SOMMARIO:

1) Marcella Toscani – “Dare voce al pensiero”

2) Lea Melandri – “Il sesso che volle farsi dio”
3) Chiara Saraceno – “Non c’è scampo per le madri”
4) Pina Nuzzo – “L’arte non è neutra”
5) Recensione – Loretta Napoleoni “ISIS. lo stato del terrore”

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1) Marcella Toscani – Dare voce al pensiero -Un incontro con Marirì Martinengo

Allo scopo di riflettere su alcune esperienze che hanno proposto un modello “altro” rispetto a quello

imposto e imperante mi sto concentrando sul tema dell’educazione, essendo questo uno degli ambiti

principali attraverso il quale avviene l’inserimento dei giovani all’interno della società. Inserire gli

individui all’interno del tessuto sociale significa mostrare loro i modelli cui devono, consciamente o

inconsciamente, sottostare. Come scriveva Freud: «Le discipline funzionano come tecniche per

fabbricare individui utili». Il modello viene imposto attraverso i modi più capillari, arrivando a

toccare gli aspetti più privati della vita. Approfondire il tema dell’educazione non è che uno dei

modi per tentare di comprendere come questi meccanismi funzionano e sono organizzati per

renderci ciò che siamo. Inoltre, fare luce su quelle esperienze che hanno tentato di scardinare la

situazione data aiuta a comprende quanto esse siano essenziali e quanto si mantengano importanti in

un oggi in cui agli individui non è rimasta che un’illusoria sensazione di libertà.

Il progetto della pedagogia della differenza sessuale avviato da Marirì Martinengo s’inserisce tra

queste esperienze. Il suo tentativo fu quello di uscire dal dualismo uomo/donna, dualismo che

definisce cosa è uomo e cosa donna e dà precise indicazioni circa come deve essere un soggetto di

sesso maschile e come uno di sesso femminile. Il progetto è stato realizzato negli anni Ottanta ma

rivela aspetti e problematiche che si dimostrano essere ancora molto attuali.

Ho studiato storia dell’arte quindi desidero partire proprio da lì per parlare, in breve, del contesto

che si apre dalla fine degli anni Sessanta. Verso la fine degli anni Sessanta, infatti, e poi soprattutto

negli anni Settanta, la vita privata di tutte le donne entra violentemente nel mondo dell’arte,

portando all’attenzione tutto ciò che fino a quel momento era rimasto in ombra, chiuso tra le mura

domestiche. La donna rifiuta di continuare a essere mero oggetto della rappresentazione e dello

sguardo maschile e diviene soggetto pensante e agente. Così facendo, per la prima volta nella storia,

le donne si sono inserite in una narrazione che si era basata unicamente sul mito dell’artista genio

uomo (come ha perfettamente descritto Linda Nochlin nel suo saggio del 1971, Why There Have

Been No Great Women Artists). Il mondo dell’arte riflette lo sviluppo delle teorie che interessano gli

stessi anni e a volte arriva ad anticipare i risvolti pratici delle stesse.

Tentando appunto di concentrarmi su alcune delle esperienze pratiche che hanno avuto una ricaduta

sul sociale, ho rivolto la mia attenzione all’esperienza d’insegnamento di Marirì Martinengo nella

scuola media Marelli di Milano, un progetto che è stato realizzato tra il 1985 e il 1987. Il progetto

nasceva da teorie che Martinengo stava portando avanti da diversi anni nella Libreria delle Donne

di Milano. La risoluzione pratica delle riflessioni avvenne grazie alla collaborazione con altre

insegnanti e con alcune donne della Libreria.

Nell’introduzione del libro educare nella differenza si legge: «Il divenire culturale del genere

femminile è rimasto inerte, bloccato, isterilito da ordini simbolici non suoi». La ricerca di un ordine

simbolico adatto al sesso femminile fu il punto di partenza, mentre il rapporto di affidamento fu il

centro dell’esperienza.

Marirì scrisse: «Siamo riuscite a tradurre in pratica un percorso didattico il cui senso più forte

consiste nell’aver rotto la rigidità dell’istituzione-scuola e i modelli di omologazione che propone».

