre dentro, costruito per poi essere emarginato ed escluso dalla cultura dominante per i propri

fini e la propria economia.

Nell’opera di Elsa c’è anche una riflessione sul corpo (non solo femminile) e sulle dinamiche tra il

corpo come simbolo culturale (corpo che limita e che reprime) e il corpo fatto di desideri,

immaginazione e piaceri che l’altro copro distribuisce, legittima e censura. È il corpo omosessuale e

disorientato” di Manuele, narratore di Aracoeli con cui Elsa si identifica, corpo che si confonde

incestuosamente con il corpo di sua madre Aracoeli, corpo che è fatto anche di “altri organi”

nascosti e “senza limiti” che gli permettono di ascoltare la voce della madre e sentire il suo alito.

Ma è anche il corpo di Aracoeli, luogo di amore, oppressione e contestazione. Corpo che subisce

una tragica metamorfosi. È il corpo di Arturo (protagonista del secondo romanzo), attraverso il

quale Morante cerca di recuperare un’infanzia mitica, il limbo dopo il quale non c’è paradiso e che

anticipa l’infanzia di Useppe de La storia.

Ed è anche il corpo di Ida, la madre di Useppe, corpo di vedova violato da un giovane soldato

tedesco che potrebbe essere suo figlio, corpo che nasconde la propria maternità e la propria

femminilità, corpo giovane ma già vecchio e deforme. E nel corpo di Ida, maestra ebrea, si cela il

corpo di un’altra maestra ebrea, la madre di Elsa che, scoperta l’impotenza di suo marito non volle

rinunciare al sogno della maternità e scelse l’adulterio per poter avere i suoi figli. Però allo stesso

tempo corpo vergine la cui sessualità Elsa negò sempre dichiarando che sua madre fu la più “casta”

di tutte le donne. E in questo caleidoscopio di corpi, finalmente c’è anche il corpo della scrittrice su

cui la storia della madre si è impressa come un messaggio cifrato, nel quale Elsa cerca di trovare la

sua identità.

(www.libreriadelledonne.it, 20 marzo 2015)

 

3) Giancarla Codrignani “Qualcuno informi la Cei che perfino alla Banca Mondiale

esiste un Gender Action Plan in cui la Gender Equality viene definita ‘smart Economics’…”

Per piacere, qualcuno dovrebbe informare Papa Francesco e la Segreteria della Cei che perfino alla

Banca Mondiale esiste un Gender Action Plan in cui la Gender Equality viene definita “smart

Economics”. Per non parlare dei PhD in Women’s and Gender Studies o dell’Erasmus Mundus che si

occupa degli stessi Women’s and Gender Studies in cooperazione con sette università europee – tra

le altre l’Università di Bologna – e altre nord-e sud-americane. Perfino l’Associazione italiana di

Psicologia chiede che si promuova una cultura che favorisce la relazione e la nonviolenza.

Dico questo perché, mentre dire “spuzza” crea un neologismo di buona efficacia mediatica, la

manifestazione di ostilità nei confronti del gender mostra un mancato aggiornamento su una

materia che la Chiesa può contestare solo se ne conosce la filosofia e le scuole. Perché il Gender

riguarda in primo luogo il genere femminile; potrebbe valere anche per il maschile se l’uomo si

accorgesse di essere un “genere”. Il termine ordinariamente tutti lo hanno incontrato alle elementari,

dove la morfologia della lingua ha un gran bisogno di imparare il gender perché si impara che

“maestro” fa regolarmente “maestra”, mentre “ministro” rivolto a una donna con la desinenza in -o

non è ancora errore blu.

A Napoli il 21 marzo il Papa ha accusato come “colonizzazioni del pensiero” non le discriminazioni

del femminile, ma “la teoria del gender che è uno sbaglio della mente umana e fa tanta confusione”.

Di rincalzo il card. Bagnasco ne ha approfittato per ribadire che la teoria del gender pone “la scure

alla radice stessa dell’umano per edificare un transumano… nascondendosi dietro valori veri come

parità, equità, autonomia, lotta al bullismo e alla violenza, promozione, non discriminazione”

invitando a “non farsi intimorire da nessuno”. Perché – sempre parole di Papa Francesco – “la

famiglia è sotto attacco”,

Sarà opportuno fermarsi un momento. Perché, se è vero che “il Signore ha ispirato questo Sinodo

sulla famiglia” (e, date le trasformazioni ormai antropologiche del costume, tutti sono chiamati a

riflettere sui nuovi assetti della società umana), il Signore non può volere, almeno in coerenza con i

suoi comportamenti, che la Chiesa rifiuti di redimersi dall’essere stata di un solo genere, quello

maschile.