Un esempio che differenzia i maschi dalle femmine sta nel fatto che quasi tutte le ragazze tengono

un diario. Scrivere un diario risponde al bisogno di trovare un luogo e un tempo per l’esplorazione

di sé. Dal momento in cui una bambina tiene un diario, quelle costrizioni della condizione

femminile hanno già agito. Non a caso si parla di diario “segreto” perché è lì che devono essere

nascoste quelle cose che non possono essere dette a nessuno, quelle cose da tenere solo per sé.

Questo equivale a dire che le esperienze fondanti del femminile nella società patriarcale devono

rimanere nascoste e cadere in fantasticherie. Marirì offre alle alunne la possibilità di leggere i diari,

per dare voce al pensiero, per permettere allo stesso di riconoscersi in un linguaggio e quindi di

riconoscerne la dignità e il diritto di esistere. Le parole su quei diari rappresentano i desideri delleragazze. La volontà dell’insegnante era di esprimere liberamente la ferma convinzione per cui il

desiderio liberato può produrre contesti nuovi, creativi. Esso costituisce e costruisce nuovo sapere.

Racconta: «Le ragazze hanno parlato, si sono ascoltate, hanno espresso contenuti sotterranei: in una

scuola dove il leggere, lo scrivere, il ripetere saperi prodotti altrove sono le abilità linguistiche e

cognitive privilegiate, se non esclusive, esse hanno usato le loro parole. La parola che sgorga è il

mezzo espressivo meno mediato, si fa strada tramite la voce, strumento assolutamente personale,

fedele interprete del corpo».

Riflettere sulla pedagogia della differenza sessuale è stato per me riflettere su un’esperienza

importante, un progetto che, nonostante la sua breve durata, è stato in grado di scardinare il modello

esistente e imposto, quello patriarcale e maschilista, un modello in cui le donne sono – per ricordare

Simone de Beauvoir – “secondo sesso”, il subordinato, il linguaggio che non ha voce.

Dividere una classe tra ragazze e ragazzi sfatava la moderna presunzione di aver risolto la

differenza sessuale con l’equiparazione delle donne agli uomini, evidenzia una diversità femminile

cui dar spazio e tempo perché estragga da sé una sua potenzialità originaria, fonti di un nuovo

sapere che rompa con la falsa universalità della cultura, una cultura che unisce maschi e femmine

ma che trasmette una cultura che è solo maschile, per giunta vestendosi di presunta neutralità.

Il progetto è terminato dopo due anni a causa dell’allontanamento di Marirì dall’insegnamento ma

esso non è stato dimenticato, non è svanito. I due anni d’insegnamento hanno dato vita a un nuovo

rapporto di affidamento: quello con il gruppo insegnati denominato Magistra.

La ricerca per questo progetto è sfociata nella formazione del Gruppo Interistituzionale (Libreria

delle donne di Milano, Osservatorio Donne Istruzione del CISEM, Provveditorato, Scuole Statali).

Il gruppo, composto da varie personalità, è diventato operativo nel 1988 con l’elaborazione di un

programma di un seminario destinato alle docenti delle scuole medie e del biennio delle superiori.

Scegliere di educare nella differenza è stata una necessità più che una scelta, «una necessità da cui

dipende il fatto che l’universo teorico e pratico dell’educazione e della trasmissione del sapere, la

scuola e i processi formativi, dimettano il loro carattere fittizio per diventare finalmente qualcosa di

vero corrispondente appunto alla reale esistenza dei due sessi, alle loro differenti e autonome

esigente e aspirazioni di crescita umana e culturale».

libreria delle donne” di Milano 3 marzo 2015

 

2) Lea Melandri – Il sesso che volle farsi Dio

Non mi sono mai occupata di laicità e di religione. O, quanto meno, non in modo specifico. Mi sono

battuta, e continuerò a farlo, contro l’invadenza della Chiesa su scelte che devono essere lasciate

alla libertà del singolo –come il testamento biologico, l’aborto, le unioni civili, ecc. -, ma non ho

mai avuto simpatia per il laicismo, la laicità che diventa feticcio, “rifiuto pregiudiziale” della

religione.