Citando dalla fonte di informazione più comune, Wikipedia ricorda che “il sesso (sex) costituisce

un corredo genetico, un insieme di caratteri biologici, fisici e anatomici che producono un

binarismo maschio/femmina il genere (gender) rappresenta una costruzione culturale, la

rappresentazione, definizione e incentivazione di comportamenti che rivestono il corredo

biologico e danno vita allo status di uomo / donna…. Il rapporto tra sesso e genere varia a

seconda delle aree geografiche, dei periodi storici, delle culture di appartenenza. I concetti di

maschilità e femminilità sono quindi concetti dinamici che devono essere storicizzati e

contestualizzati”.

A parte che questo tipo di studi risale alla formulazione dell’antropologa Gayle Rubin nel 1975, la

diffidenza nei confronti della “cultura di genere” nella chiesa cattolica non è nuova e, per quanto le

donne cortesemente abbiano fatto conto di niente, si è associata all’altra parola inquietante (oggi

perfino obsoleta) “femminismo”. Benedetto XVI ne aveva così tanta paura che non esitò a

commissariare le suore americane della Leadership Conference of Women Religious. Nonostante

una composizione onorevole dell’annosa vertenza, a qualcuno è venuto in mente di denunciare

come “provocazione non solo alla Santa Sede” l’attribuzione del premio Oustanding Leadership

Award alla docente di teologia sistematica sr. Elizabeth Johnson, autrice del libro The Quest for the

Living God, “La ricerca del Dio vivente”, giudicato in contrasto con “l’autentica dottrina cattolica”.

Il card. Kasper ha commentato che “anche San Tommaso d’Aquino fu criticato, quindi Elizabeth

Johnson è in buona compagnia…. (perché) la Chiesa non è un’unità monolitica”. Ma non tutto è

rientrato nel buon ordine nel cattolicesimo.

I movimenti integralisti – ormai apertamente ostili al nuovo pontificato – hanno impugnato la “teoria

del gender” come cavallo di battaglia delle loro “sentinelle” perfino nelle scuole, perché mette in

discussione i valori di quella visione fondamentalista della vita che ritengono fondata sul primato

del cristiano maschio ed eterosessuale che si sposa per procreare. Se il Papa ha osato dire che “non

siamo conigli”,qualche problema si pone.

Papa Francesco va dunque messo in guardia perché la filosofia e la teologia delle donne (cristiane

comprese) sono a loro volta incompatibili con interpretazioni che riducono la loro pur esaltata

presenza nella storia del mondo alla funzione procreativa. Pertanto il Sinodo sulla famiglia dovrà

prevedere qualche aggiornamento radicale perché i duecento anni di ritardo denunciati da Carlo

Maria Martini su questa materia si sono fatti particolarmente pesanti. La Chiesa che ha mal digerito

Galileo arranca dietro aggiornamenti scientifici che portano su frontiere ancor più problematiche le

acquisizioni di Darwin e Freud. Anche le donne – da decenni – denunciano qualche perplessità sulla

previsione della riproduzione extracorporea: esistendo già la crioconservazione del materiale

riproduttivo e la formazione degli embrioni in provetta, mentre l’utero artificiale pur oggetto di

studio da almeno trent’anni è ancora un’ipotesi, forse dovremmo cercare di capirne qualcosa di più

prima di averne paura.

D’altra parte, con buona pace dei professionisti maschi, è stata la cultura delle donne a mettere in

luce l’importanza non esclusivamente biologica ma culturale della corporeità e della responsabilità

dell’essere umano in quanto portatore di sessualità. Tuttavia i sistemi moderni non hanno del tutto

dimenticato di essersi definiti nel patriarcato e ignorano che la cultura femminile non è

“complementare” (aggettivo che piace alla Chiesa ma che ammette la discriminazione, essendo

complementari sia 45 e 45, sia 1 e 89), ma “altra”: non per biologia, ma per qualità, non per sesso,

ma per storia e gender.

E’ ovvio che, di conseguenza, viene posto in discussione il concetto di “natura”; ma rifletterci non

solo fa bene all’igiene mentale (in particolare della chiesa cattolica che imponendo il celibato esce

per prima dalla naturalità), ma diventa necessario: il materialismo attuale non è quello di fare

ingegneria genetica, ma di presumere fondamenti veritativi. La natura umana è essenzialmente

cultura: siamo mammiferi, non “bestie”. E’ naturale l’uso della forza, della sopraffazione, della

guerra; ma non possiamo più accettarli come retaggio senza riscatto del peccato originale. Sono

“naturali” anche i bisogni procreativi e associativi, ma solo nella loro continua trasformazione ed

evoluzione:. Possiamo avere indulgenza sulla barbarie di chi, in nome del possesso del sepolcro di