Posto in modo così schematico e oppositivo, il binomio laicità/religione mi è sembrato uno dei tanti

dualismi che hanno finora impedito di vedere i legami che ci sono sempre stati tra un’esperienza e

l’altra.

Quando ho letto il libro di Stefano Levi Della Torre, Laicità, grazie a Dio (Einaudi 2012),

l’impostazione che ha dato al problema – un “confronto”, “un corpo a corpo” con la religione, in cui

possono convivere la passione per la ricchezza di simboli, gesti, immagini, interrogativi essenziali

dell’umano, richiami all’esperienza personale e il pensiero critico -, mi sono resa conto

all’improvviso che “io c’entravo”.

Anzi, ho capito che c’entravo molto, forse troppo per il peso che ha avuto la religione – cristiana,

cattolica nella mia formazione, potrei fino al momento in cui, venticinquenne, ho lasciato il paese e

ho incontrato a Milano il movimento antiautoritario e il femminismo: l’uscita dalla dimensione

privata per una straordinaria avventura collettiva, l’idea che si potesse ripensare la storia, la politica,

a partire da tutto ciò che avevano cancellato e consegnato alla religione.

Così, oltre a ragionare sul libro di Stefano – in vista dell’incontro con lui, che avrei fatto al Festival

delle Letterature di Mantova – ho cominciato a rileggere alcuni dei miei scritti del passato, sicura

che vi avrei trovato tracce di questa “contaminazione”.

Ho pensato perciò che il modo migliore di dialogare da parte mia fosse quello di fare incursioni

dentro il testo, fermarmi su alcuni punti e portare lì il contributo della mia riflessione, trovando di

volta in volta condivisioni o divergenze.

Mi sono accorta subito che le concordanze erano in realtà molto di più che le divergenze. Innanzi

tutto, il riconoscimento che la religione è un prezioso “archivio della memoria” degli individui e

della specie, di vicende che stanno ai confini tra inconscio e coscienza. C’è la stupidità del

fanatismo, ma ci sono anche sublimi simbolizzazioni, interrogativi che vanno alla radice

dell’umano. Per questo – scrive Stefano – la religione “è una cosa seria e non può essere lasciata

alla mercé dei clericali”.

Persino il fondamentalismo, se da un lato è importante criticarlo, dall’altro va raccolta la domanda

che indirettamente ci pone: “quali sono i fondamenti, i presupposti sottesi ai nostri codici giuridici,

atei, di pensiero, che noi lasciamo invecchiare sotto la polvere delle abitudini?”. È quello che

Stefano fa quando dice che riflettere sulla religione è riflettere sul pensiero, sulle forme che ha

preso, come si è rappresentato la propria nascita, l’uscita dall’animalità. La religione narra il

mistero dell’universo, ma lo satura di rappresentazioni, di simboli. Lo esorcizza.

È su questa stratificazione di simboli che va portato lo sguardo, riconoscendoli come proiezioni del

modo in cui viviamo.

Ora, riflettere sul pensiero, sulle forme che ha preso nelle sue costruzioni, laiche o religiose che

siano, vuol dire chiedersi innanzi tutto chi è il soggetto del pensiero e come si è configurata, nella

storia che abbiamo conosciuto – opera di una comunità di soli uomini – la sua nascita. La

consanguineità fra la religione e le altre costruzioni simboliche sta prima di tutto nel fatto didiscendere dalla stessa matrice: quel “principio maschile” che – come scrive Bachofen ne Il

matriarcato – “nell’ambito dell’esistenza fisica è al secondo posto, subordinato al principio

femminile”, salvo prendere poi il primo posto, come principio spirituale, trascendente le leggi della

materialità, quando da figlio l’uomo “diviene lo sposo, il fecondatore della madre, il padre stesso”.