Cristo, ha sparso così tanto sangue “infedele” che ancora dne nascono vendette; possiamo soffrire la

memoria delle esecuzioni di torture e condanne a morte come se nessuno conoscesse il Vangelo;

possiamo stupirci per il rifiuto ancora opposto a chi è uguale ma nero o gay o povero. Alla base c’è

la prima delle discriminazioni, quella contro l’altro genere umano, quella che ha reso la famiglia il

luogo in cui si commette il maggior numero di reati, che sopprime la libertà femminile, che in tante

società ne nega la dignità e il magistero.Siamo solo nel 2015 e fin qui abbiamo prodotto una storia ben miserabile della natura, avvilita e privata della propria fantasia originaria, impauriti di poter inventare il bene

con la conoscenza. Non possiamo perseverare immutati. Soprattutto come fanno tutti gli integralisti

che negano il futuro anche alle religioni, che possono morire se non si alimentano nella crescita

della comprensione del futuro.

Noi donne” 31 Marzo 2015

4) Nadia Somma – Federico Barakat, la sua morte e la sentenza ingiusta della Cassazione

Dopo la sentenza della Cassazione che ha assolto i tre imputati, tutti operatori dei servizi

sociali di San Donato Milanese, la madre di Federico Barakat ricorrerà alla Corte Europea

dei diritti umani.

Antonella Penati ricorrerà alla Corte Europea dei diritti dell’uomo perché in Italia non ha ottenuto

giustizia per la morte del figlio e nemmeno la verità. Lo ha detto durante la conferenza stampa

organizzata insieme al suo legale, Federico Sinicato e che si è svolta a Palazzo Marino, il 23 marzo

scorso. Sono intervenute anche la giornalista Luisa Betti e Maria Serenella Pignotti, pediatra e

medico legale.

Nei giorni scorsi sono state rese pubbliche le motivazioni della sentenza che ha assolto tre imputati

per la morte di Federico Barakat: Elisabetta Termini, dirigente del servizio sociale, Nadia Chiappa

assistente sociale e Stefano Panzeri, un educatore. Federico venne ucciso dal padre ad otto anni, il

25 febbraio del 2009, durante una visita protetta, nella sede dei servizi sociali di San Donato

Milanese. In quel momento era stato lasciato solo nella stanza col padre che lo colpì con diverse

coltellate e poi gli sparò. Fu una morte annunciata che si compì dopo un lungo calvario lastricato

dalla distorsione delle risposte istituzionali. Antonella si era rivolta allo Stato per chiedere

protezione per sé e il figlio perché subiva violenze e minacce dall’ex marito che faceva anche uso

di droghe ma invece di ricevere aiuto si vide sottratta la potestà genitoriale che venne esercitata dal

servizio sociale affinché vigilasse “nel tentativo di garantire un recupero ed un sereno svolgimento

del rapporto tra genitore e figlio».

Nel 2007 il dottor Parrini, CTP di Antonella Penati aveva informato il servizio sociale della

pericolosità di Jok Barakat, chiedendo una restrizione delle visite ma la sua perizia venne ignorata e

addirittura il servizio sociale in capo a due anni, nonostante le violenze non fossero cessate,

concesse un ampliamento dei tempi di visita tra padre e figlio ed aveva programmato persino una

viaggio all’Aquarium di Genova. Le Istituzioni rimossero completamente la violenza e non fecero

alcuna valutazione sulla pericolosità del padre di Federico e in una distorta logica degna di un

Processo kafkiano, Antonella si sentì accusare dai servizi sociali di essere una madre ansiosa,

iperprotettiva che ostacolava la relazione tra padre e figlio e minacciata di perdere la custodia del

figlio se avesse ostacolato le visite protette. Anche la paura di Federico fu ignorata. Tre giorni prima

di morire, il bambino sognò che il padre lo uccideva e degli gnomi malvagi lo portavano su una

nuvola rivelando anche inconsciamente un’angoscia profonda che lo tormentava da tempo. Venne

ventilata la Pas, la inesistente sindrome di alienazione parentale (mai inserita del DSM) che parte

dall’assunto, come fosse un dogma, che un bambino rifiuta di vedere il padre solo perché

manipolato da una madre malevola e iperprotettiva. Lo scorso novembre, il Tribunale civile di

Milano con una sentenza ha dichiarato che la Pas non esiste ma purtroppo quella sindrome

inesistente è diventata una sorta di ideologia che talvolta entra ancora nei tribunali con altre

“etichette” . Quanto peso ebbe la teoria della Pas in questa vicenda?