Nel momento in cui si costruisce, sull’asse di una “vita superiore”, una generazione al maschile, la

donna scompare nel suo essere reale, nella sua diversità. Dovrà rinascere tramite il figlio,

divenutole marito, padre, madre. Sta all’uomo “rifarla, rinnovarla, crearla”, scioglierla dal suo nulla,

che le impedisce di essere, prenderla nelle sue braccia “come un piccolo tenero bimbo” (Michelet,

L’amore).

Da ciò si deduce che la “consanguineità” tra pensiero laico e religioso è molto più di una

contaminazione”; discende dal fatto che traggono la loro origine da quel soggetto unico maschile,

da quella visione unica del mondo che ha violentemente e astrattamente differenziato,

complementarizzato e posto secondo un ordine gerarchico, materia e spirito, natura e cultura,

individuo e genere, corpo e pensiero, identificando e confondendo l’uscita dall’animalità e la

nascita del linguaggio con il destino del maschio e della femmina.

In Otto Weininger è chiaro che la trascendenza, su cui la religione costruisce il mistero di Dio, il

Creatore, l’Essere perfetto, il Valore assoluto, è strettamente imparentata con la trascendenza che si

è attribuito l’Io maschile. La “divinità”, per Kant, per Platone, è “l’idea morale e ciò che essa esige

dall’umanità”. L’anima è qualcosa di diverso dal corpo, dai suoi appetiti.

…gli uomini sono figli di Dio in quanto esseri spirituali, così come sono figli di uomini in carne e

ossa in quanto creature terrene (…) questo vale solo per i maschi. Dio infatti non ha figlie. Il figlio

può risorgere e acquistare la libertà solo salendo al padre, ridiventando tutt’uno col padre.” (O.

Weininger, Sesso e carattere)

Alla donna, che rappresenta la sessualità, la materia, il non essere, e che perciò incarna per l’uomo

la caduta, la colpa, si impongono regole morali superiori a quelle dell’uomo: la purezza, la

verginità. Per essere “redentrice” dell’uomo deve “essere uccisa e riportata in vita”. L’Io maschile e

Dio si pongono così su una linea di continuità.

Per Weininger la religione è “libero atto dell’uomo del porre un ente perfetto, il sommo bene (…)

Dio è la finalità dell’uomo, la religione è la volontà dell’uomo di diventare Dio. La religione è la

libera posizione del regno della libertà, dell’assoluto, è la ricreazione dell’universo (…) la

religione, in ultima analisi, si identifica con la morale (…) lo sforzo di attingere l’assoluto ovvero

Dio come idea del buono e del vero .”

Le figure e i gesti che la mente religiosa proietta sull’oscurità del mistero – “come a formare un

sipario su cui si rappresentano domande e bisogni insopprimibili”- saturandolo di risposte e

spiegazioni, parlano dunque dell’origine della civiltà maschile, del modo con cui ha inteso

differenziarsi dalla natura, dal corpo femminile che genera e che porta perciò i segni dei limiti

mortali dell’umano. Parlano della ri-nascita o ri-generazione del mondo spostata sul versante di un

principio maschile spirituale: una genealogia di padre in figlio dove la donna è solo mediazione

simbolica, contenitore.

Forse è proprio in queste rappresentazioni così vicine all’origine e a quelle domande insopprimibili

dell’umano, che hanno a che fare con la nascita, la morte, il diverso destino toccato all’uomo e alla

donna, che la religione esercita un fascino così duraturo. In questo senso la “continuità con

l’infanzia”, che Freud nel saggio, L’avvenire di un’illusione, aveva visto solo sotto il profilo del

bisogno di “paterna” protezione, è una lettura riduttiva. La religione parla esplicitamente, più di

tutte le altre acquisizioni della cultura, dell’ “atto fondativo” della civiltà stessa, di quella libertà da

vincoli materiali che ha permesso alla ragione di pensarsi “auosufficiente” e destinata a disporre

della madre, della terra come risorsa inesauribile.

Qualcosa di questa trascendenza c’è anche nella contrapposizione tra il cittadino, astratto,scorporato, detentore dei diritti e la persona, l’essere umano nella sua interezza.