Antonella Penati che nel frattempo ha fondato l’associazione Federico nel cuore per ottenere

maggiori tutele dei minori, ha chiesto che venga istituita una Commissione d’inchiesta bicamerale

per valutare il comportamento delle istituzioni nei casi di violenza e maltrattamento familiare e

anche come vengano applicate le leggi di contrasto alla violenza contro donne e minori, le

convenzioni internazionali e le procedure di affido coatto. In Senato giace da tempo un disegno di

legge per istituire una commissione, proposto dalla senatrice Valeria Fedeli, e sottoscritto

trasversalmente dalle forze politiche che ancora non è stato discusso e che potrebbe essere un buon

strumento per valutare se ci sono smagliature nel sistema di intervento a sostegno delle vittime di

violenza perché non ci siano più donne ri-vitimizzate e inascoltate come è accaduto ad Antonella

Penati.

A sei anni dalla morte di Federico la Cassazione sentenzia che i servizi sociali non furono

responsabili perché nel provvedimento del tribunale dei minori «non derivava dalla necessità di

tutelare l’incolumità fisica del bambino ma dall’esigenza di garantire un adeguato sviluppo del

minore in presenza di genitori inadeguati, e che entro tale confini doveva essere interpretato

l’ambito di controllo demandato dall’ente pubblico», e ancora che «le finalità protettive erano –

unicamente – al sostegno educativo e psicologico del bambino, a fronte della esasperata

conflittualità della coppia genitoriale». Come se fosse possibile scindere un adeguato sviluppo del

minore dalla tutela della sua vita. Nelle motivazioni di quella sentenza pesa come un macigno

l’assenza della parola violenza. Il riferimento continuo e fuorviante alla “conflittualità” invece che

alla violenza, è un’offesa alle vittime che non hanno ricevuto nemmeno la restituzione di una reale

ricostruzione dei fatti. L’atto di rimozione della violenza, delle denunce e della perizia sulla

pericolosità del padre di Federico sgombra comodamente il campo da qualunque ipotesi di

negligenza del servizio sociale che perseverò ostinatamente nell’assurdo progetto di far conoscere a

Federico “la parte buona del padre”. Ma quella parte buona non c’era più e chissà da quanto tempo.

27 Marzo 2015

5) Recensione –Ursula Hegi “Come pietre nel fiume”

Feltrinelli, 2000 € 10,00

Le storie crescevano e cambiavano mentre le metteva a punto, cercando di capire fin dove potevano

arrivare, quanto si poteva aggiungere e quanto no, ma tutte nascevano da un nucleo autentico,

fatto di ciò che lei sapeva o intuiva delle persone . E non è che lei inventasse, piuttosto ascoltava

attentamente se stessa.

Trudi Montag, figlia di Leo, il bibliotecario della cittadina, e della bellissima Gertrud, nasce a

Burgdorf, un villaggio sulle rive del Reno nei pressi di Dusseldorf, nell’estate del 1915.

Trudi è una Zwerg, una nana. Per aver dato alla luce questa figlia, la madre precipita in un vortice di

follia che la porterà alla morte. La bimba, che ha solo quattro anni, continuerà ad aspettarla per

molto tempo e, insieme alla certezza che non tornerà più, svanirà anche la speranza di essere come

tutti gli altri.

Con una sofferenza, da cui anche l’amore e le cure del padre non potranno proteggerla, Trudi

diventerà consapevole, sempre con dolore e talvolta con rabbia, cosa significa essere una Zwerg.

Ma questa donna, che ha un corpo troppo piccolo e una testa sproporzionata, ha anche la grande

capacità di raccontare storie. È con questa sua dote, unita a un’acuta capacità di osservazione e a

un’intelligenza brillante, che Trudi, nella biblioteca del padre, affascinerà i suoi concittadini,

conquistandone il rispetto e la fiducia , e conoscerà l’amore insieme a Max Rudnick.

Intanto Burgdorf e i suoi abitanti sono travolti dal nazismo e dalla guerra. Trudi e suo padre, che

intuiscono il pericolo prima di molti di loro, oltre a mettere in salvo chi possono, custodiscono i

libri della biblioteca che Hitler ha bandito. Quando Leo Montag, nel 1952, si spegne, Trudi è una

donna che ha imparato ad accettare se stessa e il proprio destino.

Un libro corale che narra le vicende di un’intera comunità in un momento drammatico della sua

storia. Una figura femminile indimenticabile che giorno dopo giorno combatte lo scherno, la

compassione, la derisione degli altri, per imparare a volersi bene per quello che è: Trudi Montag è

davvero una piccola grandissima donna.

Nata in Germania nel 1946, Ursula Hegi si è trasferita a diciotto anni negli Stati Uniti; insegna

scrittura creativa alla State University of New York

Il libro è reperibile presso la LIBRERIA DELLE RAGAZZE di Via Pergolesi -Grosseto-