La religione potrebbe essere vista dunque come l’espressione massima, idealizzata dell’Io maschile,

il fulcro dell’androcentrismo, una lettura sessuata che nel libro compare per accenni ma che non

sembra essere colta per il peso che ha, come struttura portante sia della religione che della cultura in

generale, inscritte entrambe nel dualismo originario. Le ‘sublimazioni’ della religione vanno dunque

oltre le astrattezze della storia: sembrano tese a destituire o sostituire, trasferendole sul piano

trascendentale, spirituale, la natura, i corpi, la nascita, la morte, il rapporto tra i sessi.

La rivalsa che si prendono oggi può essere legata alla crisi delle istituzioni politiche, ma anche al

protagonismo che hanno preso il corpo, la sessualità e la libertà femminile. Stefano Levi la mette in

relazione con la “rivalsa identitiaria maschile”: conformismo confessionale, di comunità, di etnia,

guerra di genere per la proprietà delle donne. Si può pensare che la durata e il fascino della religione

venga dal fatto l’aspetto sessuato e sessuale lì è esplicito – non rimosso -, teatralizzato e

spettacolarizzato. Vi si possono leggere confusi amore e violenza, il sogno di armonia degli opposti

e il sessismo, il razzismo.

La religione parla di madri, figli, padri, nascite, morti e resurrezioni, dannazione e riscatto della

carne, dell’umano, del femminile. La religione sublima in modo evidente il rapporto tra i sessi, le

identità del maschile e del femminile nella loro ambiguità: figure che strutturano rapporti di potere

ma anche d’amore, che tengono dentro la complementarietà e la spinta alla riunificazione, come una

sorta di “unione mistica. Forse è proprio da ricercare in questa ambiguità la ragione prima del

consenso di cui la religione gode anche presso le donne.

Minima & Moralia” 8 marzo 2015

 

3) Chiara Saraceno – Non c’è scampo per le madri

Non c’è scampo per le madri. O sono troppo accudenti, al punto da soffocare la capacità di

autonomia dei figli (soprattutto maschi) — le madri coccodrillo lacaniane. Oppure, se hanno anche

una vita e interessi fuori e accanto alla maternità — vita e interessi che per altro costituiscono un

argine ad ogni tentazione divorante — rischiano di essere madri senza cuore, incapaci di

accudimento. Le madri narcisiste, esito delle battaglie emancipazioniste di donne che non vogliono

essere solo madri, sono la contemporanea iattura che può toccare ai figli, secondo l’analisi di

Massimo Recalcati, psicoanalista lacaniano, su Repubblica del 28 febbraio.

Donne che cancellano (in sé) la madre perché non sono capaci “di trasmettere ai figli la possibilità

dell’amore come realizzazione del desiderio e non come il suo sacrificio mortifero”. Se la maternità

è vissuta come un ostacolo alla propria vita non è, come si potrebbe ingenuamente pensare, perché

tuttora l’organizzazione sociale poco sostiene le mamme lavoratrici, in carriera o meno. Neppure

perché una definizione della paternità invece tutta incentrata sul desiderio e la necessità di essere

altrove, senza essere vincolati dalle necessità della cura, rende difficile per le madri conciliare più

dimensioni, più passioni. O perché alcuni psicanalisti condividono il senso comune ancora diffuso

in Italia per cui “un bambino in età prescolare soffre se la mamma lavora”, legittimando ogni forma

di colpevolizzazione delle madri lavoratrici, specie se, come si dice “non ne avrebbero necessità” e

ancor più se vogliono anche una carriera. È perché “si è perduta quella connessione che deve poter

unire generativamente l’essere madre all’essere donna”.

Facendo riferimento a casi estremi tratti dalla pratica clinica, o alla letteratura e filmografia,

Recalcati rischia di ridurre al vecchio aut aut (o la maternità o la carriera) il ben più complesso

dilemma Wollstonescraft al centro di moltissime riflessioni femministe: come far riconoscere il

valore e il diritto a dare e ricevere cura senza perdere il diritto ad essere anche altro (cittadine,

diceva Wollstonecraft). In particolare, sembra pensare che, sia sacrificio o desiderio, l’amore

materno, a differenza di quello paterno, deve essere al riparo da altre passioni, desideri, attività. E

che la generatività delle madri si esaurisca nel, certo importantissimo, amore (e accudimento) per i

figli, non anche nella capacità di essere individue distinte dai propri figli, con un pensiero e progetti

su di sé che non si esauriscono nella maternità, anche se la comprendono.

Questa seconda generatività sembra esclusivamente appannaggio dei padri, loro sì capaci di

separarsi e separare. Suggerisco di leggere il dialogo tra Mariella Gramaglia e sua figlia Maddalena

Vianello (Tra me e te, edizioni et al.): dialogo difficile, anche conflittuale, dove madre e figlia si

confrontano sì sulla cura data e ricevuta, ma anche sulla visione del mondo e l’azione nel mondo

che la madre ha lasciato alla figlia e con cui questa deve fare i conti. Spero nessuno consideri

Mariella e quelle come lei, come me, terribili madri narcisiste, perché il loro “desiderio” si è diretto

anche oltre, non contro, la maternità.

La Repubblica del 2 marzo 2015

 

4) Pina Nuzzo – L’arte non è neutra

Con il femminismo le donne acquistano consapevolezza del legame molto stretto che si era

instaurato tra il ruolo assegnato alle donne e la rappresentazione del femminile: la rappresentazione,

ormai introiettata, dalle donne come dagli uomini, attraverso tante icone indelebili – la sposa, la

madre, la prostituta – e che rimbalzava dalla tela direttamente nella pubblicità, sui dadi per il brodo

o sui detersivi o nel cinema e nella televisione. Oggi ognuna di noi può misurare su di sé come

cambiano nel tempo i significati che attribuiamo alle cose, così come cambia il nostro modo di

guardare i comportamenti; per poterci autodeterminare nella rappresentazione dobbiamo misurarci

con il complesso sistema che ordina i generi. Sistema che coinvolge la sfera affettiva, privata,

politica e sociale. Sistema che a volte subiamo, ma in cui spesso siamo direttamente coinvolte, fino

a consolidarlo.

Dopo il femminismo molte artiste hanno rappresentato se stesse, le altre e il mondo con occhi

nuovi: a partire da sé.

Ma attraverso i media e il cinema, il patriarcato ha cercato di contenere i cambiamenti avanzati

dalle donne, mantenendo il monopolio maschile della visione dei corpi e della sua

rappresentazione. E anche se le donne si sono ribellate davanti alle immagini più volgari o violente,

con denunce e campagne, rimane ancora tanto da fare per incidere sugli stereotipi che sono a

fondamento della nostra società.

Quando si usa il corpo delle donne come oggetto di seduzione dobbiamo avere ben chiaro che non

si sta parlando agli uomini, si sta parlando a noi per dire: se vuoi essere vista – da un uomo, ma

anche dalle donne – devi essere come questa donna. Apparentemente spregiudicata,

apparentemente disinvolta, in realtà modello più moderno per assecondare l’immaginario maschile.

Non a caso, negli anni ‘90 alle modelle, e di conseguenza alle donne, è stato chiesto di avere un

corpo magro, magrissimo spesso anoressico, come se le donne fossero delle eterne adolescenti. La

pancia era bandita. Il ventre doveva essere rigorosamente piatto. Quello che è il simbolo della vita e

della riproduzione doveva sparire. In quel decennio molti sono stati i casi di ragazze ricoverate per

problemi alimentari e nei casi più seri si è anche arrivate alla morte. Del ‘92 è una commedia

americana noir dal titolo La morte ti fa bella, che pone l’attenzione sull’importanza della bellezza e

su ciò che una signora, ormai matura, è disposta a fare per tornare giovane, magra e bella per poter

riconquistare un uomo che l’aveva lasciata per una donna più bella.

Sono gli anni in cui il concetto di bellezza, dettato dalla moda, inizia a diventare il protagonista

della vita sociale, chi è bella, ma anche chi è bello, è vincente. Allo stesso tempo i dettami

dell’estetica cambiano velocemente; non si cercano più corpi magrissimi ma corpi plastificati, dove

tornano le forme, ma riempite da protesi. È il momento dei seni rifatti, bocche gonfiate, sederi

rimpolpati, si toglie da una parte (liposuzione) e si mette dall’altra (riempimento).

E si inizia da giovanissime a modificare il proprio corpo per assomigliare a quella cantante, a

quell’attrice…c’è chi a 18 anni chiede una taglia di reggiseno in più come regalo della maggiore

età. La bellezza diventa appariscenza e quindi onnipresenza a qualsiasi evento, show, party, esserci

vuol dire essere riconosciuta come appetibile e quindi contare.

Non tutte si sono assoggettate a questi criteri e tante più donne, ormai, prendono le distanze da certi

modelli, e lo fanno pubblicamente, con azioni che potremmo definire nuovamente “femministe”.

Stufe di rappresentazioni che mortificano i corpi reali, di corpi ritoccati con Photoshop, le donne

boliviane, per esempio, hanno manifestato scendendo in piazza nude di fronte alla cattedrale di

Santa Cruz. Noi donne, sembrano dire le donne boliviane, abbiamo un corpo che nasce, cresce, si

riproduce e muore; ognuna di queste tappe prevede un cambiamento nel nostro aspetto, una

trasformazione fisica che rientra nell’ordine della vita e che pertanto va rispettata e accettata. Non

può esserci senso di sé se non comprendiamo i cambiamenti del nostro corpo e la bellezza cherappresentano in ogni tappa della vita.

Occorre mettere al mondo se stesse attraverso il proprio desiderio e i simboli di un corpo che è fonte

di creatività e trascendenza, anche perché sia possibile la formazione di un’identità di genere nelle

future generazioni di donne.

Laboratorio donnae” 8 marzo 2015

 

5) Recensione – Loretta Napoleoni “ISIS. Lo Stato del terrore”

Feltrinelli 2014 pp. 137 – € 13

Le decapitazioni dei prigionieri. La pulizia etnico-religiosa nelle zone occupate dell’Iraq. La

proclamazione di un Califfato. Queste sono le cose che i media hanno cominciato a raccontarci

nell’estate 2014 sull’Isis, i pochi frammenti di un mosaico nuovo e terribile, a cui il mondo non era

pronto.

Queste milizie hanno conquistato un territorio più vasto del Texas nel cuore del Medio Oriente,

hanno dissolto i confini dettati dal colonialismo occidentale un secolo fa, hanno costretto gli Usa a

tornare a bombardare l’Iraq. Ma chi sono, da dove vengono, come hanno fatto a diventare così

potenti, e fin dove possono arrivare? In questo libro Loretta Napoleoni, uno dei massimi esperti di

terrorismo internazionale, offre al grande pubblico il primo e più completo ritratto dell’Isis – il cui

stesso nome è mutato molte volte, a seconda delle diverse condizioni sul campo e nel sistema

mediatico. Perché, scrive Napoleoni, “quel che distingue questa organizzazione da ogni altro

gruppo armato che l’ha preceduta e quel che ne spiega l’enorme successo sono la sua modernità e il

suo pragmatismo”.

Dimenticate i talebani, che tenevano l’Afghanistan nel Medioevo. Dimenticate al Qaeda, che

aleggiava senza una vera e propria potenza militare, capace solo di colpi isolati, di scarso valore

geopolitico. Questa nuova minaccia punta a un ambiziosissimo obiettivo: far nascere dalle ceneri

dei conflitti mediorientali non un gruppo terroristico, ma un vero e proprio stato – con un suo

territorio, una sua economia e un’enorme forza di attrazione per i musulmani fondamentalisti di

tutto il mondo.

Reperibile nella “Libreria delle ragazze” di via Pergolesi Grosseto